di Giulio Mozzi
Il primo libro di Giorgio Caproni che lessi fu Il conte di Kevenhüller, pubblicato da Garzanti nel 1986. Avevo ventisei anni, le collane di poesia dei grandi editori erano ancora vive (Lo Specchio di Mondadori, la «collana oliva» appunto di Garzanti, la «bianca» Einaudi che ancora esiste; anche Lo Specchio sopravvive, ma mi sembra una collana dall’identità piuttosto incerta – cosa che non impedisce l’uscita, di tanto in tanto, di opere notevoli), e fino a quel momento le mie letture di poesia contemporanea avevano esplorato sostanzialmente due ambiti: la Neoavanguardia (Gruppo 63 e dintorni, ma soprattutto Balestrini Porta Pagliarani) e la galassia di scritture in un modo o nell’altro riferibili a La parola innamorata, un’antologia curata nel 1978 da Giancarlo Pontiggia (niente che fare con il romanziere Giuseppe) e Enzo di Mauro (il cui concetto a me pareva essere, più o meno: dopo la desertificazione prodotta dalla Neoavanguardia, possiamo ancora tentare la via della lirica?; peraltro uscì nella collana Materiali di Feltrinelli, tempio della Neoavanguardia). Ah: in mezzo c’era stato il Galateo in Bosco di Zanzotto, del quale probabilmente ero riuscito a leggere anche Pasque.
Di Caproni fino a quel momento conoscevo, per via scolastica, forse solo la poesia che conoscono tutti: il «Congedo del viaggiatore cerimonioso». Che mi era sembrata, come dire?, bella sì, ma non capace di soddisfare il mio desiderio di cose che mi sembrassero appartenere davvero al tempo in cui vivevo – a me, quindi. Tant’è che il libro che la conteneva, e che s’intitolava appunto Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, lo avevo ben visto, in libreria, tante volte (all’epoca i libri duravano un po’, anche un bel po’, in libreria: la prima edizione del Congedo è del 1965), e lo avrò anche sfogliato: ma non mi era mai venuto in mente di comperarlo; né avevo comperato il Tutte le poesie fatto uscire nel 1983 da sempre da Garzanti.
Perché dunque comperai Il conte di Kevenhüller? Vi parlo di quarant’anni fa, quindi non considerate particolarmente attendibile la mia testimonianza. Comunque: da un lato, di questo sono certo, mi colpì che un poeta che aveva già dato fuori il suo Tutte le poesie – e che quindi, nella mia immaginazione, stava già più con i morti che con i vivi – pubblicasse un altro libro (un libro postumo pubblicato in vita? un raschiamento del barile? una nuova giovinezza?); dall’altra, e anche di questo sono certo, mi stupì che il libro si aprisse con la riproduzione di un «Avviso», dato il 14 luglio 1792 (terzo anniversario della Rivoluzione francese: ma, questo, l’«Avviso» non lo diceva), firmato appunto dal conte di Kevenhüller: «Avviso» che invitava la popolazione a una «generale caccia con tutti gli Uomini d’Arme della Comunità», allo scopo di scovare e accoppare una «feroce Bestia di colore cenericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso Cane, e dalla quale furono già sbranati due Fanciulli».
Ammetto: caddi nell’inganno finzionale. Persi un po’ di tempo, nell’unico modo in cui mi era possibile nel 1986, a cercare notizie sul Conte. Andai alla Biblioteca civica, la cui sala di lettura aveva forse venti posti e un parquet scricchiolantissimo; feci con l’addetto (che se ne stava oltre una finestrella nella parete, più spesso serrata che aperta) una laboriosa trattativa per poter consultare qualche repertorio biografico dei primi dell’Ottocento; non trovai nulla. Che la Bestia fosse una creatura immaginaria – un po’ come il drago dell’«Uccisione del drago» di Buzzati –, era per me scontato; che lo fosse anche il Conte… Ma mi arresi: o Caproni s’era inventato tutto, o il Conte e la sua Bestia erano personaggi così minori da non aver lasciate tracce – se non quell’«Avviso». L’ultimo atto fu di andare col libro in un negozio di antiquariato (in via Sant’Andrea, a Padova, dove abitavo) specializzato in stampe. Chiesi al titolare se quella riproduzione gli sembrava una riproduzione di una stampa autentica. In pochi minuti mi spiegò – assai gentilmente – che era impossibile, per una serie di ragioni tipografiche e di usi linguistici che ora non ricordo più. Tornai a casa non so più se sollevato e deluso, e cominciai veramente a leggere.
Il conte di Kevenhüller è il libretto di una piccola opera di teatro musicale. Comincia dichiarando il fondale della storia («L’acciaio. / Il ghiacciaio», il luogo dell’azione («In ogni dove») e i personaggi: «Alcuni Io. / Quasi mai io. / Altri Pronomi. / Nomi. /Parti secondarie: / le stesse del Discorso». Poi comincia, con testi più o meno brevi, a narrare: «L’AVVISO del Conte fu accolto / quasi con frenesia. / Il sangue dà sempre allegria», e poi fa parlare alcuni personaggi, «alcuni Io», non sempre lo stesso «io»: li fa parlare soprattutto della frustrazione di non trovare, non vedere, nemmeno intravvedere la Bestia: «Gettai il fucile. Rientrai / – di stizza – all’osteria. / La Bestia, o era fuggita via, / o non esisteva». Ma poi: «No, il Conte non stravedeva. / Anzi, aveva avuto fiuto, il Conte. / Giorno: il 14 luglio. /Anno: quello tra Il Flauto Magico, / a Vienna, e, a Parigi, il Terrore. / In lui, non il minimo errore / di calcolo. Anche se non esisteva, / la Bestia c’era».
Rimasi affascinato. Affascinato dalla capacità di Caproni di mettere su un teatro immaginario, così vivo e agitato; affascinato da quei versicoli brevi, nervosi, sparsi nel bianco della pagina, nei quali i personaggi si dichiaravano a fatica, come per forza, quasi contro sé stessi; affascinato da quelle rime, spesso «facili» ma sempre, almeno per me, forti come schioppettate (tanto per stare in tema di caccia). E affascinato, infine e soprattutto, dal talento di Caproni nel far muovere tutti attorno a un personaggio inesistente, la Bestia, che pian piano si rivelava per quel che era: non un’allegoria, ma un simbolo: «La Bestia che cercate voi, / voi ci siete dentro»; «(La Bestia che bracchiamo, / è il luogo dove ci troviamo)»; «Presta bene orecchio, / amico, a quel che ti dico. / Tu miri contro uno specchio. / Sparerai a te stesso, amico»; «La preda mi passò in un lampo / davanti agli occhi. Bionda. / Nera. Senza lasciare orma. / Non ebbi nemmeno il tempo / di spianare il fucile»; «Mi piacciono i colpi a vuoto. / I soli che infallibilmente / centrino ciò ch’enfaticamente / viene chiamato l’Ignoto». Fino alla conclusione: «Inutile, per salvarli, / sparare alla morte. / Doveva esser altra / la mira. Mille volte più scaltra. / Catturare – ma vivo! – / il Desiderio di Morte».
Chiusi il libro. Andai in libreria, e comperai il Tutte le poesie del 1983. Se foste curiosi anche voi di Caproni, ora c’è un nuovo Tutte le poesie, definitivo e completo (Caproni è morto nel 1990) disponibile nei Grandi Libri Garzanti e appena ristampato. Un migliaio di pagine, un formato comodo, un’utile introduzione di Stefano Verdino e – alla fine – un’interessante raccolta critica (una quarantina di pagine); zero commento, ma per leggere Caproni non serve (non che non sia ostica, la sua poesia, a volte; ma chiede solo di essere letta con pazienza), trenta euro. E – com’è che si dice? Ah sì: «Lo divorerete».
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All’opera di Giorgio Caproni è dedicato il corso «Scrivere in versi 2 / 2026», condotto per la Bottega di narrazione da Giovanna Frene. Leggi il programma dettagliato.

Qui sopra: Giorgio Caproni in una fotografia di Dino Ignani.

