Misery: una storia in cui niente è reale e in cui tutto è vero

di Giorgia Tribuiani

(dal retroBottega di febbraio – per iscriverti, clicca qui)

Che cosa significa “trasfigurare”?

Che cosa vuol dire rendere la propria storia “meno reale ma più vera”?

A questa domanda si può rispondere in tanti modi, facendo i più svariati esempi (la celeberrima vicenda del racconto La metamorfosi avrebbe avuto la stessa portata se, anziché trasformarsi in uno scarafaggio, Gregor Samsa si fosse solo “sentito” come uno scarafaggio?), e in questo articolo proviamo ad analizzare una delle più trasfigurate storie di Stephen King.

Misery è la storia di uno scrittore, Paul Sheldon, e delle sevizie della sua folle fan Annie Wilkes, una ex-infermiera con diverse turbe mentali che, non potendo accettare la morte del personaggio di Misery, protagonista dei più famosi romanzi di Paul, approfitta delle condizioni complicate dell’autore (la storia ha inizio con Paul che esce dal coma) per costringerlo a resuscitare la sua beniamina.

In un crescendo di orrori, Annie passa dal tenere in ostaggio Paul al mutilarlo di un piede e di un dito, e l’obiettivo primario dello scrittore scivola dall’opporsi alla resurrezione di Misery al lottare per la sopravvivenza, tanto che l’unica via di fuga appare a un certo punto quella mentale; quella dell’immaginazione: Paul accetta di scrivere una nuova (onirica) avventura di Misery, trovando in quell’evasione un seppur parziale sollievo.

Stephen King, nelle interviste, ha più volte parlato di questo romanzo come del resoconto della sua salvezza: fortemente dipendente, per un lungo periodo, da una serie di sostanze – che nel romanzo prendono concretezza trasfigurando in qualcosa di diverso, in un personaggio: nient’altro che quella Annie Wilkes capace di intrappolare Paul rendendolo sottomesso, bisognoso delle cure che solo lei può dargli e al contempo arrecandogli dolore – trovava rifugio nelle storie, cercando in esse una possibilità di fuga dall’autodistruzione.

Così, mentre King combatte la propria battaglia personale, ce la racconta attraverso una storia dal volto completamente diverso. Una storia che non manca di contatto con la realtà autobiografica, come quando Annie Wilkes somministra a Paul del Novril, facendogli così sviluppare una dipendenza da farmaci che ci racconta quella di King, o come quando la macchina da scrivere di Paul perde la “n”, ma che la trascende, la trasfigura: crea un terreno di immaginazione per i lettori in grado di condividere non tanto i fatti della vita di Stephen King, quanto la loro portata emotiva.

In altre parole: nessuno di noi ha esperienza della dipendenza di Stephen King; tutti noi – o almeno chi di noi ha letto il romanzo – ha esperienza della sofferenza di Paul Sheldon.

Ma una storia “meno reale” non rischia, in virtù della sua essenza finzionale, di apparire meno forte poiché inventata? Specie, magari, quando scopriamo la storia “reale” alle sue spalle?

Scriveva Bontempelli: «quando sparando sul drago […] non ci si ritrova che il cadavere di un carpione, e tutto torna queto come prima, vuol dire che il mito non era vitale. Se il mito è ben vivo, si comincia sì a prendere un carpione per un drago, ma poi hai un bello spararci sopra, ormai il vecchio carpione fornito dalla realtà è scomparso, e il drago immaginato è più vivo che mai (cioè in definitiva anche più vero)».

Pubblicato da bottegadinarrazione

La Bottega di narrazione è un'iniziativa di Laurana Editore.