Un’introduzione alla scrittura in versi

Un'opera di Alfredo Jaar
Un’opera di Alfredo Jaar

di Giulio Mozzi

0. Il seminario di introduzione alla scrittura in versi si svolgerà in due fine di settimana: sabato 18 e domenica 19 marzo 2017, sabato 8 e domenica 9 aprile 2017 (il sabato dalle 10.30 alle 19.30, la domenica dalle 9 alle 18). La quota d’iscrizione è di 200 euro più iva, in totale 244 euro, da versarsi entro il 28 febbraio 2017. Il luogo del corso è la Bottega di narrazione, in Milano (via Carlo Tenca 7, due passi dalla Stazione Centrale).
Per prenotare l’iscrizione è sufficiente scrivere a bottegadinarrazione@gmail.com. La richiesta di conferma dell’iscrizione, con le istruzioni per il versamento della quota, arriverà a metà febbraio 2017.
Ovviamente, prenotare l’iscrizione al seminario non costituisce, in alcun modo, un impegno a iscriversi.

1. Precisazione fondamentale: questo non è un seminario per “diventare poeti”. È un seminario per farsi un’idea più precisa di che cosa significhi scrivere in versi.

2. A chiunque di noi, in un momento o nell’altro della vita, càpita di scrivere in versi. Che si tratti degli sfoghi adolescenziali o dell’epigramma per prendere in giro un amico, della poesia di Natale composta per i nipoti o dell’elogio amichevole e giocoso del collega che va in pensione, della folgorazione che ci viene da non si sa dove o del testo pazientemente (magari faticosamente) lavorato: càpita, a tutti noi, almeno una volta nella vita, volontariamente o involontariamente, di scrivere o in versi.
Poiché questa cosa càpita di farla, può valer la pena cercare di imparare a farla con più consapevolezza.

3. Tagliando con l’accetta, si può dire che lo scrivere in versi si differenzia dallo scrivere in prosa:
– perché è un discorso più elusivo e più condensato,
– perché fa un uso intensivo dei traslati,
– perché sfrutta le potenzialità dei valori fonetici,
– perché non è “sciolta” ma ha una “misura”,
– perché tende più alla memorabilità che alla persuasione.

4. Perché è un discorso più elusivo e condensato. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: «M’illumino / d’immenso», per far intuire che cosa sia un discorso elusivo: è un discorso che tiene “fuori dal gioco” (e-lude: in latino la ‘e’ indica esclusione, ‘ludere’ è il verbo del gioco) tutti gli elementi considerati non necessari. Se la narrazione in prosa porta sempre con sé pagine e pagine di “grigio”, di dettagli, di spiegazioni, di considerazioni, eccetera, il discorso in versi tenta invece la massima trasparenza. All’elusione si accoppia necessariamente la condensazione: fatti fuori i dettagli, infatti, gli elementi necessari si trovano accostati senza mediazioni e senza raccordi (o: col minimo possibile di mediazioni e raccordi).

5. Perché fa un uso intensivo dei traslati. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: «M’illumino / d’immenso», per far intuire che cosa sia un uso intensivo dei traslati: la poesia è composta da due parole in tutto (trascuriamo per brevità le particelle), e nessuna delle due può essere intesa nel suo significato proprio (se le intendessimo nel loro significato proprio, avremmo un testo insensato); e non è detto che non sia da considerare un traslato anche il titolo. Si tratta, per certi aspetti, di una sorta di partita: il lettore sa che in uno scritto in versi troverà un uso intensivo dei traslati, e perciò l’autore dello scritto si permetterà un uso intensivo dei traslati. I traslati possono essere adoperati a scopo ornamentale: ma molto meglio se vengono messi al servizio dell’elusione e della condensazione.

6. Perché sfrutta le potenzialità dei valori fonetici. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: «M’illumino / d’immenso», per far intuire che cosa significhi sfruttare le potenzialità dei valori fonetici (e, magari, anche grafici: pensate allo shock che danno al lettore queste poche parole in una grande pagina, tutte circondate di bianco). L’importanza del suono |m|, la mancanza della vocale “luminosa” per eccellenza, la |a| («E chiaro nella valle il fiume appare»: Leopardi, La quiete dopo la tempesta) e invece l’accento importante sulla vocale “scura” per eccellenza, la |u|, la “quasi anafora” tra |ill-| e |imm-|, la rima per l’occhio tra il titolo e il primo verso (Mattino, M’illumino) eccetera eccetera. Se Ungaretti avesse scritto, mettiamo, «M’accendo / d’infinito», tutto questo sarebbe andato perduto; e l’effetto sarebbe stato completamente diverso.

7. Perché non è “sciolta” ma ha una “misura”. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: «M’illumino / d’immenso» per far intuire quanto sia importante la “misura”, ovvero il “metro”. Questa micropoesia che sembra eversiva, è in realtà – se si ignora provvisaoriamente l’a capo – un normalissimo settenario. Ma proprio l’a capo, che spezza una unità metrica ormai profondamente interiorizzata dal lettore italiano (a meno che il lettore non abbia mai letto un testo in versi italiani in vita sua, né cantata una canzone ecc.), produce una tensione precisa. Nella cosiddetta “metrica libera” – attiva in un secolo circa della tradizione volgare, dopo sette secoli di “metrica misurata” (tanto per fare un pleonasmo) – agisce la memoria della metrica classica. Senza contare che in un secolo di metrica “libera” si sono comunque prodotte delle “istituzioni” che a loro volta funzionano da modelli (pensiamo al dilagare di versicoli pseudoungarettiani, appunto) e agiscono nella memoria sia di chi scrive sia di chi legge.

8. Perché tende più alla memorabilità che alla persuasione. Basterebbe citare il fin troppo citato Mattino di Ungaretti: «M’illumino / d’immenso», per far intuire quanto la scrittura in versi riesca a produrre testi (o parti di testi) “memorabili” (che, cioè, si stampano nella memoria) a prescindere dalla “persuasione” (cioè dalla trasmissione, diciamo, di “informazioni convincenti) del lettore. Chi può dire di aver capito che cosa voglia dire «M’illumino / d’immenso»? Eppure non possiamo dimenticarlo. Così come non possiamo dimenticare, dopo averli letti, «E chiaro nella valle il fiume appare», «Il divino del pian silenzio verde», «La bocca sollevò dal fiero pasto», eccetera. I versi ben fatti si incistano nella memoria e dalla memoria agiscono su di noi, nel profondo, quasi insensibili, ma inesorabili.

9. Ecco dunque le cinque tappe di questo seminario di poesia: elusione/condensazione, traslati, suoni, misura, memoria. Ciascuna tappa sarà composta da esercizi di lettura analitica, cenni storici e/o scientifici, esercitazioni (ludiche al punto giusto).

Il docente. Giulio Mozzi (1960) è considerato soprattutto un narratore: ma ha pubblicato anche un poema (Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, Einaudi 2000) e una raccolta di brevi testi in versi (Dall’archivio, Aragno 2013). In versi o parzialmente in versi sono anche alcuni suoi lavori per teatro e musica raccolti in Favole del morire, Laurana 2015. Nel suo bollettino vibrisse propone spesso giochi letterari in versi. Nel 2013 ha creato, ma questo non va a suo merito, la poetessa erotica Mariella Prestante.

Un pensiero su “Un’introduzione alla scrittura in versi

  1. Ho visto troppo tardi l’informativa di questo laboratorio. Intendete replicarlo in futuro?

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