Il romanzo di indagine e la «storia sepolta»

di Edoardo Zambelli

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Ogni storia di indagini si compone, in realtà, di due storie. La prima è la storia di chi indaga, dunque il romanzo così come viene presentato al lettore; la seconda è la «storia sepolta» che quelle indagini portano alla luce. Tanto che un qualunque romanzo di questo tipo può essere raccontato (almeno) in due modi.

Prendiamo «Assassinio sull’Orient Express», un classico del giallo deduttivo. La storia a grandi linee è questa: il celebre investigatore Hercule Poirot si trova, per ragioni sue e un po’ per caso, a viaggiare sull’Orient Express. Puntualmente (gli investigatori un poco di sfortuna la portano sempre) ci scappa il morto: un uomo viene trovato ammazzato con dodici coltellate. Iniziano le indagini, Poirot interroga i passeggeri del vagone, apparentemente estranei l’uno all’altro. Apparentemente, appunto, perché in realtà, via via che le indagini procedono, si scopre che hanno un passato comune. La rivelazione finale: ad ammazzare l’uomo sono stati tutti i passeggeri più il controllore, una coltellata a testa. Si è trattato di una vendetta collettiva per un fatto di sangue (una bambina rapita e assassinata) avvenuto molti anni prima.

Ora, questa stessa trama può essere raccontata in un altro modo, se lo si fa partendo proprio dalla storia sepolta. Proviamo. La tranquilla vita della famiglia Armstrong viene sconvolta improvvisamente dal rapimento e dall’uccisione della piccola Daisy. Una morte che ne causa indirettamente altre (la madre, il padre, il fratello e la cameriera). A questo punto i superstiti del microcosmo Armstrong (parenti, amici, conoscenti) elaborano un piano per vendicarsi dell’uomo che gli ha sfasciato la vita. Lo cercano – nel frattempo ha cambiato nome, si fa passare per un ricco imprenditore americano –, lo trovano, lo uccidono. Caso vuole, però, che proprio sul luogo dove si consuma la vendetta sia presente anche un famoso investigatore, Hercule Poirot. Gli assassini tentano come possono di sviare le indagini, inquinarle con falsi indizi, depistaggi, inventandosi altre identità, altri passati. Alla fine, quando ormai la verità vien fuori, sono costretti a confessare.

La costruzione della seconda versione aiuta a seminare meglio e più attentamente le trappole e gli indizi che andranno successivamente a comporre la prima. In questo caso specifico, è utile anche notare che, nel passaggio dall’una all’altra versione, si verifica un salto di specie: se la prima versione è a tutti gli effetti un giallo deduttivo, la seconda invece è puro noir. Si passa, cioè, dal racconto della legge che cerca di stanare il crimine al racconto del crimine che si compie e tenta di sfuggire alla legge.

Prima di mettersi lì a scrivere la storia di chi indaga, dunque, è utile ragionare a lungo (non troppo, il giusto) sulla storia sepolta. Esplorare quella parte di mondo che non è immediatamente visibile e che l’indagine svelerà via via che il racconto procede. C’è un morto ammazzato, d’accordo, e chi era? Quando è stato ucciso cosa stava facendo, dov’era, era notte o giorno? Qualcuno ha visto? E l’assassino? Di nuovo: chi era? Perché ha fatto quello che ha fatto? E così via. Domande di questo tipo aiutano a mettere in ordine gli eventi, procedendo quasi a ritroso rispetto ai fatti così come verranno raccontati. Per dirlo in altro modo: per costruire un’indagine serve prima costruire il delitto (o il complotto, la rapina, la sparizione o quel che è).

Pubblicato da bottegadinarrazione

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