Bottega di narrazione, Scrittura creativa, Creative reading, Scuola di scrittura

Che cosa hanno letto di bello nel 2020 i docenti della Bottega di narrazione

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Visto che tutti si affannano a fare classifiche, anche la Bottega di narrazione apre l’anno nuovo con una lista. Non dei libri più belli del 2020 (bisognerebbe averli letti tutti, o quasi), ma sempliemente dei libri più interessanti che abbiamo letti, noi docenti, nel corso del 2020. Naturalmente possono anche essere libri di venti, trenta o settant’anni fa. Ci siamo dati un criterio di massima: un’opera narrativa italiana, una non italiana, un’opera saggistica. Poi ciascun docente ha interpretato il criterio un po’ come ha voluto. Abbiamo escluso, come è giusto che sia, i libri nostri, quelli degli allievi, e in generale i libri alla cui pubblicazione abbiamo in qualche modo contribuito. (Il quadro qui sopra è Katia lisant, di Balthus)

Emanuela Canepa

Città sommersa di Marta Barone (Bompiani) è un libro di esordio di grande raffinatezza. Mentre scorrevo le pagine non riuscivo a non pensare di continuo al conflitto fra la giovane età dell’autrice e la maturità della scrittura. Una maturità trasversale, potente nella lingua, nelle immagini e nella densità dello sguardo. Una vicenda familiare che ha il potere di farsi storia di una nazione senza uscire dal perimetro della biografia personale. Per quel che mi riguarda, un testo impressionante.

Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (minimum fax) nella traduzione di Gaja Lombardi Cenciarelli. Il tema è di quelli carissimi alla O’Connor: la Grazia che si manifesta attraverso il più indegno dei servitori. La presenza di Dio come destino incombente da cui non si può fuggire. Il Male che ti siede accanto al lato opposto di un tavolaccio di legno scheggiato. In ogni pagina del libro, come sempre nella O’Connor, spira un’aria da Antico Testamento applicato alle praterie americane che è capace di incutere nella stessa misura fascinazione e paura.

Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta di David Lipsky (minimum fax, traduzione di Martina Testa). La conversazione lunga cinque giorni che si svolse fra DFW, a due settimane dall’uscita di Infinite Jest, e il giornalista di “Rolling Stone” David Lipsky. Tutto quello che serve per capire che se è vero che la morte di DFW è stata una perdita incommensurabile, lo è altrettanto il fatto che, date le circostanze, si trattava di un epilogo inevitabile. A noi rimane solo il rammarico.

Massimo Cassani

Roderick Duddle, di Michele Mari (Einaudi). Un libro concepito come un romanzo popolare dell’Ottocento, con una spuzzata di metaromanzesco. Buoni e cattivi, “avventure avventurose”, colpi di scena, doppi e tripli giochi, bramosie di ricchezza, inevitabili orfanelli ed eredità di quelle che cambiano la vita. E anche umorismo quanto basta, iniettato da un narratore “invadente”. Un gioco colto che ci fa capire quanto può essere complesso scrivere un romanzo cosiddetto popolare (e quanto può essere divertente leggerlo)

Il Minotauro, di Benjamin Tammuz (e/o, traduzione di Antonio di Gesù). Una storia di base, in fondo semplice, che si trasforma in una appassionante narrazione grazie a un raffinato e complesso montaggio. Da leggere, ma anche da studiare (per chi vuole scrivere)

La scrittura non si insegna, di Vanni Santoni (minimum fax). Alzare l’asticella è utile per scoraggiare chi vuole considerarsi scrittore, senza avere una solida base di letture? Per Santoni, sì, è utile, anzi indispensabile. E’ più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che diventare bravi scrittori senza aver letto l’Ulisse di Joyce. Ma è davvero così? Il dibattito è aperto.

Raccontare il paesaggio, Bottega di narrazione, Scrittura creativa, Creative writing, Come si scrive un romanzo, Corsi di scrittura a distanza

Gabriele Dadati

La mezzaluna di sabbia, di Fausto Vitaliano (Bompiani). Letto con un certo pregiudizio (e cioè quello che l’autore sia uno dei raccontatori di storie più intelligenti e capaci attivi oggi in Italia), ma allo stesso tempo con un minimo d’apprensione (un autore che, dopo aver scritto sempre storie di identità e fantasmi, partorisce un maresciallo dei carabinieri calabrese che rischia di diventare un personaggio seriale?), alla fine mi ha reso quello che desideravo essere e che non ero più da un po’: un lettore felice di leggere il libro che ha tra le mani. Gori Misticò – di cui il sottotitolo annuncia che quelle narrate sono “le ultime avventure” – è frutto di un colpo di un colpo di genio: malato terminale, si muove a fatica e indaga controvoglia. Con il risultato che un’altra puntata non sembra una prospettiva ovvia, ma una fortuna desiderabile.

Nascita di un ponte, di Maylis De Kerangal (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Alessia Piovanello). Avendo letto in precedenza lo splendido e terrificante Riparare i viventi – in cui si narra ora dopo ora cosa accade dal momento in cui si verifica un incidente stradale in cui è possibile un espianto d’organi al momento in cui quegli organi finiscono in effetti in nuovi corpi – si resta forse ancora più colpiti da quest’altro libro, che è invece un racconto corale, dove il tempo non passa come distillato, ma resta ampio ad accogliere meschinerie e sogni degli uomini. Fino a che il nuovo ponte si farà, oppure no, a seconda degli interessi che prevarranno. La scrittura, diversa da quella di Riparare i viventi, è a modo suo ipnotica e perfetta.

Drawing As Fighting. Manuale per un disegno da combattimento, di Marco Bongiorni (Milieu). L’autore – giovane artista che insegna da anni alla NABA di Milano – propone in modo molto convincente un parallelo tra le attività principali che ha portato avanti nella sua vita: il disegno e il pugilato. I concetti di limite, distanza, ritmo, reattività, potenza e precisione diventano ponti tra l’una e l’altra disciplina in maniera nutritiva e tutt’altro che scontata (o, peggio, forzosamente imposta). Da riporre nella propria biblioteca a fianco di Quando vi ucciderete, maestro? di Antonio Franchini.

Valentina Durante

Il giocatore invisibile, di Giuseppe Pontiggia (Mondadori). Pontiggia viene spesso considerato, insieme a Calvino, uno degli autori italiani profeti della semplicità. Il giocatore invisibile ci mostra invece quanto Pontiggia sia denso, prima che semplice; un solo aggettivo contiene una quantità di significato che altri autori non riuscirebbero a esaurire con un’intera frase. Peccato prenderlo a esempio solo per la rarefazione nei dialoghi o la presunta capacità di sottrarre (lui, semmai, concentra), quando la sua cifra – esistenziale, prima ancora che stilistica – sta nello sguardo sul mondo, intriso di un’ironia affettuosa, distaccata e insieme partecipe. Ne Il giocatore invisibile un professore all’apice della carriera viene attaccato da un anonimo in una rivista di filologia. Tutti gli uomini provano odio, ma i filologi sanno odiare molto più degli altri: da questo assunto, parte la caccia al misterioso accusatore. Nei romanzi di Pontiggia non esiste una relazione sentimentale che non sia minata, o forse sostenuta, dal tradimento; potremmo quasi definirlo – semplificando – l’autore del pied-à-terre.

Poesia dal silenzio, di Tomas Tranströmer (Crocetti, traduzione di Maria Cristina Lombardi). Ma potrei indicare un qualunque altro poeta che scrive in una lingua cosiddetta “minore”, accessibile a un lettore italiano (di norma) solo in traduzione. E allora perché proprio Tranströmer? Perché il poeta svedese premio Nobel 2011, che è stato psicologo di professione ed eccellente pianista, proclama nell’esergo di questa raccolta l’inadeguatezza della traduzione poetica e al tempo stesso la liceità dell’infischiarsene. Dal punto di vista teorico la traduzione poetica può considerarsi un’assurdità. Ma in pratica dobbiamo credere alla traduzione della poesia. Consigliato per zittire, di tanto in tanto, il filologo che è in noi (e perché zittirlo? Perché – vedi sopra – nessuno sa odiare quanto un filologo).

La prospettiva come “forma simbolica”, di Erwin Panofsky (Abscondita, traduzione di Enrico Filippini). I manuali di geometria descrittiva ci dicono che la prospettiva è la scienza che insegna a rappresentare gli oggetti tridimensionali su una superficie bidimensionale, in modo che l’immagine prospettica e quella data dalla visione diretta coincidano. Ma “prospettiva” ha un significato ben più ampio: deriva dal latino “perspectiva” e quindi da “perspicere”, vedere chiaramente. Nel suo dibattutissimo saggio, pubblicato in tedesco nel 1927, il critico d’arte Panofsky attribuisce alla prospettiva un valore relativo anziché assoluto: la prospettiva è una delle forme simboliche attraverso cui le singole culture e le singole epoche rendono visibile la loro concezione spaziale. Non si tratta dunque di una legge per comporre, ma di un modo di guardare. Il punto di vista è una relazione dinamica fra la realtà, l’artista che la traduce in opera, e lo spettatore che, osservando l’opera, la ri-traduce. Ecco perché tante opere ci sembrano irrealistiche e datate; ed ecco perché abbiamo ragione da vendere (e nessuna ragione) quando le consideriamo tali. Vale anche per la letteratura.

Claudia Grendene

Il mio Carso, di Scipio Slataper (Giunti, con prefazione di Emanuele Trevi). Un romanzo di un centinaio di pagine dalla struttura poco romanzesca, viene definito un’autobiografia lirica. È un libro a cui ritorno con periodicità, soprattutto nei momenti in cui ho desiderio di scrittura incandescente. Questo romanzo, unico romanzo vista la breve vita dell’autore, vede il protagonista confrontarsi col suicidio della donna amata e cercare pace nella natura complessa della sua terra d’origine, il Carso, perfetto simbolo dell’esistenza ‘dura e buona’. Vorrei dirvi: Sono nato in Carso, Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia, Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava, Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste. Un romanzo che inizia in seconda persona plurale e finisce in prima plurale, Noi vogliamo amare.

Pic Nic a Hanging Rock, di Joan Lindsay (Sellerio, traduzione di Maria Vittoria Malvano). Affascinata dall’omonimo film di Peter Weir, ho letto il bel romanzo da cui è tratto. È stata una scoperta. Australia, 1900. La trama, nota a tutti, racconta lo smarrimento misterioso di quattro studentesse dell’Appleyard College sull’antica montagna di Hanging Rock. Di due di loro non si troverà mai più traccia. Il romanzo è stato un caso letterario grazie all’ambientazione suggestiva e all’impostazione narrativa che lo fa sembrare tratto da un caso di cronaca. La storia è in realtà completamente inventata. La fama di questo romanzo è da attribuire in buona parte all’editor che ha consigliato a Joan Lindsay di tagliare l’ultimo capitolo, reso noto dopo la morte dell’autrice, cioè il finale esplicito circa il destino (singolare e surreale) delle ragazze. Privo di finale, il mistero di Hanging Rock è rimasto aperto nel romanzo e qui risiede tutto il fascino. È interessante vedere come il linguaggio cinematografico abbia messo la figura di Miranda al centro, per cui tutti ricordiamo il bel volto della giovane botticelliana e biondissima che si gira verso di noi e sorride. Andando a leggere il romanzo, invece, conosciamo Miranda per sottrazione: non compare quasi mai in scena e dirà, in tutto il romanzo, sì e no tre battute.

Lady Medusa. Vita poesia e amori di Amalia Guglielminetti, di Silvio Raffo (Bietti). Biografia e opera poetica omnia di Amalia Guglielminetti (1881-1941), un caso di damnatio memoriae della letteratura del Novecento. Biografia completa e avvincente di una vita davvero fuori dal comune per una donna di quell’epoca, un quadro esaustivo dell’ambiente culturale (prevalentemente al maschile) che è stato il contesto entro cui questa autrice si è mossa. Amalia Guglielminetti muore sola, tacciata di essere portatrice di sventura. Ho apprezzato la lettura delle poesie. Silvio Raffo include anche l’epistolario con Guido Gozzano.

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Giulio Mozzi

Low. Una trilogia, di Gherardo Bortolotti (Tic Edizioni). Ovvero quando la “liberazione dal senso” (della quale tanto ci si preoccupava, anche con un certo moralismo politico, negli anni Settanta della mia formazione) diventa davvero “liberazione di senso”. Un libro di “prosa in prosa” (tagliando con l’accetta: di prosa intensissima, così intensa da essere ancora più intensa della poesia, e con un controllo fortissimo della prosodia) composto di testi brevi che si legano tra loro con regole e ricorrenze quasi da sestina, da trobar clus – eppure un testo di una limpidità e trasparenza commoventi.

Tre lezioni sul romanzo, di Luca Doninelli (Inshibboleth). Doninelli è uno dei nostri scrittori maggiori – lo è anche se se ne sta appartato – e in queste tre lezioni dà il meglio di sé, arrivando a mostrare come il romanzo non sia (come dice una certa vulgata) un “affresco del mondo”, ossia un oggetto biecamente realistico, né un artistico divertissement (come dice certa altra vulgata), ma “un’immagine enigmatica dell’universo e del nostro modo di pensarci al suo interno”. Un’immagine, enigmatica.

Paterson, di William Carlos Williams (Lerici, traduzione di Alfredo Rizzardi). Non è un libro del 2020, ovviamente. E’ un classico del Novecento americano. L’ho riletto quasi tutto, e quando l’avrò finito sarà la quarta volta. La traduzione italiana mi pare sia piuttosto criticabile, si prende delle libertà che non capisco . Ma il canto e racconto della città di Paterson – città che è come un Adamo primigenio, un corpaccione composto dalla miriade di corpi che ne saranno la discendenza – è per me un modello inarrivabile. Mi sono lasciando andare alle storie, come le altre volte. E, come le altre volte, ho osato pensare che se un diavolo mi chiedesse l’anima in cambio del talento necessario a fare un’opera come il Paterson – be’ tentennerei.

Fiammetta Palpati

La lente scura, di Anna Maria Ortese, a cura di Luca Clerici (Adelphi). Perché è una raccolta di scritti e articoli di viaggio curati dal maggior esperto italiano di letteratura di viaggio. Perché dimostra che per vedere i luoghi è necessario sradicarsi e poi radicarsi nuovamente. Perché la lente scura dell’autrice (che “carpisce alle cose la loro faccia buia” come recita la quarta di copertina) offre l’opportunità di domandarsi: che filtro adopero quando guardo? quando sento? quando ricordo?

Incontri alla fine del mondo. Convesazioni tra cinema e vita, di Werner Herzog, a cura di Paul Cronin, traduzione italiana a cura di Francesco Cattaneo (minimum fax). Perché è un viaggio nella memoria, nella lingua, nell’archivio, nell’immaginazione di uno dei più grandi viaggiatori viventi. Perché Herzog sostiene, modestamente, di non avere una poetica e noi finiamo con il credergli mentre tutto ciò che di suo godiamo sembra dimostrare la coerenza di una visione. Perché incoraggia (o almeno ha incoraggiato me) a fare arte (cinema, letteratura, vita o altro che sia) assumendo un rischio: sapere da dove si parte e ignorare quello che si troverà.

Roma moderna. Da Napoleone I al XXI secolo, di Italo Insolera (Einaudi). Trattasi della lettura della nuova e accresciuta edizione, dl 2011, rispetto alla prima del 1962. Perché è la prima storia dell’Urbe in epoca moderna e contemporanea. Perché è rimasta insuperata per precisione e accuratezza. Perché è molto romanzesca: un esaltato che vorrebbe modernizzare la città delle città a propria immagine (rappresentato di volta in volta da Napoleone I, Benito Mussolini e, successivamente, da più modesti epigoni), un nutrito gruppo di cattivoni che ne approfittano per arricchirsi (il clero, l’aristocrazia romana, i palazzinari, eccetera), un piccolo gruppo di oppositori con buoni propositi ma armi spuntate (gli urbanisti), una massa inerme spostata da una parte all’altra (il popolino), e Roma, e il suo Agro, la cui forma e identità periscono e resistono. Da leggersi prima di qualsivoglia Suburra.

Simone Salomoni

La mischia, di Valentina Maìni (Bollati e Boringhieri). La mischia di Valentina Maìni racconta la storia di due gemelli – Gorane e Jokin, figli di separatisti baschi – in cerca della loro peculiare e autentica identità. L’identità, sociale e personale, è il tema di questo romanzo di cinquecento pagine che si può leggere affidandosi all’immaginario dell’autrice, oppure, per contrasto, alla curiosità di vedere se e quando l’autrice cadrà. Maìni non cade mai e scrive un romanzo pressoché perfetto, un romanzo che pare scritto anche (non solo ma anche) con l’intenzione di essere riconosciuta scrittrice da quella che potremmo chiamare comunità letteraria, se ancora ne esiste una. L’intenzione mi pare perfettamente soddisfatta. Novantadue minuti di applausi.

Storia di una passione, di Nin e Miller (Bompiani, traduzione di Francesco Saba Sardi). Storia di una passione, titolo originale “A literate passion” è il carteggio completo delle lettere che Henry Miller e Anaïs Nin si sono scritti fra il 1932 e il 1953. Miller e Nin sono a mio avviso una delle coppie più affascinanti dell’intero novecento; coppia di amanti, coppia di amici, coppia di scrittori – ma forse è più corretto dire: di artisti – che si sono supportati per tutta la vita. Un rapporto che va al di là dell’amicizia, al di là dell’amore e al di là dell’arte. Una relazione totale alimentata nelle opere dei due scrittori e indagata e scavata e chiarita nelle pagine dense, a tratti struggenti, di questo fenomenale carteggio. “Anaïs, non pretendere che io abbia la testa sulle spalle. Smettiamola di essere sensati.” “Henry, Henry, non pentirti mai delle lettere che mi scrivi – rimettono a posto ogni cosa!”

Che cosa vediamo quando leggiamo di Peter Mendelsund (Corraini, traduzione di Maria Teresa de Palma). Peter Mendelsund, art director e teorico della grafica e dell’art direction editoriale, autore – secondo il Wall Street Journal – delle copertine più riconoscibili del mondo, ci accompagna fra le immagini che il nostro cervello elabora durante l’esperienza della lettura. Esperienza, secondo l’autore, più vicina all’ascolto della musica che non alla visione di un film: teoria interessante che mette in discussione decenni di “show don’t tell” e che pone al centro della scrittura tutto quello che il lettore non può vedere. Un oggetto-libro meraviglioso che è di per sé un’esperienza di lettura visiva unica. Un libro per scrittori e lettori, utile anche per editori molto a corto delle più elementari nozioni di progettazione grafica.

Giorgia Tribuiani

L’Iguana, di Anna Maria Ortese (Adelphi). Leggendo L’Iguana ci si sente sempre in bilico tra un mondo fiabesco, dove la presenza di creature misteriose e di un diverso scorrere del tempo non necessitano di una spiegazione (né, di fatto, la presentano), e la concretissima rappresentazione dei sentimenti e delle fragilità umane. L’impressione che si ha, approcciandosi alla storia dell’Iguanuccia, è di attraversare un sogno lungo tutto il libro e di venirne fuori, però, con sensazioni e riflessioni vividissime sulla frustrazione dei desideri, sul loro inappagamento, sull’inquietudine che coglie i corpi e le menti di fronte al mistero dell’altro essere vivente, sulla tristezza.

Il padiglione d’oro, di Yukio Mishima (Feltrinelli, traduzione di Mario Teti). Colpisce, in questo romanzo, come una tale portata dell’ossessione narrata sia stata resa da Mishima con un linguaggio e in una forma che di ossessivo non presentano una virgola. Dietro la prosa misuratissima e a tratti poetica dell’autore, il tormento dello storpio Mizoguchi causato dall’immagine (più mentale che realistica) del padiglione d’oro sembra scalciare e colpire per potersi manifestare: un contrasto che eleva all’ennesima potenza la portata emotiva del romanzo. Fino ad arrivare a uno dei finali più liberatori che abbia letto negli ultimi anni.

Capire, fare e reinventare il fumetto, di Scott McCloud (Bao Publishing, traduzione di Leonardo Favia). In questo trittico di saggi, Scott McCloud raccoglie l’eredità di Will Eisner e, partendo dal suo Fumetto & Arte sequenziale, elabora una riflessione a trecentosessanta gradi sulla nona arte: dall’evoluzione “storica” alle differenze narrative ed espressive tra fumetto occidentale e manga, dagli studi sulla fruizione ai dietro le quinte, il volume, ricco di esempi e anch’esso a fumetti, risulta un ottimo testo di studio non solo per i fumettisti, ma anche per chi vuole approcciarsi a una lettura più stratificata e consapevole di fumetti e graphic novel.

Giovanni Zucca

Un anno convulso di letture spezzate e convulse; frammenti di libri iniziati, compulsati, lasciati; tanto web (pandemia, elezioni USA, narrativa crime, curiosità e bizzarrie già dimenticate…).

Emerge dal caos Il muro, di John Lanchester, (Sellerio, traduzione di Federica Aceto), serrato dramma in tre atti su un mondo che è già quasi il nostro: un’Inghilterra ancora più isolata da un mare che si è innalzato, interamente cinta da un muro pattugliato da una milizia appositamente reclutata per tenere fuori gli Altri. Chi fallisce nel compito viene espulso, e diventa un Altro. Una solida rappresentazione delle possibilità della narrazione in prima persona, quando uno la sa usare.

Ho riletto dopo anni La spia che venne dal freddo (Mondadori, traduzione di Attilio Veraldi) quest’estate, prima che il dannato doppio-venti si portasse via anche John Le Carré. Un intricato e limpido romanzo di spionaggio nel cuore della Guerra fredda, dove l’intrigo non soffoca ma anzi illumina di riflessi oscuri l’ambiguità e la disperazione dei personaggi. Ancora oggi un modello per chi voglia scrivere spy-stories (è non solo), è anche un monito per ricordarci, come scrive Le Carré stesso nella prefazione alla mia edizione da edicola, che alla fine «i valori morali del mondo dei Servizi segreti sono molto simili ai nostri».

Di guerra fredda, di rivoluzioni e di guerriglie si fa eco (altra rilettura) anche Le falangi dell’ordine nero, splendido e feroce graphic novel di Enki Bilal e Pierre Christin (Alessandro Edizioni, traduttore non indicato): un crossover per (potenti) immagini tra l’Hemingway della guerra di Spagna e Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, dolorosa presa d’atto che per lottare contro il male devi ricorrere al male, e che la morte non distingue tra buoni e cattivi.

Aggiungo un mix confuso di scritti sullo scrivere che vanno dalle vette di Milan Kundera (L’arte del romanzo) all’ironico pragmatismo di Lawrence Block (Spider, spin me a web), mentre passeggiavo in compagnia di Umberto Eco (Sei passeggiate nei boschi narrativi, La Nave di Teseo) – e per ovviare alla scarsità (eufemismo) di letture italiane mi aggrappo in zona Cesarini a un bel film come Alaska di Claudio Cupellini (RaiPlay), una bella storia di amore difficile in bilico fra tragedia e (una specie di) fragile redenzione, ben confezionata da una regia attenta e con un Elio Germano psicotico perfetto.

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