di Giulio Mozzi
(dal retroBottega di gennaio 2025 – per iscriverti, clicca qui)
Sono trent’anni che lavoro nell’editoria, ma confesso che alla semplice domanda «Come scelgono, gli editori, i libri da pubblicare?», non saprei rispondere. O, almeno, non saprei rispondere se non dicendo: «Mettetevi comodi: parlerò per qualche ora». La faccenda, infatti, è complessa.
Intanto: dire «editori», così in generale, è piuttosto vago. Le case editrici non sono tutte uguali. Uno potrebbe dire: «Eh, ma se un romanzo è bello, e magari ha anche l’aria di essere vendibile, qualunque editore vorrebbe pubblicarlo». No, non è così. Ogni editore ha un suo gusto, una sua tradizione, una sua logica; e, inoltre, ogni editore è più o meno strettamente legato a un pubblico che da quell’editore si aspetta un certo tipo di romanzi, un certo tipo di letteratura. E non è detto che l’editore X, benché bravo e bene organizzato e convinto del valore di una certa opera, possa pubblicarla con fortuna.
Faccio qualche esempio facile. Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien è uno dei romanzi più importanti e più influenti del Novecento. Il primo editore a pubblicarlo in Italia fu Ubaldini-Astrolabio, ben noto i suoi libri di filosofia soprattutto orientale, di psicologia e di psicoanalisi. Ubaldini pubblicò La compagnia dell’anello, prima parte dell’opera, e non ne vendette una copia che fosse una. Tanto che, anni dopo, cedette i diritti di pubblicazione, per una somma simbolica, a Rusconi: che invece lo pubblicò con molta fortuna (poi il catalogo Rusconi fu assorbito da Bompiani, eccetera eccetera).
Semplicemente, Tolkien nel catalogo di Ubaldini ci stava come i cavoli a merenda. In quello di Rusconi, invece, stava benissimo. I lettori di libri Ubaldini difronte a Tolkien dicevano: «Mah! Cosa sarà mai ’sta roba?»; i lettori di Rusconi, invece, ci si capofittarono.
Oppure: Philip Roth e Milan Kundera sono due veri giganti del Novecento. Eppure, in Italia, finché lo pubblicava Bompiani Roth non riuscì a diventare quella «lettura obbligatoria» che diventò poi quando cominciò a pubblicarlo Einaudi. Similmente, Kundera era pubblicato in Italia da Rizzoli, ma diventò un autore davvero famoso, addirittura di culto, solo quando lo pubblicò Adelphi. Nei mesi scorsi Adelphi ha acquisito i diritti per tutta l’opera di Philip Roth: chissà se riuscirà a trovargli un nuovo, ulteriore pubblico, o a proporre di lui un’immagine diversa.
Insomma: una bella casa è una bella casa, ma a noi, quando scegliamo dove abitare, non importa solo che la casa sia bella: importa che sia adatta a noi. Ludovico Ariosto (quello dell’Orlando furioso), quando comperò casa a Ferrara, fece mettere sulla facciata quest’iscrizione: «Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus»: questa casa è piccola, ma è adatta a me, non è gravata da ipoteche, ed è tutt’altro che indecorosa; e l’ho comperata con i miei propri soldi.
Anche un libro deve trovare una casa adatta a lui.
Chi abbia scritto qualcosa, mettiamo un romanzo, e abbia il legittimo desiderio di pubblicarla, può essere soggetto alla tentazione di proporla indistintamente a chiunque. Ci sono i grandi editori, quelli che tutti sanno; ci sono i piccoli editori di moda o di prestigio; ci sono gli editori meno noti, ma magari seri; eccetera. «Lo mando a tutti! A qualcuno piacerà…». Ecco, no. Così non si fa.
Intanto, se si decide di mandare a tutti non si ha la possibilità materiale di informarsi bene, di capire a chi – dentro ciascuna casa editrice – rivolgersi; e tantomeno si può seguire poi davvero bene l’avventura del proprio dattiloscritto dentro dieci, venti, trenta case editrici. Nei giorni scorso ho ricevuto un romanzo in allegato a un’email che recava, ben visibili, altri quarantotto indirizzi: c’era di tutto, da case editrici nobilissime a altre strampalate – fino a certe veramente infami, di quelle che esistono solo per spillare soldi agli autori ingenui. Ecco: fare queste cose significa non avere le idee chiare, e per di più farlo sapere a tutti.
Ma come si fa a sapere qual è la «linea», come si usa dire, dei diversi editori? Un sistema molto semplice è: andare in libreria. Andare in libreria, guardare, curiosare, leggere un po’ di titoli, di quarte di copertina, di prime o di ultime pagine. Almeno per gli editori maggiori – quelli che sono più presenti nelle librerie – ci si può fare un’idea facilmente. Se si ha la fortuna di avere sottomano una libreria che dà un certo spazio anche all’editoria indipendente – e ce n’è tante, per fortuna, in Italia – allora anche su editori più piccoli si possono raccogliere informazioni.
Poi: ci sono i giornali. D’accordo, si dice che oggi non li legge più nessuno. Ma non è vero. I supplementi del sabato o della domenica («Tuttolibri», «Robinson», «La lettura», «Il Domenicale») sono utilissimi. Questi supplementi, se proprio siete tirchi, o se dalle vostre parti non ci sono edicole, si possono consultare con comodo attraverso l’iscrizione a una biblioteca che sia connessa a Mlol (Media Library On Line, il maggior servizio di prestito di libri e giornali e riviste in formato digitale).
Infine: negli ultimi vent’anni l’informazione sull’editoria è dilagata nella rete. Si trova di tutto e di più. Magari può essere un po’ noioso distinguere tra l’informazione più seria e quella più dilettantesca; ma via, la prima differenza tra una buona fonte e una cattiva fonte è, in generale, la qualità della scrittura. Un articolo scritto male è poco affidabile; uno scritto bene, è affidabile. YouTube è ricchissima di interviste a editor, scrittori, redattori, editori. Basta un po’ di pazienza.
Infine, può essere utile leggersi un qualche libro di storia dell’editoria, o il rapporto annuale dell’Aie (Associazione italiana editori): tanto per avere uno sfondo sul quale collocare le informazioni che via via raccogliamo.
E, per concludere: potreste anche decidere di seguire il ciclo di incontri Il mondo editoriale, organizzato dalla Bottega di narrazione. Nel corso del quale potrete sentire la voce di storici dell’editoria come Bruno Pischedda (che parlerà delle prospettive dell’editoria in questo ancora nuovo millennio) e Anna Ferrando (autrice di un bel libro sui primi anni di Adelphi); di editori piccoli, medi e grandi (Giovanni Turi di Terrarossa, Claudio Ceciarelli di e/o, Laura Cerutti di Feltrinelli); di agenti editoriali di pregio e fama come Loredana Rotundo e Rita Vivian.
Roberto Calasso: Un enigma insoluto Copertina flessibile – 30 novembre 2022
di Danilo Fabbroni (Autore)
4,0 4,0 su 5 stelle 9 voti
Brillante, colta, erudita… L’opera di Calasso suscita ovunque ammirazione e nel plauso generale ha affascinato molti lettori. Espressione di un pensiero senza dubbio visionario, ma questo non basta: dove portano, in concreto, quelle pagine erudite? Oggi più che mai dobbiamo chiederci qual è l’approdo, ovvero il télos, della pagina calassiana, in cui si esalta così spesso l’elemento più selvaggio del paganesimo, lo stupro, il sacrificio, la possessione: fu solo il gioco intellettuale di uno spirito libero e, perché no, profetico? L’intuizione di un’attualissima Cassandra? O l’espressione di una corrente di pensiero ben precisa – la gnosi spuria, il nichilismo – volta a distrugger dall’interno le fondamenta stesse dell’Occidente? La domanda non è oziosa, né teorica soltanto: anche il cavallo di Troia era bellissimo a vedersi, ma portava nel suo grembo germi di dolore vero.