Dieci buoni motivi per non essere sé stessi quando si scrive di sé (o di qualcun altro)

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di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Se vi hanno detto che fare dell’autobiografia non va bene, vi hanno detto una sciocchezza. Si può benissimo fare dell’autobiografia, purché non di sé stessi. Ci sono esempi luminosi: per esempio il Davide di Carlo Coccioli o le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Entrambi questi romanzi – famosissimo quello di Yourcenar, immeritatamente meno famoso quello di Coccioli, che sarà presto ripubblicato dall’editore Lindau – sono delle storicamente ineccepibili “biografie in prima persona”, ma sono anche delle “autobiografie intellettuali e spirituali” dei loro autori.

2. In altre parole: la parola “autobiografia” non designa un contenuto, ma una forma. In fondo anche Robinson Crusoe di Daniel Defoe, e più ancora il bellissimo suo Moll Flanders sono delle autobiografie, quanto alla forma; contengono una materia narrativa del tutto inventata, ma sono perfettamente credibili; addirittura, furono pubblicati senza il nome di Defoe, ma come se fossero delle autenticissime autobiografie. Ma anche L’altro mondo, ovvero gli stati e gli imperi della luna e del sole di Cyrano De Bergerac, benché racconti un’avventura impossibile – un viaggio sulla Luna, e oltre – è scritto in prima persona, con la forma del racconto autobiografico. In fondo, si tratta semplicemente di inventarsi una vita.

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3. In alternativa, potete fare dell’autobiografia di voi stessi: purché a scriverla non siate voi (cioè non sia il medesimo soggetto che agisce nella storia). Qui si entra nel difficile, ma ce la caviamo con un esempio celeberrimo: La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Nel giro di un secolo (il libro uscì nel 1923) sono stati pubblicati innumerevoli studi su come e qualmente Ettore Schmitz, alias Italo Svevo, abbia riversato nel “memoriale” di Zeno Cosini la propria effettiva vita: ma il romanzo consiste appunto di un memoriale di Zeno. E’ lui a scrivere. E, per sicurezza, a decidere di pubblicare il memoriale non è nemmeno Italo Svevo, ma il famigerato psico-analista “dottor S.”, che nella brevissima prefazione esplicitamente si addossa, così dice, la responsabilità “di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia”.

4. Quasi tutti noi siamo a stento capaci di fare una o due cose. Ma se io mi immagino di non essere io, e di essere invece uno che sa fare altre cose, posso provare a farle. La scrittrice Laura Albert non ebbe molto successo, finché non ebbe l’idea di inventare J. T. Leroy, di fingere di essere lui, e di proporre agli editori il romanzo autobiografico (ma autobiografico di J. T. Leroy, non di Laura Albert) Ingannevole è il cuore sopra ogni cosa. Laura Albert si ritagliò il ruolo di madre adottiva di J. T. Il successo fu mondiale. Quando, qualche anno dopo, per ripicca o vendetta, il suo compagno ormai ex rivelò la faccenda, ci fu grande scandalo. A mio giudizio, immotivatamente: le opere di finzione sono opere di finzione, c’è poco da fare. E la letteratura è la letteratura.

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6. Ciò di cui sto parlando non è esattamente l’imitazione (e, già che ci sono, dico che l’imitazione è una sana pratica). E’ piuttosto l’immedesimazione. Non si tratta tanto di “fare il verso” a qualcuno, ma di veramente diventare lui in immaginazione. Come i bambini, quando dicono: “Io sono Sandokan!” (o qualunque cosa si usi adesso: io ci ho avuta la mia infanzia più di cinquant’anni fa) e diventano effettivamente Sandokan. Senza ironia. Senza distacco. Senza margini. Totalmente. Per gioco, voi dite? Eh no. Non è mica gioco. E’ immedesimazione. Roba seria.

7. Diventare un altro, anche solo per immaginazione, libera da ogni bisogno espressivo. Perché, certo, se io divento Sandokan, allora tutto ciò che potrei aver voglia di “esprimere” (il mio contenuto interiore) svanisce come neve al sole. Perché non sono io che parlo, anche se c’è un “io” che parla. Non ho più nulla da esprimere. Posso solo rappresentare. (Voi dite, che alla fin fine si finisce sempre con l’esprimersi? Voi dite, che quello che sto scrivendo è un po’ in contraddizione col punto 1? Oh, uffa. Che pignoli che siete. Qui non c’è niente di rigoroso, di categorizzabile: qui ci sono suggestioni).

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8. Dell’altro che diventiamo, sia chiaro, non sappiamo niente. E’ tutto da scoprire: tutto il suo essere sta nell’opera. Così non corriamo il pericolo, nel quale spesso cadono coloro che si avventurano a scrivere qualcosa di effettivamente autobiograsfico, di presupporre noi stessi. Molte autobiografie, più o meno romanzate, sono illeggibili perché in realtà l’autore o autrice non presenta “sé nel mondo”, e non parla mai di sé come di un qualcosa che non è conosciuto, e deve diventare conosciuto (almeno dal lettore, che prima di cominciare a leggere non ne sa niente). Si presuppone, appunto, e noi lettori finiamo col sorbirci una lunghissima esposizione del punto di vista sul mondo di un soggetto del quale in realtà non sappiamo niente. Come se, per dire, al ristorante vi dessero da mangiare il menu – e non le pietanze.

9. Vi dico questo anche sulla base della mia esperienza. Nella mia ormai lunghetta vita sono stato pressoché sempre Giulio Mozzi, ma sono stato anche Carlo Dalcielo e, più recentemente, Mariella Prestante. E vi assicuro che l’esperienza di essere qualcun altro ha contribuito anche alla mia conoscenza di me stesso.

10. L’altro è il luogo dove si costituisce la nostra possibilità di parlare. (E questa è una massima così massima, che non ve la commento nemmeno).

[Nella foto in alto: Ilse Bing, Autoritratto con la Leica].

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