«L’odore del sangue» come idea di letteratura

di Simone Salomoni
[Simone Salomoni insegna da diversi anni nella Bottega di narrazione, occupandosi in particolare di quelle scritture che hanno che fare con il racconto di sé. Ha pubblicato nel 2023 presso AlterEgo il romanzo operaprima. Qui sopra, un acquerello di Giosetta Fioroni].

L’odore del sangue è un romanzo di Goffredo Parise scritto nel 1979 e pubblicato nel 1997, undici anni dopo la morte dell’autore.

Il romanzo, ma sarebbe più opportuno parlare di libro, racconta la storia di Filippo e Silvia, una coppia di cinquantenni sposata da venti. Fra loro vige un accordo di non esclusività affettiva e sessuale («“non esistono diritti di esclusiva tra le persone”, una evidente bugia; su cui però costruivo un intero comportamento saggio, sociale, cinico», p. 11 dell’edizione Bur) ma l’approccio alle relazioni extraconiugali dei due è piuttosto differente: se Filippo frequenta altre donne per fuggire alla noia e affermare il proprio maschile, Silvia sembra farlo solo per rispondere al marito. L’equilibrio sul quale si regge il matrimonio cambia quando Silvia si innamora disperatamente di un giovane fascista, soggiogata dalla sua prepotenza e volontà di dominio su di lei.

Una storia di pruderie borghesi anni Settanta, a riassumere la trama. In realtà L’odore del sangue è ben altro. Cesare Garboli, nella bella prefazione, informa il lettore che Parise ha scritto il romanzo di getto, nel 1979, senza quasi apportare correzioni, e che dopo averlo terminato lo ha sigillato con piombini e ceralacca per riaprirlo solo sette anni dopo, due mesi prima di morire:

All’uscita del romanzo il critico Franco Cordelli mette in dubbio la datazione avanzata da Garboli, e sostiene che la stesura doveva essere successiva e influenzata da un fatto di cronaca avvenuto a Bologna nell’83, l’uccisone dell’artista e docente dell’Accademia di belle arti Francesca Alinovi da parte di un giovane studente con il quale aveva una relazione amorosa, evento che aveva molto colpito Parise.

Garboli, amico di Parise e curatore del romanzo, continua però a sostenere la posizione presentata nella prefazione e la natura autobiografica del romanzo uscito postumo:

Si dice spesso che l’opera è una cosa e l’autore è un’altra, che è necessario separare l’opera dal suo autore, ma cosa intendiamo dire quando affermiamo ciò? Se da un lato difendo la completa autonomia dell’arte rispetto a ogni altra cosa, persino al suo autore, dall’altro ritengo improbabile che un autore possa scrivere come se non avesse un vissuto.

Filippo, psicoanalista e io narrante del romanzo, oltre che protagonista, come l’autore ha viaggiato nel Sud-Est asiatico, ha acquistato e ristrutturato una casetta isolata sulle rive del Piave (a Ponte di Piave, in provincia di Treviso; oggi lì ha sede la Casa di cultura Goffredo Parise), ha un matrimonio giovanile alle spalle, non ha conosciuto il padre biologico ed è stato riconosciuto dal marito della madre. Ma non solo. Silvia, la moglie di Filippo, fa parte dell’ambiente culturale e borghese della Roma degli anni Settanta: come Giosetta Fioroni, artista e compagna storica di Parise (nel 2018, a Roma, è nata la Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni, per tutelare il patrimonio intellettuale dei due artisti), molto vicina al gruppo artistico dei cosiddetti «ragazzacci di Piazza del Popolo» (Mario Schifano, Tano Festa e altri). In questo senso l’ultima pagina è struggente

Infine, ma forse c’è altro, non è difficile trovare punti di contatto anche fra Paloma, l’amante venticinquenne di Filippo, e Omaira Rorato, l’ultima giovanissima infatuazione di Parise.

Il punto, però, non è entrare nel vissuto di Goffredo Parise e delle persone che gli sono gravitate intorno; e mi rendo conto che sto correndo il rischio di apparire come una specie di Fabrizio Corona delle patrie lettere, con l’aggravante che l’autore di cui sto parlando non può rispondere.

Nel 1979 Parise era uno scrittore affermato: aveva vinto il premio Viareggio nel 1965, era stato selezionato per il Campiello nel 1969, nel 1982 avrebbe vinto lo Strega e sarebbe finito ancora in cinquina al Campiello con Sillabario n°2.

Per quale motivo un autore di questa levatura ed esperienza, dallo stile impeccabile, pur consapevole di avere scritto un romanzo disperato sull’amore e sul sesso, sulla malattia e la morte, sulle più profonde pulsioni sadomasochiste avrebbe deciso di chiuderlo in una busta e non aprirlo per i successivi sette anni, rinunciando di fatto, complice l’aggravarsi della propria salute, a rimetterci mano?

L’odore del sangue è infatti un romanzo pieno di imperfezioni, ci sono ripetizioni di intere parti, incongruenze di luoghi, è a tutti gli effetti un semilavorato, contiene i difetti tipici delle prime stesure scritte di getto. Ma è, ancora di più, un romanzo scritto in stato di Grazia, fra i più potenti che mi sia mai capitato di leggere; e la potenza è più rara della bellezza, che pure è rara. L’odore del sangue è un libro impavido, incosciente, psiche e animo umano vengono costantemente notomizzati con una spietatezza che investe ogni personaggio, primo fra tutti Filippo:

La sua natura imperfetta, spuria, non finita mi ha così portato a ragionare su un’antica questione: ma in letteratura conta più il «cosa» o il «come», cioè conta più cosa si racconta o come lo si racconta? O, se vogliamo dirla in altro modo, in letteratura è più importante la storia (anche se preferisco parlare di «immaginazione») o la scrittura (anche se preferisco parlare di «stile»)?

L’odore del sangue diventa così un romanzo che ogni scrittore o aspirante tale, ma anche, ogni editor o aspirante tale dovrebbe non solo leggere ma conoscere approfonditamente. Oggi gli autori progettano romanzi insieme a editor (intesi come coloro che lavorano sul testo e non come coloro che scelgono i testi per conto degli editori), agenti, o altri professionisti dell’editoria. Non c’è nulla di male, è buono e sano cercare una guida, volere un confronto; è un atteggiamento fruttuoso e un segno di rispetto verso il proprio lavoro e verso il lettore , cercare di cavarci fuori tutto ciò che si può cavare.

Il problema è quando non c’è niente, o quasi, e allora si prova ad ammantare il poco con i lustrini della scrittura e gli imbellettamenti dello stile: fingendo di ignorare che lo stile, quando rimane fine a sé stesso, conduce a una bellezza laccata, estetizzata, priva di profondità, incapace di incidere il buio con la ferocia della luce.

Non so. Ho l’impressione che la letteratura abbia voluto cedere al cinema il magistero della narrazione, che questa concessione abbia prodotto un vuoto che non può essere colmato con la sola immaginazione, e che allora si sia cercato di riempirlo con l’ipertecnica, l’iperstile, le torsioni sintattiche estreme e i punti e virgola (che per altro adoro) sempre al posto giusto; ho l’impressione che si finga di ignorare che la bella scrittura non può essere il fine di un romanzo, ne è al contrario il prerequisito; leggere L’odore del sangue, sapere che è una prima stesura, uno scartafaccio, una bozza, ci ricorda anche questo.

E allora, mi chiedo, cosa rimane oggi al romanzo, anzi al libro: la scrittura o la storia? lo stile o l’immaginazione? Per come la vedo io, né l’una né l’altra, mi straccio la veste e resto nudo.

Perché per quanto mi riguarda, per quella che è la mia attitudine, la partita per la letteratura futura si gioca sulla verità, quella verità feroce che, al di là del sempre poco interessante dato biografico, fa sentire al lettore l’odore del sangue.

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Il corso Le scritture del sé, ideato e condotto da Simone Salomoni per la Bottega di narrazione, inizia l’11 febbraio 2026. Qui trovate il programma dettagliato.


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