Tutti in mostra / Cronaca di un incontro autori-editori alla Bottega di narrazione

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di Daniela Russo (mattina) e Claudia Grendene (pomeriggio)

[Il fascicolo con tutti gli estratti può essere prelevato qui]

Sabato cinque aprile 2014, alle ore dieci circa, presso lo Spazio Melampo in via Carlo Tenca a Milano, sede della della Bottega di narrazione, sono stati presentati alcuni lavori degli “apprendisti” della seconda Bottega, della prima, e persino di quella in corso. Erano presenti gli autori, il padrone di casa Giulio Mozzi, amici e simpatizzanti dei coinvolti, un gruppo di editor e di agenti letterari e persino qualche curioso.

Ha aperto le danze Sara Loffredi, milanese, autrice del romanzo La felicità sta in un altro posto edito da Rizzoli, che nel 2011 ha frequentato la prima Bottega. Sara ha raccontato la sua esperienza, il percorso che l’ha condotta dal progetto alla realizzazione. La sua storia è stata sin dall’inizio sostenuta dai colleghi, cosa che non ultima l’ha aiutata ad arrivare fino in fondo. Una volta avviata la lavorazione de libro, anche la scelta della copertina e del titolo sono state tappe significative: era importante che il lettore non fosse mal guidato e comprendesse anche visivamente che La felicità sta in un altro posto non è un pesante romanzo storico (benché la storia cominci ai primi del Novecento), ma la storia di una donna e delle sue vicissitudini. Sara si è dichiarata da subito innamorata della sua protagonista, Caterina, per poi scoprire di lei anche gli aspetti criticabili, grazie all’occhio esterno del professor Mozzi: non senza dolore, ma con arricchimento sia proprio sia del suo personaggio, è passata dall’amore idealizzato all’amore giusto, quello che riconosce bellezza e limiti, e perciò costruisce in modo più saggio.

Di seguito è toccato al primo autore della seconda Bottega esser chiamato alla scrivania per esporre il suo lavoro e leggerne un estratto, rompendo il ghiaccio (in realtà il clima era molto mite…): così Giovanni Fiorina, classe 1980, ha conversato con Mozzi sul suo romanzo Masnago (c’è ancora indecisione sul titolo, ma si capiva che a Giovanni Masnago piace parecchio), romanzo di formazione di un giovane onesto e limpido in una provincia lombarda tra la pallacanestro e le imprese edili, le banche e le finanziarie non altrettanto limpide che il protagonista trova sul suo percorso. L’etica del romanzo è il valore aggiunto al suo essere la cronaca di una parte dell’Italia in anni molto vicini ai nostri (1999).

Al sereno Giovanni è succeduta la bellunese Michela Fregona, laureata in Lettere Antiche a Venezia, appassionata di tango, di Egitto, e brillante lettrice dell’estratto del romanzo Quello che verrà. Un affresco dell’insegnamento all’interno di un Centro territoriale permanente, dove s’incrociano i destini di persone dal percorso formativo “alternativo”. Gli adulti, insomma, cui Michela ha consacrato il suo impegno di vita, ammettendo di non sopportare i ragazzini. Dalla tesi di laurea in Sumerico alle lezioni impartite a studenti d’ogni sorta, il salto è stato notevole, ma creativo e fecondo per la penna di Michela, che ha scritto un romanzo più che scolastico, sociale, descrivendo un mondo dove tensioni e tendenze della postmodernità danno vita e senso a ciò che può sembrare tragico, difficile, e invece è pura vita. Michela frequenta la terza Bottega, all’interno della quale si sta dedicando alla stesura di un romanzo definito “egizio” dal Mozzi. Umorismo e capacità di intrattenere anche gli uditori più recalcitranti hanno reso divertente il momento della lettura della Fregona, particolarmente vivida nella lettura e appassionata.

Isabella Nenci, bioingegnere di Ferrara, lavora da anni nell’editoria scolastica scientifica ma, in questa occasione, ha ammesso di provare tutta l’emozione della sana botta di umiltà che di solito provano gli autori di fronte a lei, che nel campo editoriale è di casa. Con grande dolcezza, Isabella ha soprattutto messo l’accento sulla delicatezza di uno degli argomenti da lei affrontati, la malattia conosciuta col nome di “còrea [danza] di Huntington”, malattia della quale appunto soffre uno dei personaggi del suo romanzo corale Cosa credi di fare. E’ stato complicato infatti entrare nei meandri di un male che non la riguarda personalmente né riguarda persone a lei vicine: è quindi emerso il problema che un narratore accorto deve porsi rispetto a quella che possiamo definire la “tutela dei viventi”.

Dopo la lettura di Isabella, consistente in alcune pagine che si concentravano proprio sulla malattia di Piero, pittore intento a registrare il disfacimento progressivo del suo fisico a causa del morbo, si è passati ad un argomento decisamente diverso: il romanzo Sequela di Federica Pittaluga, laureata in comunicazione, dipendente di una casa editrice musicale. Federica si è impegnata in una poderosa ricostruzione di “usi e costumi” di un gruppo sociale ben radicato in Italia e sul quale, ha suggerito Mozzi, poco o niente, o forse proprio niente, è stato mai scritto in forma romanzesca: Comunione e Liberazione. Il romanzo si articola in tre parti, ciascuna incentrata sul destino di tre personaggi che compiono, rispetto a CL, un percorso diverso, di rifiuto o di accettazione della “sequela“.

L’affresco socio-culturale e umano di Federica ha ceduto il passo poi all’esposizione, da parte di Ivan Lorenzon, del suo romanzo assai romanzesco e dagli intrecci vertiginosi sui pirati del Mar dei Caraibi. Lorenzon, sceneggiatore e art director trevigiano, ha ben chiarito che le sue intenzioni erano quelle di parlare, attraverso i pirati, di amore, amicizia, e soprattutto di rapporti tra genitori e figli. Nell’aula si è respirato all’improvviso un clima stevensoniano che ha subito portato l’uditorio in terre lontane, nell’attesa della lettura di un estratto – da destinarsi dopo il pranzo.

Chi scrive infatti ha assistito solo alle presentazioni della mattinata, seguita da un pranzetto svoltosi nei celebri ristoranti frequentati suggeriti dal Mozzi: ristoranti in cui, a suo dire, si paga molto poco e si mangia molto male, ma ciò che è davvero da evitare è solo la frittata.

Mentre gli amici di Michela Fregona la festeggiavano al tavolo, chi scrive, che pur voleva condividere il suo momento, è capitata in un altro tavolo, perché così succede quando i convitati sono tanti. Il fortuito caso ha consentito un dialogo con una editor collaboratrice del gruppo Gems, Roberta Stabilini, che ha parlato in modo semplice e pratico delle logiche che la guidano alla preferenza di un testo su cui lavorare. La trama, la storia intrigante e ben congegnata, la ricchezza dell’intreccio, il fascino di un personaggio o di più personaggi sono le linee-guida delle sue scelte: meno interessata alla cosiddetta bella scrittura, l’editor ha sottolineato che di un’opera è importante anche aver presente il mercato cui può essere rivolta: dunque l’assenza di una storia forte pregiudica la possibilità di un riscontro. E’ importante anche per i lavoratori del campo editoriale trovarsi di fronte a qualcosa di originale, che costituisca appunto una novità, che esprima un punto di vista insolito, che incuriosisca, faccia innamorare e conquisti. In modo pacato e onesto, ha ammesso che di sbagli ne fanno tanti anche gli editor, perché, essendo umani, può capitare, ma che in realtà è molto raro imbattersi in un incompreso capolavoro (es.: di Gattopardi non ce n’è tanti in giro). La mattinata si è chiusa serenamente come è iniziata. Persino il capocameriere (non mi viene il termine tecnico), di solito più ritroso, si è aperto a una insolita cordialità.

* * *

Dopo il pranzo presso il ristorante che a qualcuno dei convitati ha ispirato un racconto il cui nucleo drammatico gira intorno alla storia di un cameriere bosniaco che si trasferisce a Milano e lavora in un locale che serve frittata di dubbia provenienza, si è aperto il pomeriggio con la lettura di Ivan Lorenzon sulle avventure del pirata Calico Jack, che ha avvinto l’uditorio lasciando tutti in attesa di sapere come finiranno le sue scorribande nei mari lontani.

E’ stata poi la volta di Bettina Todisco, udinese trasferita a Trieste, social media manager in un’azienda informatica. Mozzi ha introdotto il lavoro di Bettina Todisco illustrando la tradizione letteraria in cui si inserisce: i libri sulle dinamiche delle carriere in azienda. Il lavoro della Todisco vuole essere un omaggio a Libero Poverelli (al secolo Giorgio Voghera 1908-1999), il quale scrisse Come far carriera nelle grandi amministrazioni. La lettura brillante dell’estratto del Manuale per far carriera in azienda senza averne il merito ha raccontato a tutti come ha fatto carriera il dottor Mario Fumagalli, dottore senza laurea, uno tra gli altri personaggi dei quali la Todisco racconta con la dovuta ironia la grottesca ascesa nel mondo del lavoro.

Il pomeriggio, allo spazio Melampo, non hanno parlato soltanto gli autori. Il pomeriggio, Giulio Mozzi ha dato spazio anche agli addetti ai lavori del mondo editoriale, per esempio al direttore della narrativa delle edizioni San Paolo, Riccardo Ferrigato, che ha spiegato come la casa editrice stia investendo per allargare i propri interessi in questo settore, e alla rappresentante della Rizzoli, Benedetta Bolis, che ha illustrato le scelte editoriali della sua azienda interessata in particolare alle storie al femminile, ma ultimamente attenta anche alla ricerca di buoni gialli.

Maria Luigia Longo, di Stigliano ma trapiantata a Lecco, una giovane insegnante laureata in Lettere moderne, che ha alle spalle già qualche pubblicazione anche nell’ambito della poesia, ha presentato un romanzo familiare. In questa sua opera relazioni ambigue e segreti inconfessabili accompagnano la vita di Nico, alle prese con il ritorno nella sua terra d’origine, la Lucania, per gestire una difficile eredità non soltanto materiale. Personalità simpatica e scrittura notevole, la Longo ha letto una scena del suo romanzo che perfino l’incontentabile Mozzi ha definito particolarmente ben congegnata.

Sul far della sera, ultima ma non meno degna d’attenzione, la profondità di sguardo di Elena R. Marino, laureata in Lettere Classiche, con un curriculum notevole alle spalle, attualmente impegnata nel teatro con l’impresa Live Art snc a Trento. Elena Marino ha presentato due romanzi: Dopo che tutto è scomparso, ambientato in Canada, con le vicende di Thomas che si ritrova ad accudire a due ragazzini, fratello sorella momentaneamente abbandonati, in un crescendo di complicazioni come la fuga del ragazzo più grande alla ricerca del vero padre e la rincorsa di Thomas e della sorella più piccola per riacciuffarlo prima che sia troppo tardi; un secondo romanzo, su cui l’autrice sta lavorando, Fino in fondo, che tratta la storia di un giocatore patologico che vive nella percezione di uno stato di grazia tale da spingerlo in una catena di debiti e guai alla ricerca della grande vittoria ed arriva, invece, a toccare il fondo.

Il tempo delle storie, allo spazio Melampo, finisce verso sera lasciando in tutti emozioni e riflessioni, queste le mie: l’impegno di tante persone è più forte dei casi della vita. E’ così che nascono le storie della Bottega di narrazione, una squadra di persone che hanno voglia di raccontare storie, di farlo al meglio, di imparare con umiltà e determinazione la fatica dello scrivere. Un’altra sensazione, la convivenza nella stessa stanza per una giornata intera di autori ed editori, in dialogo libero tra loro. Un’occasione rara.

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[L’immagine in alto viene da qui]

3 comments on “Tutti in mostra / Cronaca di un incontro autori-editori alla Bottega di narrazione”

  1. scrittura è secondaria; se bella non è, la si aggiusta senza problemi. Ho letto anche, con la stessa logica ma più sfumato: “credo che tra i non addetti ai lavori a volte si tenda a scambiare gli elementi costituivi del bello scrivere per quelli del buon narrare” http://www.leultime20.it/pubblicare-un-libro-quattro-domande-per-quattro-editor/ . Suona meglio, ma il concetto è simile. Pensavo (aldilà dei gusti personali) a “Quel che resta del giorno” di Ishiguro dove in 300 pagine non succede niente, o anche al recente caso di “Stoner” e di una storia che non c’è. Il romanzo di Ishiguro è del 1989, sono passati 25 anni e nel frattempo sono cambiati anche le logiche degli editor. Qualcuno è anche magicamente (perché dal punto di vista molto concreto e pratico dell’editor solo di magia o di miracolo si può parlare) riuscito a farne un bellissimo film di successo dove, giustamente, non succede niente. Stoner è recente come riesumazione. Cosa sarà piaciuto ai numerosi lettori? La bella scrittura? Definirla “bella” rivela, mi pare, una sfumatura di disprezzo, io (si fa per dire) l’avrei definita buona (o anche forte, potente, innovativa, rivoluzionaria, solida, ecc.) Non capisco questa distinzione/separazione tra trama e lingua, con la prima che predomina sulla seconda. Una soluzione consisterebbe a chiedere all’autore (di trame, a questo punto) un paio di paginette di una trama intrigante, originale, blablabla per poi chiedere a un qualunque impiegato ben addestrato di scrivere il romanzo. La banalità della scrittura. Per concludere: è un grande sollievo e una vera consolazione (da lettrice) sapere che raramente a un editor sfugge il capolavoro.

  2. M’inizio è rimasto nella tastiera:
    Basta mettersi d’accordo? Mi è parso di capire che l’editor (in questo caso Roberta Stabilini) vuole trame per sceneggiati americani (che spesso sono ottimi sceneggiati) e non bella scrittura (che immagino essere quasi un ostacolo al testo “su cui lavorare”). Intrigo, congegno, intreccio, fascino, forza, originalità, novità. La scrittura è secondaria;

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