di Valentina Durante
(dal retroBottega di ottobre 2024 – per iscriverti, clicca qui)
Quando mio figlio era piccolo, facevamo lunghe passeggiate. Percorrevamo le vie pedonali o i sentieri sterrati di Montebelluna – la città dove entrambi siamo nati e viviamo –, e io, come tutte le madri (e, suppongo, anche i padri), nel camminare gli parlavo, o in alternativa gli raccontavo delle storie. Ero partita con le fiabe della tradizione e della mia stessa infanzia – Hansel e Gretel, Il lupo e i sette capretti, I vestiti nuovi dell’imperatore…–, ma, accortami che l’elemento magico riscuoteva scarso successo e pungolava domande che poi mettevano in crisi me («Ma è successo davvero, mamma?» «Beh, no.» «E allora cos’è successo davvero?»), ero passata a riassumergli le trame di alcuni romanzi «da grandi», in cui il patto narrativo era di impianto più realistico.
Un giorno, gli raccontai La peste di Albert Camus.
Gli raccontai della cittadina di Orano, della quale mi preoccupai di specificare reale esistenza ed esatta locazione (nella fu Algeria francese): una città, gli dissi, senza alberi e senza giardini, dove d’estate faceva talmente caldo da non poterci quasi camminare e in autunno pioveva così tanto (ma così tanto), che le strade si riempivano di fiumi di fango e non ci si poteva camminare lo stesso. Gli raccontai dell’improvvisa moria di topi che venivano ritrovati stecchiti a ogni angolo di via, e di come da questa prima pestilenza ne originasse un’altra ben più temibile, una malattia che contagiava e uccideva – stavolta – gli uomini. Dopo questa contestualizzazione condita di quel grandguignol accettabile per un piccolo di cinque anni (che proprio del grandguignol però si esaltava) passai a introdurre Rieux, Castel, Tarrou e Padre Paneloux: sui quali molto contavo di soffermarmi perché erano loro i personaggi, loro gli eroi che avrebbero mandato avanti la storia dandovi un senso di impellenza narrativa e favorendo l’immedesimazione.
Al che, mio figlio mi fermò. Fece una pausa brevissima e disse: «Ma quanti topi vivevano nella città, mamma? Che numero preciso?»
Il numero esatto di topi residenti a Orano all’inizio dell’epidemia di peste: credo di non essermelo mai chiesto. Credo che lo stesso Camus non se lo fosse mai chiesto, tanto più che sarebbe stato un censimento invero singolare da farsi anche solo in immaginazione. Eppure, mio figlio (il quale – va detto per dovere di completezza – ha sempre mostrato interessi più matematico-scientifici che umanistico-letterari) aveva decretato quel numero indispensabile per immergersi efficacemente nella storia trovandola credibile.
Questo fatterello ci mostra due cose.
Uno: a determinare la qualità illusionistica di un testo – ossia la forza che contribuisce ad attirarci e a mantenerci all’interno del perimetro della narrazione – è anche il concorso del lettore; lettore le cui esigenze variano empiricamente da individuo a individuo, e nella lista di questi individui empirici va inserito l’autore stesso nel suo essere, in fondo, anche un lettore (e, sperabilmente, ri-lettore) della sua propria opera. Quante volte vi è capitato di recepire le impressioni a un vostro manoscritto sbalordendo per quanto queste non combaciavano – in poco o anche in molto – con quanto voi avevate inteso dire?
Due: che nel valutare la qualità illusionistica di un testo, particolare attenzione viene destinata al modo in cui sono costruiti i personaggi, ossia quelle entità umane o antropomorfe dotate di una fisicità, ma anche di pensieri, convincimenti, desideri, emozioni e di una specifica visione del mondo. E non vi sembri strano che al momento di reperire e catalogare mentalmente questi personaggi a un cinquenne importi più dei topi (i quali – come correttamente mio figlio aveva osservato – a Orano «vivevano»), che non di quattro adulti: due medici, il figlio di un diplomatico e un padre gesuita.
Nel suo discendere per linea genealogicamente diretta dalla narratologia, la didattica della scrittura creativa ha mostrato spesso un certo disagio a parlare del personaggio come di un qualcuno che è. Ha preferito piuttosto vederlo come un qualcosa che fa: una funzione testuale condannata ad agire visibilmente all’interno di un sistema. «Show, don’t tell!»: quante volte non ve lo siete sentiti ripetere?
In Introduzione all’analisi strutturale dei racconti, saggio pubblicato nel numero 8 della rivista francese «Communications» (1966) che inaugura la stagione dello strutturalismo francese, Roland Barthes lo dichiara senza mezzi termini: «Fin dalla sua apparizione l’analisi strutturale ha avuto la più grande ripugnanza a trattare il personaggio come un’essenza, anche soltanto per classificarlo.»
Gérard Genette i personaggi li definì «pseudo-oggetti» o – a voler proprio concedere loro lo statuto di esseri viventi (e prendendo a prestito un’espressione di Paul Valéry) – «senza viscere». Alain Robbe-Grillet addirittura il personaggio lo mummificava: «È una mummia ora, ma che troneggia sempre con la stessa maestà – quantunque fittizia – in mezzo ai valori che venera la critica tradizionale.» Un residuato archeologico, insomma, (in)celebrato in un saggio che porta come titolo il programmatico: Di alcune nozioni scadute.
Personalmente, sono diversi i motivi che possono spingermi a leggere o viceversa abbandonare un romanzo; su tutti, però, si staglia la certezza (o almeno una plausibile fiducia) sul fatto che quella che sto attraversando pagina dopo pagina è un’esperienza umana meritevole del mio tempo e della mia attenzione. Questa qualità filosofica della narrazione che tramite il particolare sa parlarci dell’universale sono soprattutto i personaggi a consegnarcela, e sono talmente efficienti nel farlo che – a dispetto della gabbia di funzione meramente testuale e «attanziale» che certa critica ha assegnato loro – pirandellicamente loro se ne infischiano; si ribellano non disdegnando, se del caso, di sfondare a suon di spallate la parete che divide realtà e finzione per andarsene a spasso per il mondo, talvolta più veri di una persona vera.
Così non fosse, Ernest Pinard, l’avvocato che allestì la sua requisitoria contro Madame Bovary per offesa contro la morale pubblica e la religione, mai avrebbe potuto tuonare contro Emma Roualt parlandone in sede d’accusa come se la poveretta fosse stata una creatura in carne e ossa (piccola indiscrezione pruriginosa: anni dopo, Flaubert apprenderà con gran gusto che il moralista e fustigatore Pinard era un autore di versi osceni); né mio figlio cinquenne avrebbe potuto informarsi con tanto zelo sul numero preciso di topi accasati a Orano: un’informazione per nulla necessaria a comprendere il proseguo della storia, ma già collocata da lui in un «altrove» rispetto al testo, in un mondo che in definitiva era già e per forza quello nostro, quello reale, nel quale di un’entità si possono benissimo acquisire elementi altri alla maniera in cui si lurka nei profili Facebook altrui, perché appunto detta entità esiste.
Sono quegli esseri di carta, proprio quegli individui «disossati» che anche a distanza di anni, o di decenni, ci rimangono conficcati nella memoria. De La peste di Camus, io mai potrò dimenticare la figura tragica e umanissima di Padre Paneloux, il quale dopo aver accolto l’epidemia come un necessario castigo divino, di fronte a un ragazzo morto («Questo qui, almeno, era innocente, lei lo sa bene!» gli grida addosso Rieux), si accorge di aver finalmente capito che cos’è la grazia: ed è una cosa che lui non ha, che non può avere – lui, un religioso, un ministro di Dio – una qualità dell’animo (della fede) nel suo caso disperatamente inattingibile.
Intendiamoci: leggo con grandissimo godimento le opere di Robbe-Grillet; mi procura un piacere sincero quella scrittura scopica, analitica, minuziosa e spietatamente letterale, e torno con regolarità a Istantanee, ossia il testo in cui queste scelte formali raggiungono la loro realizzazione più esatta e più pura. Allo stesso tempo, non posso dire di non capire Annie Ernaux quando ne Gli anni scrive: «Scoprivamo Butor, Robbe-Grillet, Sollers, Sarraute, desideravamo farci piacere il nuoveau roman ma non trovavamo abbastanza risorse che ci aiutassero a vivere.»
È quel che chiediamo a questa cosa meravigliosamente inutile che è la letteratura: risorse che ci aiutino a vivere. Il che non significa scorciatoie, non significa consolazioni a poco prezzo, ma il sentirci potenziati (per quanto anche dolorosamente, soprattutto perché dolorosamente dunque onestamente) in questa nostra il più delle volte incomprensibile esperienza di vita. Ecco: dovessi riassumere in una sola frase quel che faremo nelle otto lezioni del corso La costruzione del personaggio, direi: ci prenderemo cura della qualità umana dei nostri testi; che è poi tutto ciò che veramente occorre.