144 modi per non dire “disse”, uno per non dirlo proprio e uno per dirlo sempre

Come scrivere un dialogo efficace

di Giulio Mozzi Mi sono imbattuto per caso in un articolo di Daniele Imperi, nel blog Penna blu, intitolato Dialoghi: 144 alternative al classico “disse”. Nella breve premessa, Imperi fa una considerazione sullo scrittore Philip K. Dick: “Nei suoi romanzi è raro trovare il tradizionale verbo ‘dire’ in un dialogo, perché i suoi sono tutti

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Lo sguardo dal vero (prima parte)

di Demetrio Paolin Faccio una confessione: questo pezzo doveva essere una riflessione sulla novella di Balzac Il capolavoro sconosciuto e la relazione che intrattiene con il romanzo L’opera di Zola, poi mentre rileggevo il testo di Balzac ho notato una spia linguistica particolare, ovvero le occorrenze della parola “guardare” (del suo interno specchio semantico) e

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Teoria e pratica del salutare, quando si scrive a una persona sconosciuta tipo un editor o un agente letterario

di Giulio Mozzi 1. Salve non si usa mai. Cito dal dizionario Treccani: “Salve. Formula di saluto (propr., imperat. del verbo lat. salvere «stare bene, in buona salute»), che si rivolge a persona o a luogo; può avere tono solenne, nell’uso letter. e poet.: Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte Nume Clitumno! (Carducci);

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I cento ritratti di Denis Diderot

Denis Diderot

di Giulio Mozzi Denis Diderot, nello scritto Sur le projet d’une Enciclopédie (vedi in Google Books), inventa o riporta questo aneddoto (il ragionamento all’interno del quale lo riporta, qui non ci interessa): Uno spagnolo o un italiano, desideroso di possedere un ritratto della sua amante, che non poteva peraltro far vedere a nessun pittore, decise

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Il cliché è morto, viva il cliché! (per una riabilitazione del luogo comune)

di Valentina Durante Ho letto I fiori di Tarbes ovvero Il Terrore nelle Lettere di Jean Paulhan incuriosita da questo post di Giulio Mozzi, e poi da una recensione che lo presentava come una ficcante apologia del cliché. La recensione, a firma di Franco Marcoaldi, è di più di trent’anni fa. I fiori di Tarbes

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I sei mondi di Pinky (più uno)

Massimo Mattioli

di Giulio Mozzi Pinky è un coniglietto rosa; la sua fidanzata è la coniglietta Petunia, altrettanto rosa. Le loro avventure erano scritte e disegnate nel settimanale “Il Giornalino” da Massimo Mattioli (1943-2019: una sua fotografia giovanile è qui sopra), che è stato – ardisco dirlo – uno dei massimi autori di fumetto che siano esistiti

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Quanti artisti riuscite a indovinare? (un gioco serio)

di Valentina Durante Guess the artist è un gioco di carte uscito nel 2017 per la Laurence King Publishing, una casa editrice specializzata in libri e giochi sulle arti figurative. Ideato da Robert Shore, consiste di un mazzo di sessanta carte, ognuna delle quali presenta sul fronte tre disegni che rimandano a un artista –

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Una camera con (punto di) vista (terza parte)

di Demetrio Paolin Abbiamo visto nei due interventi precedenti (1, 2) che il punto di vista produce un cambiamento del modo in cui percepiamo e raccontiamo la nostra storia. Siamo partiti da un’esigenza di realismo – la metafora della finestra – e siamo passati a un’idea di punto di vista che travalica la realtà sensibile

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Una camera con (punto di) vista (seconda parte)

di Demetrio Paolin Nel pezzo precedente abbiamo visto come il punto di vista sia una bizzarra forma bidimensionale (il rettangolo della finestra) che possiede però una speciale profondità (data ad esempio dalla diacronia o dalla sincronia degli elementi visibili dalla finestra stessa). Proviamo ora a guardare questo filmato. Che, Steven Soderbergh, 2008 Guardate queste sequenze

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Dieci buoni motivi per non scrivere una storia che hai tanta voglia di scrivere

di giuliomozzi 1. Ci stai pensando da dodici anni, e non hai ancora cominciato a scriverla. Davvero hai tanta voglia di scriverla? 2. Contrariamente alle tue abitudini, l’hai raccontata non si sa più quante volte a questo o quell’amico, e gli amici ti hanno sempre detto: Che bella storia! Dovresti proprio scriverla!. Non ti viene

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Una camera con (punto di) vista (prima parte)

di Demetrio Paolin Sto sfogliando il libro di Matteo Pericoli dal titolo Finestre su New York (Il Saggiatore, 2019), mi soffermo sulle variazioni tra le diverse immagini – in un libro così la variatio è forse la figura retorica centrale –: sono tutte delle finestre con veduta. Il libro è organizzato in questo modo, sulla

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Burri e Savinio: da due quadri, due forme dell’immaginario

Mattia Preti, San Luca ritrae Maria, 1532

di Giulio Mozzi Come tutti, non sono nato scrittore. Lo sono diventato un po’ alla volta, senza rendermene conto. A quattordici o diciassette anni facevo delle cose che oggi mi tornano utili, ma non le facevo certo con lo scopo di imparare a fare ciò che oggi faccio (e tantomeno con lo scopo di diventare

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Quando Černobyl’ diventa Chernobyl: la tensione fra realtà e realismo in narrazione

di Valentina Durante. Iniziamo dalla realtà. “Il disastro di Černobyl’ avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23:45 del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’Unione Sovietica), a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con

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Coca, Pepsi o Fanta? Come far uso ad arte dei marchi per rendere il testo più denso e credibile

di Valentina Durante. Nel 1986, Jonathan Shelder e Melvin Manis, ricercatori all’Università del Michigan, condussero un esperimento per analizzare il valore veritativo dei dettagli in una storia. La cornice era la simulazione di un processo per l’affidamento di minore – un bambino di sette anni – a una fantomatica signora Johnson. I giurati, ignari del

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Costruire personaggi: la casualità (o la causalità?) del male

di Valentina Durante. Una decina di giorni fa, Stefano Brugnolo ha pubblicato su Facebook un interessante post che esplorava la genesi hugoliana, forse inconsapevole forse no, del film Joker diretto da Todd Phillips. L’argomentazione proposta è ineccepibile, dunque questo mio non è certo un tentativo di critica, e neppure è una recensione di Joker, che

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Che la donna non guardi: un’ipotesi sulla cosiddetta “scrittura femminile”

di Valentina Durante. “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò”. Genesi 3,6 Il peccato originale comincia con una donna che guarda. Eva, solleticata

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Prove pratiche di scrittura e vita

di Valentina Durante. Leggo in Distratti dal silenzio di Stefano Dal Bianco: “Se si vive e si scrive dimenticando di coltivare una distanza tra poesia e vita, magari in nome di una presunta superiorità della poesia, di ciò che l’esercizio della poesia ci permette di intravedere – a barlumi, a momenti –, si ottiene il

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