di Giulio Mozzi
1. Se il vostro romanzo (o racconto ec.) ha intenti realistici, evitate i «nomi parlanti», cioè quelli che alludono a qualche caratteristica fisica o psicologica del personaggio. Non è necessario che un personaggio molto pigro si chiami dottor Malavoglia (se siciliano; o Babao, se veneto), che il giocatore di scacchi si chiami Alfieri o Della Torre, che lo scopatore seriale si chiami Uccello (come Paolo), che l’impiegata dell’anagrafe si chiami Laura Modulo. Il fatto che dei Malavoglia esistano (non solo nel romanzo di Verga); il fatto che Alfieri e Della Torre siano cognomi assai diffusi (Uccello un po’ meno, prevalentemente in Campania e Sicilia); il fatto che io abbia conosciuta un’impiegata dell’anagrafe che effettivamente si chiamava Modulo: tutte queste non sono buone ragioni. Peraltro, attenzione: se associate il cognome Alfieri a Vittorio Alfieri, e quindi ad Asti sua città natale, sappiate che ci sono più Alfieri a Napoli che in tutto il Piemonte; i Della Torre invece sì, sono prevalentemente piemontesi, in subordine lombardi, e assenti nel Sud.
La battaglia di San Romano, di Paolo Uccello (dipinto tra il 1435 e il 1440).
2. Se invece il vostro romanzo non ha intenti realistici, il discorso è diverso. In un romanzo (un ciclo di romanzi) potentemente allegorico come Dune di Frank Herbert non è un problema se un uomo concepito e allevato per essere un grande generale si chiama Miles Teg («miles» in latino significa «soldato»; «teg», così a naso, mi pare quella radice latina che si trova in parole come «proteggere, tetto, tegumento, tegola, tegame, tigella» ec.: e il personaggio è, in effetti, come militare, molto più un protettore che un conquistatore); e non è un problema se un altro soldato, dotato di folti capelli neri e ricci, si chiama di nome Duncan (di origine gaelica, significa «guerriero scuro» o «testa scura»; deriva dalla combinazione degli elementi «donn», scuro, e «cath», guerriero: dice Wikipedia). Nel Nome della rosa di Umberto Eco il nome del protagonista Guglielmo di Baskerville allude sia al filosofo Guglielmo di Occam (sì, quello del rasoio) sia al romanzo Il mastino dei Baskerville, di Arthur Conan Doyle (con protagonista Sherlock Holmes); e la sua spalla Adso da una parte ricorda foneticamente Watson (la spalle di Sherlock), e dall’altra è ciò che il nome dice: è un testimone («adsum», «ci sono, sono presente, testimonio» dal verbo latino «adesse»). E così via.
3. Notiamo però, già che ci siamo, che i nomi parlanti possono essere parlanti in diversi modi. Prendiamo, per esempio, i sette nani di Biancaneve: Pisolo, Gongolo e Brontolo rimandano direttamente a un tratto caratteriale; Mammolo passa invece attraverso la metafora della viola mammola, simbolo della timidezza, e Eolo attraverso il nome del dio dei venti secondo la mitologia greca; Dotto è dotto, ma questo – diversamente da Pisolo, Gongolo e Brontolo – non è un tratto caratteriale bensì una caratteristica acquisita (Dotto avrebbe avuto lo stesso carattere anche se non avesse avuta la possibilità di studiare e diventare dotto); il nome di Cucciolo non segnala un tratto caratteriale ma, semplicemente, la giovane età. Notiamo che nell’edizione originale del film disneyano Cucciolo è Dopey, che non significa «cucciolo» bensì «sempliciotto»; Eolo è Sneezy, dal verbo «to sneeze», starnutire, e non ha quindi nessun riferimento mitologico; Mammolo è Bashful, che significa semplicemente «timido». La varietà che c’è nei nomi italiani, in somma, non c’è nei nomi originali, tutti legati direttamente ed esplicitamente a tratti caratteriali.
4. Se il vostro romanzo ha intenti realistici, state attenti ai nomi ridicoli e, in generale, ai nomi troppo reboanti. Vale il principio: tutto ciò che è troppo visibile ha bisogno di una spiegazione; e nei romanzi le spiegazioni non sono – in genere – particolarmente attraenti. Vale anche un altro principio: tutto ciò che è troppo visibile ha bisogno di una conseguenza; e se il vostro personaggio si chiama, che so, Dejaniro Stupazzoni o Mariavergine Tarantelli, prima o poi qualcosa dovrà conseguirne. Non, per piacere, una scena in cui qualcuno, deliberatamente o no, storpia il nome. So che nella vita le cose vanno diversamente (a me è capitato di stare, tanti anni fa, in un gruppo di lavoro in cui gli altri tre si chiamavano Scannagatta, Scanavino e Schiappacasse): ma il mondo reale e quello dei romanzi sono cose diverse, molto diverse.
5. Se il vostro romanzo non ha intenti realistici, o almeno non ha intenti realistici nel senso più convenzionale dell’aggettivo, potreste anche fregarvene di tutto ciò che ho detto finora. Il protagonista del romanzo Digressione di Gian Marco Griffi si chiama Arturo Saragat: «come il quinto presidente della Repubblica», spiega lui stesso più o meno ogni volta che deve dichiarare ufficialmente il proprio nome e cognome. In un romanzo lungo più di mille pagine il lettore legittimamente si aspetta che prima o poi il cognome Saragat produca delle conseguenze. E invece no. A parte qualche storpiatura, «Non si preoccupi, dico io, sbagliano sempre, e per un momento mi passa per la testa l’idea di elencare tutti i cognomi che le persone mi hanno attribuito erroneamente, da Ararat a Sandokan, da Sargassi a Sarabanda», p. 396, dove – come si saranno accorti i lettori attenti – ciascuna di queste storpiature rimanda a qualcosa che effettivamente c’è nel romanzo.
6. Un esempio interessante è quello del romanzo I quindicimila passi, di Vitaliano Trevisan, dove si racconta di un uomo che va a piedi da un paese alla città; attraversando una zona che un tempo era stata bosco, e oggi è tutta urbanizzata. Nel romanzo compaiono personaggi che si chiamano Boschiero, Dal Bosco, Magnabosco, Boschetti e simili. La cosa ha senso sia perché il romanzo non è esattamente un romanzo realistico (è, per così dire, la trascrizione di un delirio: quindi noi percepiamo la voce che parla come svincolata da un impegno di verità), sia perché quei cognomi sono effettivamente comunissimi e diffusi nel territorio in cui il romanzo è ambientato.
7. I nomi ridicoli possono funzionare in un romanzo del tutto non realistico, e in particolare nei romanzi umoristici. Per esempio, Il marito in collegio di Giovanni Guareschi comincia così: «Ci fu a suo tempo, chi fece notare al signor Saffo Madellis che i casi erano due: o egli aveva sbagliato nome, o aveva sbagliato sesso. Non si sa che cosa rispondesse il nostro gentiluomo: è peraltro certo che il signor Saffo Madellis riuscì a trovare una Leonida Foulard, nobilissima fanciulla, e la sposò: ristabilendo in un certo senso l’equilibrio». Spassosa è anche la presentazione, in Agosto moglie mia non ti conosco, di Achille Campanile, di un personaggio – un cameriere dell’albergo «La vigile scolta» – di nome Arocle, così vergognoso del proprio nome da preferire di essere chiamato con epiteti insultanti:
Quando Andrea Malpieri e suo padre Gedeone entrarono nel vestibolo della “Vigile scolta”, affollato di villeggianti in attesa dell’ora di cena, un omaccione, che passeggiava davanti alla porta della Direzione seguito da cinque giovinotti, chiamò:
“Arocle!”.
Il cameriere, che stava nel corridoio, si fece rosso come un peperone e non si mosse. Egli si vergognava del suo nome. E aveva torto, perché, pur essendo Arocle un nome non troppo comune, non ha nulla di vergognoso. Ma tant’è. Quest’uomo, che sarebbe stato felice di chiamarsi ben altrimenti – era un suo antico sogno – si vergognava come un ladro, quando lo chiamavano a nome in pubblico, e si metteva a guardare il soffitto, per far credere che chiamassero un altro. Inutile precauzione, poiché tutti ormai sapevano che si chiamava Arocle e di Arocli non c’era che lui tra Palermo e Le Havre, da che l’unico altro Arocle – un vecchio irragionevole – era morto di crepacuore, a causa del proprio nome. Anzi, il cameriere della “Vigile scolta” era ormai popolare, in virtù di questo nome. […]
L’omaccione che passeggiava gridò:
“Animale!”.
“Comandi!”, fece Arocle, irrompendo nella sala».
8. Se il vostro personaggio è un geometra di nome Luca Rossi, evitate di fare cose del tipo (avviso: l’esempio è esagerato, ma mica tanto: cose così se ne trovano a bizzeffe nei romanzi pubblicati): «Quella domenica Luca si svegliò di buonumore. Il cielo era sereno e non faceva troppo caldo. Il giorno ideale per una bella passeggiata, pensò il geometra. Fece una doccia prima bollente, poi fredda. Rossi si sentiva il corpo fremere d’energia»: un modo un po’ arzigogolato per dire che il personaggio è il geometra Luca Rossi. Naturalmente è diverso il caso in cui il personaggio, per intuibili ragioni, venga chiamato diversamente da diversi personaggi: «Luca si presentò il martedì mattina negli uffici della Costruzioni Generali. “Buongiorno, geometra”, lo salutò la ragazza della reception, “avviso subito l’architetto”. Chiamò con l’interfono: “Giovanni? C’è il geometra Rossi”. Nel corridoio apparve un omone trafelato in maniche di camicia. “Luca! Come butta?”, “Niente male, via”. Verdi prese Luca sottobraccio e “Marta”, disse alla receptionist, “ci fai portare due caffè?”». Dunque la receptionist è Marta X, Luca fa Rossi di cognome ed è geometra, e l’architetto fa Giovanni di nome, Verdi di cognome, ed è un omone. Tutto questo è lecito, ma bisogna stare attenti a non confondere il lettore.
9. Negli anni Sessanta (e, tra i ritardatari, anche nei Settanta) andavano molto di moda certi personaggi che si chiamavano A., F., M., eccetera, o magari anche C, così, senza nemmeno il punto (nel romanzo Tristano di Nanni Balestrini: che peraltro è molto bello, e lo consiglio a tutti). Una volta mi fu presentato un dattiloscritto nel quale tutti i personaggi si chiamavano X. Se fate cose di questo genere, dovete averci delle gran buone ragioni, ed essere pronti a spiegarle per benino al vostro editore. E comunque non è detto che un personaggio che si chiama K. sia più letterario di uno che si chiama Emilio. Nel romanzo breve Le continuazioni di Marco Candida abbiamo un terzetto di personaggi (un uomo e due donne) il cui nome cambia in continuazione – senza nessuna ragione narrativa precisa – così come cambiano, di nome e d’aspetto, i luoghi della vicenda. L’esperimento, inaspettatamente, non pone nessun ostacolo alla lettura: si capisce ben presto che, nell’intenzione dell’autore, l’importante non è l’identità dei personaggi ma quella della loro relazione.
10. Generalmente il nome serve a individuare il personaggio; ma si può anche scegliere di dare ai propri personaggi dei «nomi anonimi», cioè dei nomi che si facciano notare il meno possibile. La cosa è meno facile di quello che sembra, se non altro perché i cognomi sono spesso legati a luoghi, e i nomi sia ai luoghi sia alle generazioni. Lo Cascio è un cognome qualsiasi in Sicilia, ma non in Trentino; e il contrario vale per Moser. I Vincenzo prevalgono al Sud, prevalentemente in Campania, mentre i Giorgio prevalgono in Lombardia. Il nome anonimo per eccellenza, Mario Rossi, è inutilizzabile perché è appunto il nome anonimo per eccellenza. Però tenete conto che in linea di massima – spero che le ragioni siano evidenti – la presenza di un Lo Cascio a Torino non ha bisogno di spiegazioni, mentre quella di un Pautasso a Agrigento forse sì. Conosco tre Amedeo Savoia non piemontesi (un trentino, due siciliani) e non di famiglia regale: tutti e tre con bisnonni o trisnonni – ecco spiegato il fatto – trovatelli. Se volete un bell’esempio di nominazione accuratamente territoriale, e nel contempo non disturbante, leggete (è un bellissimo romanzo) Effetto domino di Romolo Bugaro: Rampazzo, Colombo, Guarnieri, Fabris, Carraro… una sequenza di cognomi pertinentissimi al territorio veneto, eppure non esageratamente marcati.
11. E già che ci siamo: non è indispensabile che un personaggio veneziano intercali continuamente un «ciò», che uno triestino chiami le ragazze «mule», che uno salentino chiami i bambini «vagnoni», che uno lucchese per dire che una cosa la sanno tutti dica «la sa anche il maiale», e così via (in particolare, non tutti i romani de Roma dicono in continuazione «sti cazzi» e «me cojoni»). Ricordiamoci che Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, quelli dei Promessi sposi, se fossero stati personaggi reali si sarebbero espressi in lombardo.
12. Non solo i cognomi, ma anche i nomi hanno una pertinenza geografica. Per esempio, metà circa delle Ornelle italiane sta nella Pianura Padana; un altro otto per cento sta nel Lazio (che, ospitando la capitale, è una regione tutta per conto suo per ’ste cose). Il quaranta abbondante per cento dei Nicola sta tra Puglia e Campania, più un altro otto per cento in Lazio (per la ragione già detta). Dei Vincenzo e dei Giorgio ho scritto prima. Eccetera. Però un Ambrogio Brambilla a Milano può essere troppo pertinente e quindi macchiettistico; un Antonio Zanon a Padova non fa problema (perché Antonio è un nome meno marcato di Ambrogio).
13. I nomi non hanno solo una geografia, ma anche una storia e – soprattutto – un profilo di classe. Un personaggio che ha dieci anni nel 2012 può tranquillamente chiamarsi Giulia; uno che nel 2012 ne ha cinquanta ha bisogno probabilmente, per chiamarsi Giulia, di appartenere a un ceto piuttosto alto. Un Kevin figlio di Thomas sarà quello che potete immaginare (e speriamo che la madre non si chiami Sue Ellen). Nel 2001 è stata eletta una Luana alla Camera dei deputati, ed è stata una felice novità. Ma la realtà, non mi stancherò mai di ripetere, è una cosa; la finzione credibile un’altra.
Linda Grey nei panni di Sue Ellen (telefilm Dallas).
14. All’interno di una famiglia – o di un ambiente ristretto – è probabile che i nomi dei personaggi seguano una loro qualche logica. Un giorno, in una fumetteria, sentii un padre richiamare così il figlio che stava stuzzicando la sorellina (entrambi sui quattro-cinque anni): «Odino, lascia stare Iside!». Concorderete che «Salvatore, lascia stare Iside» o «Odino, lascia stare Carmela» sarebbero stati più incongrui. Una Natascia sarà congruamente – o forse troppo congruamente – sorella di un Ivan; ma se un Ivano fosse fratello di un Alessandro o di un Nicola probabilmente nessuno ci farebbe caso. Una volta lavorai su un romanzo familiare i cui personaggi si chiamavano Elisabetta, Anna, Giuseppe, Ruben, Ester, eccetera; chiesi all’autore come mai avesse usato solo nomi di origine ebraica, benché nella narrazione non ci fosse alcun riferimento all’ebraismo, e lui cascò dal pero: ecco, questo non deve succedere (poi cambiò tutti i nomi).
15. I soprannomi sono spesso stucchevoli, proprio perché o sono eccessivamente parlanti, o perché chiedono irresistibilmente una pedissequa spiegazione. D’altra parte, le spiegazioni vengono spesso immediatamente dimenticate dal lettore. Chi si ricorda perché Replica Van Pelt (o Ripresa, in altre traduzioni), il fratello minore di Lucy Van Pelt (sto parlando di Peanuts) si chiama così?. Manzoni non dice perché il Griso (un evidente soprannome) si chiama così: e fa bene, anche perché non serve molta immaginazione per arrivarci da soli (vita illegale, bisogno di nascondere la propria identità ecc.), benché «Griso» non sia di per sé parlante. Sparafucile (nel «Rigoletto» di Verdi) sarebbe invece, c’è poco da fare, troppo parlante per un romanzo realistico; ma all’opera va benissimo.
16. Se il vostro romanzo è di fantascienza, non necessariamente i personaggi (quelli appartenenti alla specie umana, almeno) devono avere nomi strani, tipo AZ409 o Qwfwq. Oggi sono comuni dei nomi che si usavano già duemilacinquecento anni fa: quindi in un romanzo ambientato nel 4515 potremo avere tranquillamente un Giuseppe (o Joseph, o Josip, ecc.) o una Maria (o Mary, o Miriam, Mariah ecc.). Come si chiamerà il bambino?
17. Non è necessario che ogni personaggio abbia un nome. Io stesso ho scritto un racconto nel quale un giovane apprendista è chiamato «l’apprendista» e basta, un altro nel quale un magistrato è chiamato «il magistrato» e basta. Ma allora l’attributo del personaggio diventa come un nome parlante, anzi di più: diventa un nome allegorico. E va trattato con le opportune cautele, perché un personaggio con una componente allegorica rischia sempre di risultare schematico, banale o ideologico. Manzoni, per una volta esagerando, ci ha dato sia un anonimo (minuscolo: l’autore del manoscritto che finge di ricopiare-tradurre-adattare) sia un Innominato (maiuscolo): e a nessuno sfugge quanto quell’innominazione contribuisca alla forza del personaggio.
18. Immaginate un romanzo nel quale i personaggi femminili si chiamino: Ada, Sara, Vera, Dina, Anna, Lola, Nico. Vi sfido, dopo quattordici pagine, a distinguere a prima vista queste povere donne l’una dall’altra. Idem per i cognomi: se infilate così, senza troppo badarci, un Santi, un Denti, un Vinci, un Tenti, e così via, oppure un Mozzi, un Bozzi, un Tozzi, un Nozza, i vostri lettori si disorienteranno; e non vi vorranno bene, per niente; dovranno farsi uno specchietto coi nomi, e non ve ne saranno grati. Tanti anni fa feci il servizio civile in un collegio-orfanatrofio gestito da una piccola confraternita religiosa. Alla confraternita appartenevano tre donne di nome Maria: venivano chiamate – seguendo evidentemente l’ordine del loro arrivo – «Maria prima», «Maria nova» (= nuova: «nova» va pronunciato alla veneta, con la «o» chiusa, non alla toscana con la «o» aperta) e «Maria ultima». Quando ne arrivò una quarta, che aveva un carattere molto particolare, divenne presto «Maria stramba».
19. Attenzione all’articolo. «Secondo la norma dell’italiano standard, l’articolo prima del prenome non va usato», dice secco il servizio di consulenza della Crusca (articolo di Raffaella Setti): e quindi si dice «Gianni, Nicola, Maria, Concetta» e non «il Gianni, il Nicola, la Maria, la Concetta». Tuttavia, nota subito Setti, «la sicurezza di una regola apparentemente tanto semplice e lineare viene immediatamente scalfita dagli effettivi usi dell’italiano parlato contemporaneo, nonché da illustri esempi della nostra letteratura passata e presente»: e si va da «ricorditi di me che son la Pia» (Dante, Purg. v, 133» a «si è aperta la portiera, è caduto giù l’Armando» (Jannacci-Fo, «L’Armando»). L’uso e il non uso dell’articolo davanti ai nomi (con modi diversi per i maschili e i femminili) è variamente diffuso in Italia: anche qui varrà un criterio di realismo, e naturalmente le scelte del narratore potranno essere diverse da quelle dei suoi personaggi (cioè nei dialoghi).
20. Per quanto riguarda l’articolo davanti al cognome, ancora la Crusca: «L’articolo, in questo caso, sembra conferire un certo distacco, per cui la persona citata per cognome, appunto, viene così collocata lontano da chi parla o scrive»: quindi l’articolo può marcare una distanza formale o di ruolo o di potere («Sentiamo cosa ha da dire il Mozzi», dice il giudice in tribunale convocandomi a testimoniare), e naturalmente può essere usato anche in modo ironico; o può segnalare che stiamo parlando di un personaggio storico, magari illustre («il Manzoni» lo diciamo tutti, Benedetto Croce scriveva normalmente «lo Hegel» – ma evitava l’articolo in un titolo come «Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel» -, o che stiamo facendo una metonimia («Hai letto il Manzoni?», per dire «Hai letto il romanzo di Manzoni “I promessi sposi”?»). Mi ricordo, dai tempi in cui lavoravo in una libreria scientifica (anni Novanta), quando ci faceva ridere che un trattato di epatologia scritto dal professor Giorgio Verme, pubblicato da Utet, fosse da tutti chiamato «il Verme».




