Moby Dick e il bianco

di Silvia Cacaci

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Moby Dick è un romanzo complesso, stratificato, conosciuto dal vasto pubblico principalmente per la famosa ossessione del capitano Achab per, appunto, Moby Dick: la “caccia alla balena bianca” tuttavia copre solo un centinaio di pagine rispetto al resto dell’opera, che ne conta in totale 641.

Cosa c’è, in questo libro, oltre ad Achab e alla sua ossessione? Le balene, le loro caratteristiche e le differenze tra una specie e l’altra; le baleniere, cioè le navi usate a quel tempo per la caccia alle balene, e tutto ciò che queste navi contenevano: l’equipaggio, gli strumenti per la caccia e quelli per la lavorazione degli animali catturati; i riferimenti letterari, soprattutto biblici.
E poi, la presenza ossessiva del colore bianco.

Il bianco è ovunque tra le pagine, se ne parla in continuazione, e al colore bianco di Moby Dick è dedicato un intero capitolo, il quarantaduesimo, intitolato “The Whiteness of Moby Dick” (“La bianchezza della balena”).

Ismaele, in questo capitolo, prima elenca molti oggetti e idee la cui bellezza e raffinatezza viene esaltata dal colore bianco (i marmi, per esempio, o quelle camelie che ci fanno pensare a Proust, al fiore che indossava all’occhiello) ma poi, dopo avere trattato le “commoventi e nobili cose” di cui il bianco è divenuto nella storia l’emblema, ci presenta l’altro aspetto, quello più interessante, insito in questo colore.

Era la bianchezza della balena che sopra ogni altra cosa mi inorridiva. Ma come posso sperare di spiegarmi… Eppure, magari in qualche modo incerto e fortuito, devo spiegarmi, o tutti questi capitoli potrebbero finire in nulla.”

Nonostante le sue caratteristiche positive, infatti, nel colore bianco si nasconderebbe anche qualcosa di sfuggente, che colpisce più il panico nell’anima dello spaventoso rossore del sangue, soprattutto quando la bianchezza è associata a oggetti o idee di per sé spaventose.

È questa qualità elusiva a far sì che il pensiero della bianchezza, quand’è separata da associazioni più gradevoli e accoppiata a un qualsivoglia oggetto terribile in sé, innalzi il terrore fino agli estremi limiti.

E Ismaele evoca, a suffragio di questa tesi, il pallore dei morti e il colore del sudario, e il bianco con cui raffiguriamo i nostri fantasmi.
Ma cosa c’è nel bianco di tanto inquietante?

Se vogliamo fare un esempio recente di utilizzo di questo colore, possiamo pensare all’abbigliamento dei protagonisti di Arancia meccanica, realizzato dalla costumista italiana Milena Canonero forse proprio per questa ambiguità di rimandi. Elio Fiorucci, in merito alla bevanda Lattepiù, di cui facevano largo uso i drughi, si espresse così:

«Lui [Kubrick] ha preso questo bianco, che dovrebbe essere sicurezza e purezza, e lo ha usato per dire la degenerazione del bianco […] Il bianco degenerato, il bianco infatti del latte degenerato perché contiene la mescalina. C’è questo gioco di equivoco e malinteso sull’immagine e su quello che è invece il contenuto reale delle cose. Allora il bianco nel latte, che è rassicurazione perché non c’è niente più rassicurante del latte, però nel latte guarda caso hanno messo una droga micidiale.»

Verso la fine del capitolo, Ismaele dà la sua soluzione: il bianco è assenza di colore e allo stesso tempo “solidificazione di tutti i colori”, qualcosa che suggerisce vuoti, nulla, vacuità, ed è questo che ci terrorizza.

E di lui tutte queste cose la balena albina era il simbolo. Ti meravigli dunque dell’ardore della caccia?

Moby Dick simboleggia tutti i significati contraddittori della bianchezza e forse, forse, inseguire Moby Dick, la balena bianca, significa lottare contro la vacuità e l’insensatezza del mondo.

Pubblicato da bottegadinarrazione

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