di Massimo Cassani
(dal retroBottega di ottobre 2024 – per iscriverti, clicca qui)
Nella costruzione di una trama – e per la precisione proprio in particolari suoi snodi – può risultare efficace ragionare sugli oggetti da inserire in una scena, simbolici o funzionali che siano.
Si dice spesso – e con un fondamento di verità – che tutto quanto compare nel perimetro di un romanzo debba avere un significato. Nella costruzione di una messa in scena, dunque, il ragionamento narrativo da compiere non dovrebbe essere soltanto di tipo estetico («metto quel particolare divano perché è bello e sta bene»), ma basarsi anche su considerazioni che offrano “ganci” allo sviluppo della storia («come potrà quel particolare divano essere “usato” ovvero quale significato simbolico potrà veicolare?»)
Troviamo un esempio efficace ne Il cuore nero di Paris Trout di Pete Dexter (Einaudi Stile Libero, 2005).
In estrema sintesi, la storia.
Nell’America razzista fra gli anni Quaranta e Cinquanta, Paris Trout è un rispettabile commerciante della piccola cittadina di Cotton Point. Trout è bianco, benestante, sposato con Hanna, ruvido e pure alquanto incazzoso se qualcuno tocca i suoi interessi. E infatti – nella convizione di doversi far giustizia da sè per aver subito un torto – uccide una innocente quattordicenne di colore.
La scena che ci interessa arriva proprio dopo il femminicidio. In questa scena – la divideremo in “quadri” per esigenze di chiarezza – sono inclusi tre personaggi (Paris Trout, la moglie Hanna e Segraves, l’avvocato dell’uomo) e due oggetti, uno di tipo simbolico (un’arma da fuoco), l’altro di tipo funzionale (una bottiglia d’acqua minerale).
Primo quadro.
In questo quadro vediamo Trout seduto alla scrivania del suo ufficio (siamo nel retrobottega del negozio) che viene raggiunto dall’avvocato Segraves. Sulla scrivania, in posizione marginale, è poggiata una bottiglia d’acqua minerale.
Secondo quadro.
L’avvocato Segraves appoggia una matita vicino alla bottiglia d’acqua minerale (ancora la bottiglia, ma in posizione meno marginale).
Terzo quadro.
Trout prende dal cassetto una Colt automatica (è l’arma con la quale ha ucciso la ragazzina) e l’appoggia sulla scrivania, con la canna rivolta verso la bottiglia d’acqua minerale (attenzione al simbolismo, la canna dell’arma sembra indicare – e non a caso – la bottiglia).
Quarto quadro.
L’avvocato se n’è andato e sulla scena ora c’è la moglie di Trout, Hanna. L’uomo sbatte la Colt sul piano della scrivania, l’arma urta la bottiglia che cade a terra, senza rompersi. I rapporti fra i due sono molto tesi, la donna ha appena chiesto la restituzione di una somma di denaro. Trout chiede a Hanna di andare in negozio a prendere una nuova bottiglia d’acqua minerale e quando la donna torna, il marito la aggredisce e la brutalizza con la bottiglia. Questa violenza unita al femminicidio perpetrato dal marito, spingeranno la donna ad andarsene da casa.
Stop.
Poniamoci per un attimo dalla parte dell’autore nel momento della fase creativa. Qual era l’obiettivo che l’autore voleva raggiungere? Prima evidenza: creare una scena drammatica, una scena di non ritorno nei rapporti fra Trout e Hanna e dunque sceglie questa scena raccapricciante che motivi lo sviluppo della storia in questo senso. Seconda evidenza: gli oggetti inclusi nella scena di questa situazione di non ritorno non hanno alcuna funzione, per così dire, decorativa ma anzi, come si è visto, giocano un ruolo fondamentale. La Colt (che già ha ucciso) sembra addirittura “parlare”, rivolta com’è verso la bottiglia. Come dire: arma d’offesa l’una, potenziale arma d’offesa l’altra (la bottiglia). La bottiglia (urtata non a caso proprio dall’arma) cade dalla scrivania, motivando in questo modo la richiesta (l’ordine) di Trout a Hanna di andare in negozio a prenderne un’altra e creando in questo modo un movimento sulla scena che assecondi come regia, in seconda battuta, l’aggressione.
Per concludere, possiamo riprendere l’assunto iniziale. Nella costruzione di una messa in scena, è sempre utile ragionare narrativamente su come far “agire” gli oggetti che selezioniamo, perché questi stessi oggetti potrebbero aiutarci a condurci (ovvero: a condurre i nostri personaggi) là dove vogliamo, ossia nella direzione che la storia dovrebbe o potrebbe assumere.
Un’ultima considerazione, non secondaria. Può capitare – e capita spesso – di costruire una scena includendo oggetti che coerentemente lì devono stare: una libreria carica di volumi nello studio di un letterato, ad esempio, o dipinti di pregio nella dimora di un amante dell’arte, o ancora mobili dozzinali nel tinello di una famiglia poco abbiente e via elencando; e solo in un secondo momento, avendo l’esigenza di portare avanti la nostra narrazione, ragionare su come far attivare questi oggetti secondo lo sviluppo desiderato. In quegli ambienti immaginati non è da escludere che potremmo trovare qualche utile sorpresa…
Per approfondimenti
Corso: Il ragionare narrativo. La trama, dall’idea allo sviluppo, con Massimo Cassani e Edoardo Zambelli. Bottega di narrazione.
M.Cassani, La trama. Come inventarla, come svilupparla (Laurana, 2018, collana Bottega di narrazione)