Manetta.

Le dieci vere ragioni per cui la letteratura anglosassone sforna capolavori a manetta, e quella italiana no

19 commenti

di giuliomozzi

[Nell’immagine qui sopra: Manetta].

1. Siamo sicuri che la letteratura anglosassone sforni capolavori a manetta? Non è che, semplicemente, hanno un buon ufficio stampa?

2. Da Wikipedia, s.v. Lingua inglese: “Si calcola che i parlanti inglese come lingua madre siano circa 400 milioni, mentre sono circa 300 milioni coloro che lo parlano accanto alla lingua nazionale o nativa. Sono infine circa 200 milioni quelli che lo hanno appreso a scuola, in paesi dove questa lingua non è in uso”. Quanto all’italiano, invece, “le stime della Società di Linguistica Internazionale valutano che al mondo esistano circa 61,7 milioni di persone in grado di parlare italiano: 55 milioni di questi sono residenti in Italia e 6,7 sono residenti all’estero” (sempre Wiipedia, s.v. Lingua italiana). Supponendo che il genio letterario sia uniformemente distribuito, e considerando che molti autori di lingue “minori” scrivono in inglese e non nella lingua materna per una quantità di buone ragioni (così come Franz Kafka scelse di scrivere in tedesco, o molti scrittori nordafricani scelgono il francese ec.), ci si può dunque aspettare che la letteratura in lingua inglese produca capolavori (e anche spazzatura, sia chiaro) in numero da sei a otto volte superiore alla letteratura in lingua italiana.

3. La numerosità dei parlanti e leggenti inglese fa sì che un autore in lingua inglese abbia un pubblico potenziale immediato (cioè: non mediato dalle traduzioni) assai più numeroso di un autore in lingua italiana: per tagliare con l’accetta, quello che in lingua italiana potrebbe essere un autore da 5.000 copie a libro, in lingua inglese sarebbe un autore da 30/40.000 copie a libro. Ne consegue che nelle aree di lingua inglese, o almeno nei paesi più ricchi come Uk e Usa, è assai più facile che in Italia arrivare alla scrittura come professione, principale se non esclusiva. E scrivere stando comodi, si sa, è più comodo.

4. L’Italia è, si sa, una repubblica fondata sull’autodenigrazione. Chiunque affermi di sentirsi “orgoglioso di essere italiano”, o qualcosa del genere, viene più o meno automaticamente bollato come fascista. Le parole “nazionalismo”, “nazionalista” e simili hanno, da noi, un sapore negativo. Se vi sono dei nazionalismi in Italia, sono in realtà dei nazionalismi anti-italiani, o se preferite anti-unitari. E’ evidente invece che per i cittadini dell’Uk (vabbè, tolti gli scozzesi) il nazionalismo è un fatto positivo, e che gli Stati uniti d’America si autoconcepiscono come una specie di “popolo eletto”. E’ quindi molto, molto difficile, anche per un ottimo ufficio stampa, convincere gli italiani che qualcosa di italiano (cibo a parte) sia buono.

5. Proprio perché l’inglese, come prima lingua, o seconda lingua, o lingua studiata a scuola, lo parlano in tanti, se viene pubblicato un capolavoro in lingua inglese se ne accorgono in tanti. Chi si accorgerà, invece, che so, della pubblicazione di Più segreti degli angeli sono i suicidi, di Gian Marco Griffi? Non so se è un capolavoro (ai posteri ec.), ma mi sento sicuro se dico che è un’opera che merita attenzione. Così come sono sicuro se dico che è un’opera che merita attenzione Il suicidio di Angela B. (eh sì, oggi siamo allegri) di Umberto Casadei. Ma a New York non lo sanno, e a London nemmeno: figurarsi a Milano.

6. Per ragioni che si potrebbero spiegare dettagliatamente in poche paginette (ma non ho voglia né tempo di scriverle ora: dovrei fare un bignami di ciò che tutti studiano alle superiori) l’idea attuale italiana di “capolavoro” include un sentimento elitario. Se i capolavori letterari del Novecento italiano sono, per dire, La cognizione del dolore di Gadda o La beltà di Zanzotto, per tacere di Orcynus Horca di Stefano D’Arrigo o della Hilarotragoedia di Giorgio Manganelli, allora stiamo freschi. Gli statunitensi ci mandano Jonathan Franzen o Don DeLillo, che avranno tutta la complessità che si vuole (il secondo soprattutto) ma si leggono senza particolari difficoltà (esempio: sono scritti in inglese, non in gaddese o in zanzottese o in darrighese o in manganellese); ci mandano Philip Roth, eccetera, e sono sempre libri magari un po’ scomodi ma che non richiedono la decifrazione della pagina. Dall’Uk arriva McEwan, figurarsi: sarà disturbante l’immaginario, ma si capisce tutto. Invece un libro italiano che voglia aspirare a essere un capolavoro deve cominciare col far violenza alla lingua. Di tanti romanzi che trovo piacevolissimi ed emozionanti sento dire, da amici che fanno parte (come me) della Repubblica delle Lettere: “Sì, ma non c’è scrittura“. Io mi son letto tutto Barthes tre volte, di cui una dall’ultima parola alla prima, eppure non mi è ancora chiaro che cosa diavolo s’intenda, in queste conversazioni, per “scrittura”. E infatti l’élite è sempre lì a ragionare di Tommaso Landolfi, con la sua lingua-wunderkammer, e magari si dimentica del povero Bontempelli, dalla lingua limpidissima: per tacer di Piero Chiara. Se poi si è donne, ancora peggio: non basta nemmeno scrivere La storia o Menzogna e sortilegio per sottrarsi all’accusa di “cedere” alla “letteratura popolare”; e non so quanti appartenenti all’élite ho incontrato, che disprezzano il lavoro di Margaret Mazzantini senza averlo mai letto (eh già: lei è donna, bella, ricca, attrice, con marito figo, e per di più figlia di un padre repubblichino).

7. Non voglio proporre un’estetica revisionista. Non voglio rivoluzionare il canone. Anche a me D’Arrigo interessa più di quanto m’interessi Mazzantini (ma Bontempelli m’interessa più di Landolfi, e Morante più del Pasolini che l’accusò di feuilletonismo). Faccio anch’io parte di quella élite, per quanto scorbuticamente. Ma faccio notare che per chi, oggi, in Italia, abbia voglia di investire nello scrivere, c’è un “orizzonte d’attesa” del tutto diverso da quello che c’è negli Stati uniti d’America o in India. E l’idea che un prodotto “alto” debba consistere in un (più o meno pronunciato) “scarto” dalla “norma”, mentre non possa consistere in una efficiente attuazione della norma stessa, è ben radicata. Ricordo un episodio dal Giornalino delle famiglie di Giovanni Guareschi (compatìtemi, le mie letture fondative son queste). La collaboratrice familiare scopre che Giovanni ha scritto dei libri. Se ne fa prestare uno. Lo restituisce qualche giorno dopo con la battuta che riporto a memoria: “Lui scrive di cose che tutti sanno con parole che tutti capiscono. Questa non è cultura”. (La competenza nella lingua di questa donna è tale, che si rivolge a Margherita con il “lei”, e a Giovanni – poiché è maschio – con il “lui”: ma la sua idea di “cultura” è la medesima dell’élite).

8. A questo punto, suppongo che tra lettrici e lettori aleggi la domanda: “E dunque?”. E dunque, lo stato di fatto è questo, delineato sommarissimamente, e ne va preso atto. Il “peso politico” della lingua inglese è aumentato moltissimo nell’ultimo secolo, facendo fuori il primato francese: quanti romanzi francesi del Novecento avete letti, in confronto ai romanzi di lingua inglese? Certo, la Francia d’oggi non può esibire una sequenza del tipo Balzac, Hugo, Zola, Goncourt, Flaubert, Proust, Gide. Ma vorrà dire qualcosa, in termini di “peso politico”, se La vita istruzioni per l’uso di George Perec non riesce a diventare, in Italia, un romanzo di quelli che “si devono leggere”, né Francis Ponge un poeta indispensabile (è, tra l’altro, pochissimo tradotto). L’ipotesi è: che ci siano “capolavori”, e mettiamo alla parola tutte le virgolette che vogliamo, che restano “invisibili” al lettore italiano. E se ce ne sono in Francia, non ce ne saranno anche in Italia?

9. Nel senso comune, un “capolavoro italiano” è prima di tutto un libro palloso da leggere. Il discredito che circonda I promessi sposi, tanto per fare l’esempio che chiunque farebbe, è impressionante. Certo: la lettura di opere anche sette-ottocentesche tradotte è più agevole, perché la traduzione – per una quantità di ovvie ragioni – punta all’italiano attuale (provate a confrontare una traduzione d’oggi del Viaggio sentimentale di Yorik, di Laurence Sterne, con quella di Ugo Foscolo). Ma sospetto che ci sia molto di pregiudizio. (Anni fa convinsi un’insegnante – di italiano -a leggere un libro che lei aveva sempre disprezzato preventivamente, David Copperfield di Charles Dickens: iniziò con molta riluttanza, e poi si entusiasmò così tanto che ogni mattina mi mandava via sms le sue impressioni sui capitoli letti la sera).

10. E poi, alla fin fine, dove sono tutti questi capolavori? The Sot-Weed Factor o Giles Goat-Boy, or, The Revised New Syllabus, di John Barth, chi li ha letti? Sono pure stati tradotti, uno da Luciano Bianciardi e uno da Luciano Erba, ma dovete cercarli usati (e anche a caro prezzo). Siamo sicuri sicuri che Hemingway sia un grande del Novecento? Che David Foster Wallace abbia fatto qualcosa di nuovo? (Si può fare del bello senza fare del nuovo, sia chiaro). E che Stoner sia un “romanzo perfetto”? (Poi qui sarebbe da fare un discorso sulla epicizzazione – vedi il numero 4 -, ma i dieci punti a disposizione sono finiti).

[Se avete letto fin qua, vi ringrazio: e vi invito a dare un’occhiata al bando per la prossima annualità della Bottega di narrazione – per candidarsi c’è tempo fino al 15 ottobre 2017].

Manette.
Manette.

19 comments on “Le dieci vere ragioni per cui la letteratura anglosassone sforna capolavori a manetta, e quella italiana no”

  1. Un po’ gli italiani se la tirano con la storia della scrittura “alta” (colpa di un passato letterario corposo, accademico e sovente sovrastimato dove il difficile vien fatto sovente coincidere col bello?), e un po’, nonostante sorrisi e strette di mano di certe vetrine letterarie, soffrono di malcelate invidie col risultato che poco sia buono, quasi un non darla vinta, insomma. Poi le donne che scrivono, capita, diano fastidio anche in quanto donne, il maschilismo bagna la penisola un po’ qua e un po’ là da sempre, la scrittura non ne è indenne. Se poi sono donne fortunelle come la Mazzantini, aihnoi, meglio una Ortese autodidatta e di umili origini e sempre in difficoltà economica: fu semplice metterla all’angolo solo perché osò criticare certa intellighenzia partenopea e maschia, mi vien da sottolineare. A me la scrittura curata con quelli che io chiamo passaggi di stile felici o scrittura evocativa che nella semplicità catturano in modo fulmineo e che sono dono e ricerca di chi scrive, è attesa costante purché non se ne “abusi” col rischio di una prosa sì alta, ma sempre in decodifica da parte di chi legge e leggere deve essere un piacere non solo estetico, ma anche di immedesimazione, di corpo e anima, di lingua più alla portata di tutti ché, la cultura, è un ben più vario pot pourri. Che sia alla fine una questione di dosaggio? Confesso di aver letto poco e male e con scarsa passione la letteratura di lingua inglese, causa, sicuramente, la poca conoscenza della lingua che non mi permetteva un confronto soddisfacente col testo originale. Ultimamente ho scoperto Alice Munro, Ali Smith, Carver e m’interrogo sulla tanta fama raggiunta, lingua immediata sì ma anche mondi e risonanze lontani, trovo ben più vicina per tematiche e lingua curata ed accessibile Elena Ferrante. Un’eccezione: Stoner. Non so se sia un romanzo perfetto (quali poi gli indicatori che rendono perfetto un romanzo?), ma parla al corpo e all’anima ed è, semplicemente, bello.
    Un rinnovato grazie per i suoi stimolanti decaloghi.

  2. Il punto 6 vince su tutti, almeno se andiamo a vedere ciò che possiamo fare in quanto italiani (ovvio che l’inglese, parlato ovunque, valica qualsiasi confine nazionale). E allora perché di recente sono arrivati alla ribalta titoli assurdamente complessi, veri stupri linguistici a mio modestissimo avviso, come “Medusa” o “Mescolo tutto”? Parliamo di autori come Roth che scrivono in modo sublime eppure semplice, e poi stiamo qui a venerare chi fa di tutto per non farsi comprendere “dal popolino”? Ma per chi scriviamo allora, se non per la gente?

  3. Ma, David, non sta scritto da nessuna parte che si debba scrivere sempre per tutti. Si può anche decidere di scrivere per una comunità ristretta. Non c’è niente di male, mi pare. La collana di Tunué nella quale sono apparsi Medusa di Luca Bernardi e Mescolo tutto di Yasmin Incretolli ha fatto appunto una scelta del genere. Newton Compton ne ha fatta un’altra.

  4. E’ VERO CHE GLI SCRITTORI ITALIANI MIGLIORI PERSONALIZZANO LA LINGUA.
    PROPRIO PER QUESTO (GRAZIE A UNA LINGUA ITALIANA VERSATILISSIMA, DI GRAN LUNGA LA PIU’ CREATIVA DEL MONDO: LO TESTIMONIA “L’ISOLA DEL GIORNO PRIMA” DI ECO) LE LORO OPERE SONO PIU’ RICCHE E ARTICOLATE.
    I ROMANZI INGLESI AVRANNO PURE MAGGIORE AUDIECE (ED E’ LOGICO, VISTO CHE SONO SCRITTI NELLA LINGUA “FRANCA” DEL MONDO, MOLTO TELEGRAFICA, DIGITALE), MA HANNO MENO MATERIALE DI BASE PER ESSERE VERAMENTE CREATIVI E APPREZZABILI DA QUELLA GENTE COLTA CHE L’ARTICOLISTA SNOBBA, ANCHE SE DICE DI FARNE PARTE.
    RINGRAZIAMO LA FORTUNA DI ESSERE ITALIANI E POTERCI LEGGERE OPERE QUALI LA “DIVINA COMMEDIA” (“IL PRIMO LIBRO DEL MONDO, DI TUTTI I TEMPI E DI TUTTE LE LETTERATURE”, SECONDO BORGES) O “I PROMESSI SPOSI”, IL PRIMO DEI GRANDI ROMANZI 800ESCHI, ANTERIORE A STENDHAL, BALZAC, HUGO, TOLSTOJ.
    L’AUTODENIGRAZIONE E’ UN TRATTO MILLENARIO TIPICO DELLA PENISOLA, E IL NOME GIUSTO PER L’ITALIA E’ “ITALIE”, AL PLURALE COME PER LA REGIONE “MARCHE”.
    IN QUESTO CONSTA LA NOSTRA MISERIA, E INSIEME LA NOSTRA RICCHEZZA (LEO LONGANESI) .
    Sergio.

  5. Abito a Bruxelles da 30 anni, e da 30 seguo le televisioni di mezza Europa. Posso dire che i Tg italiani sono gli unici che non parlano di cultura in generale, e di libri in particolare. Le tivù nazionali, Rai e Mediaset, sono le uniche che non hanno una trsmissione sui libri in prima serata. Quelle che ci sono, non in prima serata, parlano soprattutto di capolavori stranieri, oppure di autori italiani sponsorizzati dalle grandi case editrici, che pubblicano soprattutto autori stranieri. Le statistiche su anglosassoni vs italiani non fanno una grinza, ma non colgono queste differenze.

  6. decalogo che trasuda buon senso. sono le ragioni per cui un libro sorprendente come il battito oscuro del mondo, di Luca Quarin ( non lo conosco e non mi paga) probabilmente avrebbe avuto un buon successo se scritto in inglese e tradotto e invece qua non se lo fila nessuno.

  7. Aggiungi che da noi, se un romanzo non è impegnato o comunque legato al “realismo”, non può essere un buon libro. In America vendono milioni di copie romanzi d’avventura, di fantasy, di fantascienza, d’horror e chi più ne ha più ne metta. Da noi l’unico genere sdoganato ma tuttora considerato letteratura “leggera”, d’intrattenimento, è il giallo. Tutti gli altri sono letteratura di serie B o C. E questo nonostante il genere letterario non sia fisiologico alla letteratura in sé ma solo uno strumento ideato per ragioni commerciali, tant’è che i generi ibridi sono osteggiati da tutti gli editori.

  8. La Mazzantini non la definirei bella, ne’ suo marito Figo. Per il resto grazie di avermi inoculato un po’ di fiducia nella letteratura italiana.

  9. Comunque, resta il fatto che i romanzi italiani sono poco tradotti in inglese. All’estero se chiedi un nome di un autore italiano, ti citano tutti Eco. O Dante.

  10. Il problema è che in Italia la narrativa non è mai stata presa sul serio. Intendo la narrativa della trasparenza stilistica, dello “show, don’t tell” multisensoriale e dinamico, della “retorica della dissimulazione” e dell’immersione in una “realtà virtuale”, dell’immedesimazione del lettore attraverso un filtro profondo del punto di vista che porti anche alla “sommersione dell’Io”. Tutto ciò in alcuni paesi esteri si è sviluppato a partire dall’800 grazie a innovatori come Ford, è passato a metà ‘900 per la Scuola Neoaristotelica di Chicago ed è arrivato, a fine secolo, ad avvalersi dell’aiuto delle neuroscienze cognitive. E in Italia? Be’, da noi tutto ciò è stato derubricato a bazzeccole per libriccini commerciali, mentre la Vera Letteratura™ è Arte. E cos’è l’arte se non ciò che viene definito tale? Crogiolandoci sull’aleatorietà di questo concetto, abbiamo dimenticato l’artigianato, preferendo “rimescolare la grande brodaglia”, come direbbe James. Non è un caso che “Retorica della Narrativa” di Booth in Italia sia rimasto fuori commercio per anni.
    La presa di coscienza della narrativa di genere, che è diventata una disciplina seria, ha col tempo influenzato persino gli standard dell’élite culturale. Ciò, unito a al pragmatismo anglosassone, ha portato anche gli scrittori di “letteratura alta” a ricercare uno stile semplice e diretto. Sono stati citati Roth e Carver, io aggiungo il Nobel Naipaul, che in un’intervista ha detto: «Vorrei una prosa trasparente. Non voglio che il lettore incespichi su di me, ma voglio che lui veda attraverso le mie parole ciò che sto descrivendo. Non voglio che lui dica “Oh, santo cielo, com’è scritto bene!”: sarebbe un fallimento». Si tratta di concetti nati per la narrativa di genere, ma che sono diventati importanti anche per la literary fiction.
    In Italia non abbiamo avuto critici come Knight o editor come Browne, ma anzi l’élite culturale ha sfavorito lo studio serio della narrativa di genere. Così facendo, però, alla letteratura alta è mancato un contrappeso, un punto di vista con cui confrontarsi, finendo col tempo per arroccarsi nell’autocelebrazione. Ecco come si è arrivati all’idea che i Capolavori siano solo quelli scritti in modo complesso e “noioso”, mentre scrivere in modo semplice è visto quasi come una colpa degna di derisione. Ciò non ha danneggiato solo la letteratura alta, ma anche la narrativa di genere, giacché per forma mentis non viene quasi mai presa sul serio neanche da chi la scrive.

  11. Alessandro Fort: se parliamo di professionisti, spesso sì. Non sempre.

    Alberto, indubbiamente ci sono paesi dove i grandi media, e in particolare quelli di servizio pubblico, trattano la cultura (e la cultura libresca in particolare) assai megli di come e quanto facciano i Rai o Mediaset. Non so cosa avvenga negli Usa: ci sono stato poco e ci ho guardata poca televisione. Anche queste cose, effettivamente, contribuiscono a creare un “orizzonte d’attesa” sia per gli autori, sia per i lettori, sia per le case edtrici, sia per i librai, eccetera.

    De judicibus: è per questo, secondo te, che, per esempio, il Calvino non-realista (dico quello di “Marcovaldo”, “I nostri antenati”, “Le città invisibili” ec.) è così impopolare?
    Peraltro mi pare che la frase: “il genere letterario non sia fisiologico alla letteratura in sé ma solo uno strumento ideato per ragioni commerciali, tant’è che i generi ibridi sono osteggiati da tutti gli editori” contenga due affermazioni false. Sostenere che “il genere letterario non sia fisiologico alla letteratura” è bizzarro, considerando che in Occidente, da quando esiste la letteratura, esistono i generi letterari. E lo “sdoganamento” del “giallo” (però chiamato “noir”), in Italia, è arrivato proprio quando il genere originario ha cominciato a “ibridarsi”. Tra il 1995 e il 2005 è stato tutto un gran parlare di “contaminazioni”…

    Michael, pensi che anche “Finnegan’s Wake” sia frutto del “pragmatismo anglosassone”? (Ovvero: quello che tu dici ha senso, ma lo perde nel momento in cui generalizzi troppo – secondo me).

  12. Sono una fiera scrittrice di romanzi rosa, commedie per lo più, storiche e contemporanee, e mi ritrovo a leggere sempre romanzi anglosassoni, in lingua originale. C’è un discorso, al di là delle molte osservazioni fin qua fatte, che riguarda la lingua: l’inglese è una lingua molto più diretta, che non si vergogna di ripetizioni e che si compone di frasi brevi. E’, in altre parole, più facile da leggere e mantiene un buon livello di qualità anche nei generi popolari. E’ fatta per lo più da scrittori e non da ‘autori’ (per me c’è una differenza tra i due termini), come se scrivere fosse un lavoro normale e non la riprova di essere dei geni incompresi.
    In generale, io credo che se un romanzo annoia, anche se abbonda di concetti elevati, ha fallito.
    Stesso discorso per il cinema. A parte pochi casi, gli attori italiani sono spesso dei cani che si credono dei divi e, quando il film pretende di essere colto o impegnato, è spesso retorico e scontato.
    Insomma, perché vogliamo farci del male?

  13. Viviana, sul cinema non dico niente: non c’entra, mi pare; e non mi riconosco competenze.

    Fattostà le opere di lingua inglese che vengono recepite in Italia come “capolavori” sono spesso opere linguisticamente assai “ricche”.

    Secondo me è vano uscire dal terreno della descrizione. Mi pare vano sostenere che un’opera per essere “bella” dev’essere scritta in una lingua elaborata; e mi pare altrettanto vano sostenere il contrario.

    Sul “buon livello di qualità anche nei generi popolari”, ho qualche dubbio: mi pare una generalizzazione esagerata. Per una Kinsella o un King mi pare ci siano cento autori terribili (soprattutto, va detto, di quei generi che non escono praticamente dagli Usa, come a es. la fiction religiosa – anni fa decisi di esplorarla, e mi parve un viaggio nell’orrore). Credo che sarebbe più corretto dire: che anche nei generi popolari ci sono, e non pochi, autori di indubbia qualità (mentre la qualità degli analoghi, in Italia, viene continuamente messa in dubbio).

  14. Poi ci sarebbe il caso Foster Wallace: i suoi libri non sono affatto semplici né scritti in un inglese piano e scorrevole. Però sono tradotti in italiano e hanno ammiratori, mentre il contrario non succede per i libri italiani negli Usa. E Wallace, specie nei libri più lunghi, è di una noia mortale. Ma dato che è americano, portava una bandana e si è suicidato, va bene lo stesso.

    (interessante la totale incomprensione di Michael per la letteratura americana; sembra che l’abbia scoperta su Wikipedia)

  15. Sullo status sociale e culturale degli scrittori di fantascienza (il mio genere preferito) ricordo una vignetta del New Yorker: uno scrittore e la sua famiglia, vestiti di stracci in una casa modestissima, e la moglie che dice ‘Non guardare me, sei tu quello che ha deciso di scrivere fantascienza’)
    In generale, leggendo o anche incontrando famosi e celebrati scrittori di fantascienza americani ti rendevi conto che, a parte pochi casi, di soldi ne giravano davvero pochi, tanto che molti erano costretti a marchette editoriali tristissime, novelisation di film e tie-in di serie.

  16. Be’, Joyce è un caso a parte, e di recedente è stato un po’ rivalutato in negativo (soprattutto Ulisse) anche da chi apprezza la literary fiction. Nondimeno ha un’elevata importanza storica e ha avuto delle intuizioni geniali. Ma Finnegans Wake è del ’39, un’epoca in cui certi principi erano stati sviluppati in forma ancora embrionale nella narrativa e quindi per forza di cose non avevano potuto influenzare la literary fiction. Più calzante è il caso di David Foster Wallace, ma il fatto che in generale ci sia stato un confronto fra i due mondi non nega la possibilità di eccezioni. Il punto cruciale è che questo confronto in Italia non c’è stato, e per una precisa volontà politica dell’élite culturale.
    Che poi anche nei paesi anglosassoni vengano pubblicati romanzi scadenti è ovvio, sia per una questione statistica sia per una questione culturale (non tutti si mettono a studiare scrittura e/o sceneggiatura). È altresì ovvia la persistenza lo stigma verso la narrativa di genere, sebbene decisamente attenuato rispetto a qualche decennio fa e soprattutto rispetto al nostro paese. Attenzione, comunque, a un fatto: io non sto parlando di risultati commerciali, che sono un discorso a parte per il quale bisognerebbe inserire tantissime variabili.

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