di Giulio Mozzi
(dal retroBottega di settembre 2024 – per iscriverti, clicca qui)

Mi è capitato di notare dall’autostrada, andando a Milano, dei tralicci dell’alta tensione come quelli che vedete nella fotografia. Mi sono sembrati molto belli, e così mi sono informato: sono stati progettati dall’architetto Giorgio Rosental dello studio Hugh Dutton. Si chiamano «tralicci monostelo», e il perché mi pare evidente; alcuni li chiamano «tralicci ecologici» – con il solito abuso della parola «ecologico»; meglio sarebbe dire, per esempio, «rispettosi dell’ambiente agricolo» – perché consumano poco terreno: la loro base occupa circa dieci metri quadri, contro i centocinquanta dei tralicci tradizionali. In sostanza, sottraggono meno terreno alla vegetazione, alle colture eccetera. Se vi interessa approfondire la questione potete dare una scorsa a un documento di Terna – l’azienda che si occupa della distribuzione dell’energia elettrica in Italia – pomposamente intitolato: «I tralicci del futuro». Lo trovate qui: https://issuu.com/hda_paris/docs/pylons.
Come ho detto, mi sono interessato ai tralicci monostelo perché li ho trovati belli; e sono stato contento di aver scoperto che, oltre che belli, sono anche convenienti – non costano di più dei tradizionali, costa meno la loro messa in opera – e meno invasivi. Non ho la minima idea di come si progetti un traliccio; immagino che per costruire un oggetto simile si debbano fare un sacco di conti, e si debbano trovare i materiali adatti. Però, da subito, mi sono domandato: ma l’ingegner Giorgio Rosental che li ha progettati, da cosa sarà partito? Sarà partito da un’intuizione estetica – già che dobbiamo fare dei tralicci, facciamoli belli – o da una serie di esigenze dettagliatamente descritte (ridurre il consumo di territorio, ridurre i costi di messa in opera ec.)? O, forse, Rosental – che è un bellissimo uomo inquietantemente somigliante a Philip Roth – aveva in mente da tempo una forma – magari suggeritagli, chi lo sa?, dall’osservazione delle code delle rondini o delle «corna» delle mante – e, quando gli fu affidato il progetto dei tralicci, dopo molto studio e riflessione si diede una pacca – paf! – sulla fronte e si disse: «Ecco, potrei farli così».
La bellezza di un oggetto spesso deriva da questo: da un felice incontro tra le esigenze della funzione e una forma immaginata o desiderata.
Lo stesso si può dire della bellezza di un testo. Un testo ha una funzione: deve dire delle cose (e, tra parentesi, il discorso non cambia se si tratti di un testo narrativo o di un testo tecnico o di una legge o di un trattato di chimica: Standhal raccontò una volta, in una lettera a Honoré de Balzac, che al mattino, prima di mettersi a scrivere, delibava qualche pagina del Codice civile – quello istituito da Napoleone – che, in Francia, è tuttora considerato un esempio di ottima scrittura); e, oltre che dire delle cose, deve dirle bene. Bene, cioè: piacevolmente; ma anche: nel modo più efficace possibile; ma anche: in modo che vengano ricordate; ma anche: senza sprecare parole; ma anche: senza rischiare l’oscurità per troppa sinteticità; eccetera.
Un buon testo risulta quindi dal felice incontro tra l’esigenza di dire determinate cose e una forma immaginata o desiderata – una forma narrativa, una forma espositiva, una forma della frase.
Non credo di esagerare se dico che un testo è un buon testo quando la sua forma complessiva si rispecchia nella forma delle sue frasi, e la forma delle sue frasi si rispecchia nella sua forma complessiva.
Per esempio: questo articolo. Se hai letto fin qui, forse lo hai trovato interessante. Mi permetto di supporre che una certa curiosità la abbiano suscitata il titolo e la fotografia. Che c’entrano, i tralicci dell’alta tensione e la scrittura? Un bel libro di Achille Campanile, un umorista notissimo negli anni Sessanta e oggi un po’ dimenticato, si intitolava: «Gli asparagi e l’immortalità dell’anima». Era un libro di racconti e uno di questi aveva appunto il medesimo titolo del libro. Ragionava, in quel racconto, Campanile, attorno agli asparagi e all’immortalità dell’anima; tirava in ballo Platone e Aristotele, le verze e i carciofi; e concludeva solennemente, dopo tre o quattro paginette, che: no, non c’è nessuna relazione tra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.
Questo mio articolo ha una sua strategia: si propone con una scrittura abbastanza complessa – basti vede l’abbondanza degli incisi – e affronta il suo argomento in modo indiretto. Ti parla dei tralicci – qualcosa che tutti conoscono, qualcosa che è familiare a tutti –, ti ha portato a riflettere brevemente sulla progettazione di questi oggetti, ha tentato di metterti davanti agli occhi (in retorica si chiama: ipotiposi) la figura dell’ingeger Giorgio Rosental, e poi all’improvviso – paf! – è arrivato al suo vero argomento: lo stile nella scrittura, e la necessità di concepire lo stile non come un ornamento della scrittura, non come un «di più» che si può anche aggiungere dopo, non come un costume con il quale si possa agghindare un corpo qualsiasi.
La scrittura è stile. Tutto qui. L’immaginario che hai nella testa è un materiale: come il cemento, il ferro, il legno. Lo stile è il tuo desiderio di bellezza, è la forma che hai immaginata o desiderata.
E, naturalmente, dare realtà a una forma non è lavoro da poco. Poiché lavoriamo con la lingua dobbiamo conoscere la lingua; dobbiamo conoscere il lessico, dobbiamo esercitarci nella varietà delle soluzioni grammaticali e sintattiche, dobbiamo avere un’idea anche storica della lingua – perché, se vogliamo che il nostro testo sopravviva oltre il tempo presente, deve essere ben radicato nel passato –, dobbiamo liberarci dai preconcetti (che «recarsi» sia più nobile di «andare», che non si mettono virgole dopo o prima le «e», che le ripetizioni vanno sempre evitate, che i sinonimi sono tutti equivalenti, che… eccetera), e dobbiamo addestrarci a comprendere le forme che la nostra lingua ha preso nelle opere grandi della nostra tradizione.
Il Percorso dello stile della Bottega di narrazione segue, appunto, questa via.