di Giulio Mozzi
Il quotidiano on line «Il Post», che ha spesso anche interessanti articoli di costume, ha pubblicato nei giorni scorsi un pezzo intitolato: «I calzini bianchi ora sono accettabili. Sono considerati da sempre l’opposto dell’eleganza ma ormai si vedono spesso, anche con sandali e décolleté». Lo trovate qui. Poiché sono fatto come sono fatto, l’articolo mi ha scatenato questa riflessione qui:
Una delle cose che fa la moda, è rendere accettabile, anzi desiderabile, anzi prezioso, ciò che prima era considerato sconveniente, o da evitare, o addirittura ributtante. Il massimo dello chic è far diventare chic ciò che prima era considerato kitsch, e il massimo del lusso è far diventare lussuoso ciò che prima era considerato roba dappoco. Nella letteratura succede qualcosa di simile. I romanzieri del Settecento tagliavano dalle loro narrazioni grandi parti delle vite dei personaggi: il mangiare, il defecare, il lavarsi, il fare sesso, e così via: perché quelle erano cose poco importanti, mentre importanti erano i sentimenti, le volontà, le decisioni, le azioni eroiche o abiette. Nel corso dell’Ottocento il paradigma si è ribaltato: i romanzieri si impegnavano (pensate a Zola) a mostrare proprio la vita concreta, quotidiana, materiale, corporea, animale dei personaggi, e pensavano che proprio in questo consistesse l’interesse del loro lavoro. Dopo un culmine raggiunto (forse: ma comunque questa scena senz’altro fece epoca) dal racconto della defecazione di Leopold Bloom nel quarto capitolo di «Ulisse», l’attenzione si è poi spostata su altro. I grandi romanzi del primo Novecento dedicavano pagine e pagine alla vita spirituale dei loro personaggi (pensate ai grandi tedeschi: Mann, Musil, Broch; ma anche naturalmente a Proust); poi il paradigma cambiò, e il racconto della vita interiore dei personaggi fu abolita a favore di quella cosa chiamata «Show, don’t tell».
Ma come le mode nella moda vanno e vengono, così la letteratura va sempre in cerca di nuovi oggetti da divorare. D’Annunzio raccontava, con lingua squisita, di eros estetizzato, di personaggi ricchi e senza alcuna preoccupazione economica; Moravia, con un linguaggio degradatamente ancora dannunziano, racconta di debiti e di sesso fatto per pagare i debiti. Bacchelli epicizzò con la sua lingua quasi cinquecentesca le avventure dei mugnai del Po; pochi anni dopo i neorealisti, per raccontare storie non tanto diverse nei loro contenuti materiali, cercavano la lingua bassa, la lingua di tutti i giorni, magari il dialetto. Le neoavanguardie degli anni Sessanta lottavano contro la narrazione, contro l’io, contro la lingua letteraria; oggi siamo immersi in una narratività intensiva e quasi isterica, nell’autofiction, in una letterarietà media e costante. E così via.
Cominciare a scrivere significa, certamente, decidere che cosa e come si vuole scrivere. Ma significa anche decidere che cosa e come non si vuole scrivere. Ogni generazione si rivolta contro la precedente; talvolta innova, talvolta torna all’antico (ma mai identico, sempre mutato); ciò che ieri era considerato un must diventa l’inaccettabile, e viceversa. A mano a mano che certi temi, o certi modi espressivi, diventano «genere letterario» e si diffondono nella letteratura più popolare, la letteratura più ambiziosa (qualcuno scriverebbe: la Letteratura) li ripudia, e passa a altro. Abbiamo passato un ventennio in cui per molti giovani «scrivere» significava «scrivere come Raymond Carver»; poi siamo passati a «scrivere come David Foster Wallace»; oggi siamo più nella fase Bolaño; e domani, chi sa, tutto ciò che sa di postmoderno ci farà schifo, e torneremo a Hemingway.
Molte mie conversazioni con persone che tentano di scrivere cominciano con la domanda: che cosa vuoi fare? Ma credo che da adesso – e spero che di coglierle alla sprovvista – comincerò invece con la domanda: che cosa non vuoi fare? Di che cosa non ne puoi più? Da chi, da cosa vuoi distinguerti? In che cosa sei diverso da tutti gli altri?
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Il corso Fondamenti di narrazione, condotto da Giulio Mozzi, avrà nell’annualità 2023-2024 due edizioni. La prima, la forma breve (30 ore in tutto), che comincia il 4 novembre 2023, prevede 15 ore di lezione e 15 ore di esercitazione narrativa. La seconda, la forma lunga, che comincia l’11 gennaio 2024, aggiunge a queste 30 ore altre 30 ore di laboratorio, ossia di discussione il più possibile profonda di testi (racconti, abbozzi di romanzi, soggetti o progetti di romanzi) proposti dagli allievi.