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I dieci concetti fondamentali del montaggio narrativo

2 commenti

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Niente è più noioso di una storia raccontata dal principio alla fine. Vabbè, l’ho sparata grossa. Proviamo a riformulare: Esistono seri rischi che una storia, se raccontata dal principio alla fine, risulti tutto sommato noiosa. Ma forse no, non ci siamo ancora. Terzo tentativo: Niente è più noioso di una storia nella quale non si capisce che cosa è importante e che cosa no. “Alt”, direte, “ma questo, che c’entra col montaggio?”. Appunto: il montaggio è esattamente ciò che serve a far capire che cosa in una storia è più importante e che cosa meno. In particolare: serve a far capire che cosa non è importante per nulla (come lo si capisce? facile: non viene raccontato) e che cosa è importantissimo (come lo si capisce? facile: viene raccontato quando meno te l’aspetti). Pertanto:

2. Per fare un buon montaggio di una storia, bisogna aver chiaro che cosa è importante e che cosa no. Avete presente quegli articoli, nel web, in cui metà delle parole sono in neretto, come se fossero importantissime? Sì, certo. E avrete notato, che più le parole in neretto si infittiscono e più si confondono l’una con l’altra? A-ha. Guardate questo articolo qui, invece: ci sono dieci frasi in neretto, tutte a inizio capoverso, ciascuna preceduta da un numero. Questo semplice fatto dà all’articolo un aspetto ordinato; gli dà una scansione. Voi sapevate già, prima ancora di aver letto una sola parola, che avreste trovato in ogni capoverso un concetto, e che questi concetti sarebbero stati in qualche modo in ordine e/o in progressione. Poi: il capoverso precedente, avrete notato, finisce non con il punto fermo ma con un due punti; segno inequivocabile che i due capoversi sono legati da una qualche consequenzialità. E così possiamo dire che

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Corso fondamentale di narrazione gialla, noir (e affini)

3. Il montaggio, benché lo si esegua tagliando il testo, serve soprattutto a creare legami. Mettiamo che io vi racconti, nelle prime quindici righe di un testo, la storia di una donzelletta che vien dalla campagna, recando un mazzolin di rose e viole. Poi metto una riga bianca, e continuo raccontando di quella volta che Beppe, Gino e io prendemmo la vecchia Millecento del babbo di Gino e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Pelago. A questo punto il lettore non può che chiedersi: che relazione c’è tra la donzelletta e la Millecento? Che cosa lega questi due eventi, che sembrano non avere nulla che li leghi? Ora, non è detto che il lettore l’indovini subito (soprattutto se siamo proprio all’inizio del testo, quindi ancora in penuria d’indizi). E può darsi che, trecentosettantadue pagine dopo, non ricordi molto chiaramente quella domanda. Ma una buona narrazione, ripeto: una buona narrazione, a quella domanda lì dà risposta. E dove? Il più tardi possibile, naturalmente. Perché, infatti,

4. Il montaggio serve a ritardare la conclusione degli eventi e la risposta alle domande. C’è una frase che si cita sempre, riferendola a un qualche grande romanziere, mai il medesimo (perché in realtà nessuno sa chi l’abbia detta per primo, e nemmeno si sa se un primo ci sia stato, e, nel caso, se sia stato davvero un grande romanziere): “Un buon romanzo è fatto di un inizio e di una fine, e di un sacco di roba ficcata nel mezzo per tenerli più distanti possibile”. Se ci pensate, anche la frase che avete appena letta è fatta allo stesso modo: comincia con “C’è una frase”, ossia facendo una promessa, e finisce con la frase, ossia con il mantenimento della promessa; e in mezzo c’è della roba che serve a tenere il più possibile distanti, e tuttavia legati, la promessa e il suo mantenimento. Da questo esempio dovrebbe intuirsi che

5. Il montaggio è frattale, cioè si ripete e rispecchia nelle macrostrutture (la narrazione) e nelle microstrutture (fino alle frasi). Ciascuna scena ha un suo montaggio, e il montaggio di ciascuna scena deve essere coerente, ossia rispecchiarlo e ripeterlo, con il montaggio dell’intera storia. In altre parole: non è che, una volta scritta la storia dal principio alla fine, possiate prendere le forbici e zac!, zac!, zac!, dopo aver tagliato e isolato ciascuna scena, rimontare il tutto, e via. No. Quando avrete finito di tagliare zac! zac! e di reincollare ogni scena in un posto diverso da dov’era prima, dovrete rivolgervi nuovamente alla scrittura, e riscrivere ogni scena, se non ogni frase, avendo in mente il montaggio, l’ordinamento complessivo. In un buon romanzo non esiste differenza o distanza tra narrazione e scrittura. Il movimento delle domande e delle risposte, delle promesse e dei mantenimenti, dev’essere armonico in tutta l’opera. Certo: potrete avere andature diverse in diverse parti dell’opera, così come in un’opera musicale possono succedersi, che so, la forma-sonata, il rondò, il minuetto, e magari una nuova forma-sonata. Ma tutti i conti devono tornare, e se nelle prime note il destino bussa alla porta, nelle ultime qualcuno dovrà aprirgli.

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6. Il montaggio serve a raccontare contemporaneamente più storie. Tutti conoscono il “montaggio alla Griffith”, o montaggio parallelo, consistente nell’alternare eventi di una storia con eventi di una storia più o meno parallela e contemporanea – due storie che, nel migliore dei casi, convergono su un unico evento finale. Ma provate a pensare alla scena “All’idea di quel metallo” del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini (musica) e Cesare Sterbini (libretto); e in particolare al momento in cui Figaro e il Conte d’Almaviva cominciano a cantare ciascuno per conto proprio (il punto esatto è qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Rond%C3%B2). Nella regia di Dario Fo alle due storie in cui è immerso ciascun personaggio si somma addirittura una terza storia, ossia il cambio di scena.

Se l’opera non vi piace (ma avete torto) potete assaggiare questo esempio dei Pink Floyd: Jugband Blues. Una banda dell’Esercito della salvezza venne convocata in studio, e fu detto loro di suonare quel che gli pareva.

7. Il montaggio, insomma, non è necessariamente solo distinzione; può essere anche sovrapposizione. Il romanzo di Gaia Servadio Il metodo (Feltrinelli 1970: non l’avete mai sentito nominare, lo so, ma è molto bello), per esempio, è diviso in tre parti. La seconda parte è scritta in forma di pièce teatrale. A un certo punto la scena si sdoppia: qualcosa avviene in una sala, qualcosa su un soppalco che affaccia sulla sala. Il testo è stampato su due colonne: in una abbiamo ciò che avviene nella sala, nell’altra ciò che avviene sul soppalco. Vi pare artificioso? Può darsi; all’atto pratico, cioè alla lettura del romanzo, risulta efficacissimo. Un capitolo di Ulisse di Joyce (questo l’avete sentito nominare, vero?) è composto da una quantità di microcapitoletti, ciascuno con un proprio titolo, ciascuno contenente per così dire un’istantanea di qualcosa che avviene da qualche parte nella città di Dublino. Vi sono microcapitoletti che contengono il medesimo evento, colto da punti di vista diversi, o in istanti leggermente diversi. Vi sembra bizzarro? Ma, scusate, avete mai visto un film di Cristopher Nolan? (Uno facile, per esempio: Dunkirk).

8. Il buon montaggio non mette in scena sé stesso, e se avete mai visto un film di Christopher Nolan avete già capito cosa intendo dire. Il flusso della narrazione deve pur sempre apparire, a chi legge, naturale. Il montaggio non è innaturale. Il montaggio è logico, solo che la sua logica non è quella narrativa. Il montaggio mette le informazioni nell’ordine in cui vogliamo che il lettore le recepisca: e non è scritto da nessuna parte che questo ordine debba coincidere con l’ordine della narrazione. Domanda: come si fa a decidere in quale ordine vogliamo che il lettore recepisca le informazioni? Risposta: pensiamo all’ordine in cui le immagini appaiono nella nostra mente, man mano che inventiamo e costruiamo una storia. Alla fine il teatro dovrà essere tutto allestito nella mente del lettore, il più possibile simile al teatro che si è creato nella nostra mente. Di solito non c’è nessuna relazione visibile tra l’ordine con cui gli elementi della storia ci vengono in mente e l’ordine della narrazione. Analogamente, può non esserci nessuna relazione visibile tra l’ordine della narrazione e l’ordine in cui le informazioni vengono presentate al lettore. Vi sembra un indovinello? Lo è.

9. Il romanzo e il cinema sono due cose completamente diverse, le serie televisive e il romanzo si assomigliano. Quasi tutti noi siamo vittime di un’idea di montaggio che è quella del cinema, e tendiamo ad assimilare il montaggio cinematografico al montaggio narrativo del romanzo. Niente di più sbagliato. Un film, anche se lungo, spesso non ha una consistenza narrativa maggiore di quella di un racconto. Se vogliamo del “cinema romanzesco” dobbiamo rivolgerci piuttosto alle serie televisive (ci sono eccezioni? sì, ci sono; e allora? sono eccezioni). Il principio del progressivo rilascio delle informazioni è sfruttato al massimo nelle serie televisive. Tutti conoscono la battuta attribuita a Cechov (e stavolta penso che l’attribuzione sia giusta): “A teatro, quando si alza il sipario, se alla parete della stanza è appeso un fucile, prima della fine del terz’atto [cioè della pièce] quel fucile dovrà sparare”. Nelle narrazioni lunghe e complesse ci sono moltissimi fucili appesi a innumerevoli pareti – e tutti, in un artistico e imprevedibile ordine, dovranno sparare. Naturalmente si può anche fare l’esatto contrario: disseminare la storia di fucili che non sparano, o di colpi sparati da nessun fucile. Ma è molto più difficile (eventualmente, cercate informazioni sul McGuffin).

10. La fine della narrazione non è necessariamente la fine della storia. Se avete una certa età vi ricorderete i telefilm del tenente Colombo: dei gialli nei quali, nella prima scena – quella che precedeva la sigla – veniva mostrato esplicitamente il delitto. Si guardava dunque la puntata sapendo già chi era il colpevole; il mistero stava nel modo in cui il tenente Colombo sarebbe riuscito a sgamarlo. Ecco: l’idea, molto diffusa, che il montaggio serva a nascondere informazioni al lettore, è completamente sbagliata. Un lettore (o uno spettatore) può sapere tutto della storia, può anche sapere fin dall’inizio come andrà a finire, può anche conoscerla per conto proprio, e tuttavia – se il montaggio è ben fatto – la tensione non mancherà. Perché la sostanza di una storia non è costituita dagli avvenimenti, ma dalla forma della storia stessa.

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Il Laboratorio annuale della Bottega di narrazione, nell’annualità 2020-2021, si svolgerà completamente a distanza

2 comments on “I dieci concetti fondamentali del montaggio narrativo”

  1. Mi aspettavo di leggere il nome di Cortàzar in questo bel articolo, come mai neanche una parola del “Gioco del Mondo”, dov’è il lettore che si monta da solo il romanzo?

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