La scena perfetta: un esempio

di Fiammetta Palpati
Fiammetta Palpati è docente della Bottega di narrazione. Nel 2024 ha pubblicato il romanzo La casa delle orfane bianche (Laurana), Premio Campiello Opera Prima. Per la Bottega di narrazione conduce il corso Costruire la scena (dal 22 novembre 2025).

Quaderno proibito, il romanzo di Alba de Céspedes uscito a puntate tra il 23 dicembre 1950 e il 16 giugno 1951 sul popolare periodico La Settimana Incom Illustrata e pubblicato in volume nel 1952 da Mondadori, è conosciuto al grande pubblico (o almeno a quello di una certa età) anche e forse soprattutto per il successo dello sceneggiato che andò in onda nel 1980. Lo vidi e mi conquistò. A ripensarci oggi, ciò che di questa trasposizione televisiva mi incuriosisce, e che mi ha spinta a riprendere in mano il testo, è che Quaderno proibito è un romanzo costruito sotto specie di diario personale: il quaderno che Valeria Cossati, una donna di una quarantina d’anni, moglie e madre, scrive all’insaputa del resto della famiglia; e grazie al quale acquisirà una progressiva presa di coscienza di sé come persona.

Del diario come forma narrativa Quaderno proibito ha la scansione giornaliera (i segmenti narrativi – diciamo i capitoli – corrispondono al giorno e al momento in cui il testo viene datato, cioè dato come scritto), la narrazione in prima persona (con il solo punto di vista della protagonista), la narrazione a posteriori (i fatti – in linea di massima – non possono essere anticipati, né montati, ma solo registrati una volta avvenuti).

Detto questo, Quaderno proibito è, a tutti gli effetti, un romanzo realistico che si muove tra il piano psicologico-esistenziale e quello sociale; ma, attenzione, la pretesa di realismo non è solo e tanto nella forma diario dove i fatti narrati sono dati come accaduti, come veri (tanto più che il diario, in questo caso, è privato, è per sé) quanto perché l’ossatura del romanzo è costituita dalle scene. È attraverso l’alternarsi continuo e naturalissimo di scene, resoconti inframezzati da dialoghi e da microscene, continuamente contrappuntati da riflessioni personali, che Valeria Cossati (la madre di famiglia che sottrae il tempo agli impegni casalinghi per scrivere il proprio diario) riesce a operare uno scarto, sempre più profondo, un disallineamento tra il ruolo che riveste e interpreta in seno alla famiglia e alla società e l’individualità che a mano a mano scopre.

Per comprendere meglio la questione delle scene leggiamo l’incipit del romanzo.

Dunque: a riga uno il protagonista del titolo – e dello stesso romanzo – è già in scena: «ho fatto male a comprare questo quaderno». Il ‘questo’ (tecnicamente un deittico) materializza l’oggetto: è qui e ora; l’autrice del diario (voce narrante e scrivente) ce lo ha tra le mani, anzi ci scrive sopra. Nel lettore si produce una scena implicita: un quaderno e qualcuno che ci scrive. Per il resto è ancora libero di riempire come desidera. Ma già alla riga successiva la voce narrante accenna a un marito e un figlio, sicché apprendiamo che a raccontare è una donna, per la precisione una moglie e una madre; subito dopo passa scrivere della circostanza in cui è venuta in possesso del quaderno. La narrazione a posteriori, introdotta da informazioni circa il momento (una bella domenica di autunno inoltrato, prima del risveglio del marito) e il luogo (una strada cittadina, un banco di fiori, un tabaccaio), e l’azione: andare a comprare le sigarette e allungarsi in una passeggiata. Abbiamo dunque una seconda scena, molto breve e coincisa: la protagonista si ferma a comprare un mazzo di fiori. La fioraia accompagna lo scambio con una battuta che vorrebbe essere compiacente

Una scena in cui troviamo il discorso diretto (la strepitosa battuta della fioraia) e, come risposta, un’azione: sorridere, annuire. Tutto il resto – pagare, prendere i fiori e incamminarsi verso la tabaccheria – rimane implicito. Non è che non accada, ma non è messo in scena. Non ce n’è bisogno: il lettore ha tutti, ma proprio tutti gli elementi per immaginarlo, se proprio ne sentisse il bisogno. Quindi de Céspedes accelera: deve arrivare alla scena clou, quella dell’acquisto del quaderno – tra segretezza e colpa – di cui il passaggio della fioraia è preparatorio. Anche in questa terza scena abbiamo il contesto (una tabaccheria), i personaggi (la protagonista in fila, la folla di clienti, il tabaccaio), le azioni esplicitate (l’occhiata alla pila di quaderni durante l’attesa, e la consegna del quaderno, in chiusura della scena) mentre il resto delle azioni rimangono implicite, cioè non menzionate: il lettore può e deve logicamente evincere, per esempio, che i clienti vengano a mano a mano serviti, dal momento che, al suo turno, la protagonista è rimasta sola. Infine abbiamo il dialogo che consiste in sole quattro battute: la richiesta – diretta, risoluta – di Valeria (chiamiamo col suo nome la protagonista, visto che ormai lo conosciamo): «Mi dia anche un quaderno»; la risposta perentoria del tabaccaio: «Non si può, è proibito», a cui segue la spiegazione riportata («Mi spiegò che l’agente stava di guardia sulla porta, ogni domenica, affinché si vendessero tabacchi soltanto, null’altro»); la nuova richiesta di lei «ne ho bisogno assolutamente», e quella finale di lui: «Lo metta sotto il cappotto». Certo, da un punto di vista scenico, anche il chiedere è un’azione. Ma questo è un altro discorso.

E con l’analisi di questo perfetto incipit e delle tre scene presenti – che, peraltro, costituiscono l’ossatura tematica e narrativa dell’intero romanzo tra affermazione e legittimità del desiderio, proibizione e segretezza – mi fermo qui. Mi sono spiegata come da un diario si possa trarre uno sceneggiato perfetto.

Quanto, invece, alle azioni implicite, posso dire che danno un’idea di quanto l’autore abbia dimestichezza con la narrazione: funzionano se ha immaginato tutto con ricchezza e rigore, perché solo così si può sperare che il lettore se le immagini con altrettanta ricchezza e rigore; altrimenti saranno soltanto dei vuoti narrativi.

3 pensieri riguardo “La scena perfetta: un esempio

  1. Una delle autrici lette a vent’anni che mi hanno aiutato nel cammino della consapevolezza. Grazie

  2. molto bello quel libro, dolce e profondo come la protagonista che tra il senso di colpa, il ruolo da madre di famiglia e quello di lavoratrice riesce a ritagliarsi il suo angolo per interrogarsi e andare sempre oltre, alla scoperta di se e dei suoi desideri

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