Com’è cambiata l’editoria italiana

di Giulio Mozzi

Nel 1991 non sapevo niente dell’editoria italiana. Per carità: leggevo libri (parecchi); andavo spesso in libreria (tutti i sabati, diciamo) e ci passavo del bel tempo; mi portavo a casa (li davano via gratis) i cataloghi delle case editrici. Ecco: non è vero che non sapessi proprio niente dell’editoria: sapevo che gli editori erano diversi tra loro; che ciascuno di loro aveva una identità; che certi editori erano più «sicuri» di altri; che i volumi delle collane storiche di Laterza e di Einaudi erano ineguagliabili (all’epoca leggevo molto di storia, soprattutto medievale: tutta colpa di Marc Bloch e del suo La società feudale); che c’erano certi editori più piccoli di quelli noti a tutti ma talvolta interessanti e curiosi; e così via. Sapevo, insomma, dell’editoria, ciò che poteva sapere un trentenne curioso, con una istruzione formale media (un liceo, niente università), con un capitale culturale familiare più che buono, e con qualche astratto furore in corpo.

Non sospettavo minimamente, all’epoca, che sarei diventato uno che ne scrive, di libri, né che sarei addirittura finito a lavorare con le case editrici.

Avevo degli amici che ne sapevano forse un po’ di più. Scrivevano poesie, si erano fatti una rivista («Scarto minimo», si chiamava; ne uscirono forse sei numeri in tutto, oggi ricercatissimi), erano in contatto con altri poeti: alcuni a me noti, alcuni a me del tutto ignoti. Poiché io avevo il tesserino da giornalista (lavoravo all’epoca nell’ufficio stampa della sede regionale di un sindacato datoriale), di quella rivista ero formalmente il direttore responsabile: solo formalmente. Partecipavo però di tanto in tanto alle loro riunioni, e ammiravo la loro determinazione, la loro consapevolezza, il loro modo di cercare e costruire relazioni con persone – in giro per l’Italia – con le quali sentivano affinità.

Nel febbraio del 1991 scrissi un racconto. Capitò un po’ per caso, ma questa è un’altra storia. Nel dicembre dello stesso anno lo spedii a pochissime persone: quattro. Una di loro era Marco Lodoli. Avevano il suo indirizzo gli amici poeti – perché Marco Lodoli, anche se era ed è conosciuto soprattutto come autore di racconti e romanzi brevi, era ed è anche un buon poeta. Avevo letto il suo libro di racconti Grande Raccordo, lo avevo trovato bellissimo – l’ho riletto un anno fa, e confermo il mio giudizio – e, soprattutto, mi sembrava che il racconto che avevo scritto gli dovesse qualcosa. Gli mandai il mio racconto semplicemente per gratitudine; non avevo idea che potesse succedere quello che poi successe.

E successe questo. Marco Lodoli mi rispose nel giro di quindici giorni, telefonandomi. Fece leggere il mio racconto nelle due case editrici con cui lui stesso aveva pubblicato, Theoria e Bompiani. Nel giro di due mesi avevo due proposte per fare un libro. Theoria era disponibile a fare un libro di racconti. Bompiani voleva un romanzo. Accettai la proposta di Theoria e mi misi a scrivere altri racconti. Ero contento della cosa, ma ero anche molto inquieto: perché non avevo la minima idea di che cosa significasse pubblicare un libro, non riuscivo a immaginare quali conseguenze questo evento avrebbe potuto avere sulla mia vita.

Il mondo dell’editoria era all’epoca molto diverso da come è oggi. (Attenzione: da ora in poi taglio con l’accetta). Le stesse persone che erano disposte, trentacinque anni fa, a proporre un contratto di pubblicazione a uno sconosciuto che aveva messo al mondo un solo racconto, oggi non si arrischierebbero a fare niente di simile. Non che non si facciano libri di autori nuovi – anzi: l’esordiente, soprattutto presso le grandi case, è spesso oggetto di particolari attenzioni – ma la logica è tutta diversa. La «letterarietà» di un’opera narrativa era all’epoca un pregio – quante volte ho sentita la frase: «Questa sì che è letteratura!» – oggi è spesso percepita dagli editori come un difetto, o almeno un rischio. Il desiderio di opere narrative che rompessero con la tradizione, mandassero in crisi il lettore più abitudinario, che sperimentassero con le forme e con la lingua, era grande; oggi troppo spesso gli editori – e, di nuovo, soprattutto le grandi case – sono in cerca di opere narrative confortanti, linguisticamente semplici, politicamente corrette, che rispecchino e rispettino tutti i luoghi comuni più di moda al momento. Non si può leggere tutto quello che viene pubblicato, ma basta dare un’occhiata ai cataloghi, basta leggere certe quarte di copertina: «C’è un’età in cui ogni cosa brucia, soprattutto l’amore. E ce n’è un’altra in cui persino l’amore sembra uno sbaglio. Ma per quanto tu possa provare a nasconderti o a scappare da te, il tuo cuore non si lascerà ingannare. Il cuore a volte tace, ma non va mai a dormire». No, non è un Harmony, è Einaudi.

Nel contempo, è diventato sempre più difficile che l’invio di un testo a una casa editrice produca qualche risultato. Il numero degli scriventi è aumentato tantissimo – è una mera conseguenza dell’alzarsi del livello medio di istruzione, suppongo – e un editore che riceva migliaia di proposte all’anno non può materialmente starci dietro: la cosa avrebbe un costo insopportabile. Si sono così moltiplicate le figure intermediarie: le agenzie letterarie, che una volta si contavano sulla punta delle dita e oggi sembrano essere centinaia, e le riviste – prima scomparse e poi proliferate nel web –, per non parlare dei concorsi per inediti. Con la nascita del fenomeno dell’autopubblicazione – che è andato a sommarsi alla famigerata editoria a spese dell’autore – si è poi creata una specie di editoria parallela, assai consistente nei numeri – sospetto che all’incirca un quinto degli ottantacinquemila nuovi libri pubblicati nel 2025 non abbia un editore propriamente detto alle spalle – benché totalmente invisibile nelle librerie.

Un altro cambiamento importante è stato il nascere di tutta una serie di professioni e di agenzie che si rivolgono agli aspiranti scrittori. Professionisti e agenzie che forniscono schede di lettura, servizi di redazione e di editing, e altri servizi ai miei occhi più misteriosi come quello di coaching. Mi capita sempre più spesso di avere allievi che, oltre a frequentare un mio corso – e ad aver frequentato svariati altri corsi in precedenza – si appoggiano a un «editor indipendente»: cosa che a nessuno, trent’anni fa, sarebbe venuta in mente.

Anche le scuole di scrittura, almeno le più rilevanti, sono diventate degli intermediari tra la massa di chi scrive e le case editrici. Questo non è senza conseguenze. Nel momento in cui le case editrici chiedono opere narrative fatte in un certo modo, è difficile per le scuole non insegnare a scrivere esattamente in quel modo lì: anche perché gli allievi, desiderosi di pubblicare, proprio questo chiedono. La prima volta che mi sentii dire «Diteci che cosa dobbiamo scrivere per essere pubblicati» fu nei primi anni Duemila – e da allora questo modo di affrontare la cosa si è diffuso a macchia d’olio. Sembra ormai che l’importante sia pubblicare – a qualunque condizione –, non sia produrre un’opera letterariamente bella o, almeno, interessante.

Tutti questi cambiamenti hanno delle cause per descrivere le quali ci vorrebbero altri dieci articoli; qui mi limito ad accennare all’industrializzazione prima, e alla finanziarizzazione poi dei grandi conglomerati editoriali; alla creazione di grandi organizzazioni verticali che controllano tutta la filiera (editoria, distribuzione, librerie); alla parcellizzazione del mercato, ormai suddiviso in numerosissime ma piccole nicchie, con la conseguente diminuzione del numero di copie vendute per ciascun titolo – trent’anni fa un grande editore non usciva in libreria con un titolo nuovo in meno di sei-settemila copie, oggi è già tanto arrivare a duemila –; alla perdita di riconoscibilità e di autorevolezza dei marchi editoriali. Ma tra le cause di tutto questo ci sono sicuramente anche i comportamenti di quei molti lettori che in questi anni sono definitivamente diventati – sarà un effetto dell’invasività dei social e del modo in cui sono oscuramente governati – dei veri «consumatori culturali»: basti notare come di una qualunque novità si parli intensissimamente per pochi giorni, salvo dimenticarla all’istante per andarsi tutti a occupare della novità successiva.

«E lei, Mozzi», potrebbe dirmi qualcuno, «lei, che manda avanti la Bottega di narrazione: come si pone difronte a tutto questo?». Rispondo: noi, noi che insegniamo nella Bottega di narrazione, cerchiamo di stare dalla parte della letteratura.

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Il ciclo d’incontro della Bottega di narrazione intitolato «Il mondo editoriale» inizia l’11 maggio 2026. Qui il programma dettagliato.

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