L’inquietudine della perfezione

di Giulio Mozzi

Gli scrittori di gialli, si sa, sono ossessionati dal delitto perfetto. D’altra parte il loro personaggio, l’investigatore, è ammirevole e stimato (anche dal pubblico dei lettori) proprio perché scova i colpevoli dei delitti. L’ossessione è dunque contraddittoria: un romanzo che contenga un delitto veramente perfetto sarebbe un capolavoro (d’ingegno, se non della letteratura); ma un romanzo in cui il colpevole non viene stanato è deludente per il lettore.

Analogamente, gli scrittori di romanzi rosa sono ossessionati dall’amore perfetto: dall’amore, cioè, del tutto svincolato dagli interessi materiali o sociali – per non parlare di quelli biologici: la natura ci spinge pur sempre a cercare dei partner che ci convincano dal punto di vista riproduttivo. Ma, in realtà, l’unica persona che potrebbe non essere in nessun modo connessa a noi dal punto di vista materiale o sociale o biologico sarebbe… una persona con la quale non abbiamo né possiamo avere alcuna relazione: tantomeno una relazione amorosa.

Gli scrittori dell’inquietudine sono ossessionati dall’imperfezione del mondo, e dalla sua apparente perfezione. Niente è più inquietante di una famiglia perfettamente felice: perché noi sappiamo di essere, tutti, imperfetti, e l’esibizione di una perfezione ha subito l’apparenza dell’inganno: ci fa temere che da qualche parte, ben nascosto, ci sia qualcosa di mostruoso che usa l’apparente perfezione per nascondersi. Un essere umano perfetto è un essere umano senza inconscio, senza irrazionalità, senza pulsioni o repulsioni, senza sentimenti: un mostro.

Se avete seguito la serie Pluribus, pubblicata nel novembre scorso e scritta da Vince Gilligan (già autore di Breaking Bad e Better Call Saul), il discorso vi sarà particolarmente chiaro. In Pluribus un virus proveniente dallo spazio trasforma tutti gli umani in un’unica persona collettiva, telepaticamente connessa, felice e ben disposta; solo tredici individui, sparsi per il pianeta, risultano per ragioni ignote immuni. La protagonista (interpretata da Rhea Seehorn, già coprotagonista di Better Call Saul) è una di questi: la sua reazione alla felicità universale e alla benevolenza da cui si ritrova circondata è di puro orrore e rabbia. (Se non l’avete visto, Pluribus, e voleste dedicarci qualche sera: attenzione, che le prime due puntate sono terribili; il meglio, e il bello, viene dopo).

È da qui che partono, ciascuno a suo modo, anche gli autori che incontreremo nel ciclo I maestri dell’inquietudine, curato per la Bottega di narrazione da Giorgia Tribuiani.

Edgar A. Poe costruisce universi narrativi in cui l’ordine è portato a un grado così alto di coerenza da diventare insostenibile: menti lucide, logiche ferree, discorsi impeccabili che, proprio perché non ammettono scarti, finiscono per rivelare una falla irreparabile. La perfezione della forma diventa il luogo stesso dell’orrore.

Con Lovecraft la perfezione assume un altro volto: quello di un cosmo indifferente, regolato da leggi immutabili, coerenti, «razionali». È una perfezione che non contempla l’essere umano, e proprio per questo lo annienta. L’imperfezione non sta nell’universo, ma nella nostra illusione di potervi appartenere. L’inquietudine nasce dal riconoscimento di essere una variabile inutile in un sistema perfetto e inumano.

Shirley Jackson sposta questa ossessione nello spazio domestico. Quasi tutte le famiglie, le case, le comunità che compaiono nei suoi romanzi e racconti funzionano, all’apparenza, nel modo giusto. Sono ordinate, educate, normali. Ma questa normalità è una superficie fragile, sotto la quale agiscono esclusione, crudeltà, desideri indicibili. Niente è più inquietante, nei suoi testi, di una vita che sembra perfettamente a posto.

Joyce Carol Oates compie un passo ulteriore, mostrando che la perfezione non è solo una maschera sociale, ma anche un punto di vista. I suoi personaggi «cattivi» guardano il mondo da una posizione di coerenza interna assoluta: il male, nelle sue storie, non è confuso o caotico, ma spesso lucido, ordinato, motivato. È proprio questa assenza di fratture interiori a renderlo mostruoso.

In Thomas Ligotti la perfezione diventa metafisica. Il mondo è una macchina che funziona troppo bene, un meccanismo privo di sbavature, di inconscio, di libertà. L’essere umano, con le sue illusioni di senso e di volontà, è l’anomalia destinata a soffrire. Qui l’inquietudine nasce dalla sensazione che l’imperfezione non sia una colpa del mondo, ma l’ultimo residuo di umanità.

Stephen King lavora sullo stesso tema, ma lo radica nell’esperienza condivisa. Le sue cittadine, le sue famiglie, le sue infanzie sembrano riconoscibili, a volte persino rassicuranti. È proprio questa riconoscibilità a renderle vulnerabili: basta poco perché la crepa si apra e ciò che era apparentemente sano riveli pulsioni, violenze, rimozioni. La perfezione, in King, è sempre provvisoria.

Con Junji Ito, infine, la perfezione assume una forma visiva e corporea. Volti bellissimi, corpi armoniosi, figure seducenti diventano il veicolo stesso dell’orrore. L’assenza di imperfezioni non segnala l’ideale, ma l’alterità radicale: qualcosa che imita l’umano senza esserlo davvero.

In tutti questi autori ritorna la stessa ossessione: l’idea che ciò che appare perfetto lo sia solo perché ha imparato a nascondere bene le proprie deformità. L’inquietudine nasce lì, nel sospetto che un mondo senza crepe sia, in realtà, un mondo intollerabile. Ed è da questo sospetto che prendono avvio le lezioni di I maestri dell’inquietudine.

Riconoscere i propri maestri non è un atto di deferenza, ma di lucidità. I maestri sono quelli che hanno già attraversato questa zona instabile e ne sono tornati con una forma, una lingua, un ritmo. Noi, che scriviamo oggi, siamo nani seduti sulle spalle di giganti – come diceva Bernardo di Chartres nel dodicesimo secolo, e sosteneva anche Isaac Newton in tempi molto più recenti. Ammirare e studiare i giganti, conoscerne a fondo l’opera, ragionarci sopra, significa rendersi conto che lo sguardo con cui osserviamo le crepe del mondo non è mai del tutto nostro, che certe domande ci precedono e ci sopravviveranno.

Il ciclo I maestri dell’inquietudine si svolgerà interamente online, a partire dal 21 gennaio, con un incontro ogni tre settimane, ed è affiancato da un gruppo di lettura pensato come spazio di confronto continuo. La lettura dei testi indicati in bibliografia è fortemente consigliata: non come un adempimento, ma come parte integrante del lavoro. Il programma dettagliato è qui.

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