Emanuela Carbonelli, “L’ultima estate del 2002”

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[Sabato 16 febbraio 2019 le apprendiste e gli apprendisti della Bottega di narrazione – annualità 2017-2018 – si sono presentati al mondo dell’editoria. L’incontro, svoltosi presso la sede della Bottega a Milano, è stato assai partecipato e interessante. Cominciamo oggi a pubblicare gli estratti dalle opere che sono state presentate. Chi volesse ricevere il fascicolo con tutti gli estratti può richiederlo scrivendo a bottegadinarrazione@gmail.com].

Emanuela Carbonelli è stata docente d’italiano L2 nei CTP (Centri territoriali permanenti, ora chiamati Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) e pedagogista clinico nel privato e nel pubblico. Oggi si dedica alla scrittura. Vive a Torino, dove cura gruppi di lettura e di crescita personale nella propria Circoscrizione. Nel tempo libero ama viaggiare in compagnia, ma anche in solitaria.

La storia

Rita, cinquantenne, è figlia di Aurelio e Miriam. Il matrimonio avvenne, per riparazione, quando Miriam si scoprì incinta; e si rivelò nel tempo un disastro. Quando Rita entrò nell’adolescenza Aurelio cominciò a molestarla. Dopo qualche anno Rita, durante un litigio più forte del consueto – si mettono le mani addosso, la preziosa sciarpa di seta bianca della madre si strappa -, rivela le molestie alla madre: che preferisce non crederle.
Nel momento in cui il romanzo inizia, Rita non vede i genitori da sette anni. È all’Elba per lavoro – gestisce a Parma un’agenzia immobiliare – e riceve una telefonata dal fratello minore Paolo: la madre sta morendo, deve raggiungerlo a Varese.
Il viaggio dura tre giorni dell’anomala estate del 2002, tra improvvisi rovesci e grandinate. Rita fa sosta a Firenze per prendere dalla cognata – separata da Paolo – la nipote quindicenne Aurora, la cui presenza stempera un po’ la pesantezza della circostanza. Fa sosta anche a Parma per passare le consegne alla socia Ilaria: qui riceve la notizia che la madre è deceduta.
Si reca comunque a Varese, per i funerali, dove si troverà a fare i conti, ancora una volta, con la propria memoria, con il fratello e con il padre. E scoprirà che la madre le ha lasciato in dono, come segno di riconciliazione, la sciarpa di seta bianca.

L’estratto

Isola d’Elba

La telefonata la sorprese il sabato mattina, verso le dieci.
Cercò di tagliare corto.
«Devo proprio venire?»
«Sta morendo, Rirì»
Scacciò infastidita con la mano libera una ciocca piovuta sugli occhiali.
«Sono all’Elba, lavoro».
«Anch’io lavoro, vieni e basta».
Respirò a fondo, la irritava quel tono.
«Sei sulla strada, passa da Aba, cerca –».
«Non verrà».
«Aurora sì».
«Ha quindici anni, sai che prospettiva».
«Verrà. Tieni il cellulare acceso».
«É sempre acceso, ci lavoro col cellulare».
«Eri irraggiungibile».
«C’è poco campo».
«Tienilo acceso».
«Lascia messaggi».
«Sbrigati a partire».
Sentì riattaccare. Detestava suo fratello quando la liquidava così.
Non sarebbe stato facile anticipare la traversata: i traghetti erano affollati a fine luglio, soprattutto il fine settimana. Compose il numero verde della compagnia. Suonò a vuoto a lungo. L’unica soluzione era trattare di persona agli imbarchi. Finì di vestirsi, osservò la ciocca ribelle e la bloccò decisa con la lacca.
La signorina bionda dietro lo sportello sembrava sui trenta e, quando si concentrava, tendeva ad arricciare le labbra a culo di gallina. Rita rimarcò l’emergenza famigliare e lei ci mise zelo ad aprire e chiudere finestre zigzagando col cursore sul monitor alla ricerca di un posto. Il verdetto era sempre lo stesso: garage al completo. Senza auto un posto ponte si sarebbe rimediato, la traversata era breve, ma così … e le labbra si arricciavano ancora più strette a rilevare come un dispiacere. Finì col consigliarle di rivolgersi a un’altra compagnia.
Rita tamburellò sul ripiano esterno dello sportello e fece ruvida: «Siete la compagnia con cui viaggio una volta al mese, ho già il ritorno pagato e mi manda altrove? Strabiliante!»
La signorina bionda parve sobbalzare. Una ruga s’incise fra le sopracciglia. Rita smorzò il tono, avvicinò la testa all’oblò dello sportello e cercò di chiarire meglio la situazione: «Mi scusi, ma … mia madre è grave, l’ho appena saputo e vorrei arrivare prima che … che se ne vada, capisce? Se trovasse una qualsiasi soluzione …».
La ruga della signorina si spianò mentre annuiva seria più volte come dietro a un pensiero suo. Poi scostò lo sgabello e si alzò dicendo che provava con una telefonata esterna. La vide dirigersi verso un tavolo più lontano e frugare in una borsa da donna posata lì sopra.
Le fu grata per quella tenue speranza. Pensò anche che, alla peggio, partire più tardi non avrebbe cambiato gli eventi.
La sentì parlottare per dieci minuti al cellulare. Schioccava di quando in quando baci che cercava di celare nell’incavo della mano guardandosi furtiva intorno.
Un fidanzato? Un figlio piccolo?
Tornò con le gote arrossate. Le fece simpatia.
«Mi ricorda l’auto che deve imbarcare?»
«Una Punto sporting».
Ricontrollò il monitor: «Sì, vedo che non supera i cinque metri».
«Proprio no».
«Ho una risposta domattina. Un’auto in riparazione. Se non è pronta e il proprietario è d’accordo, faccio la variazione».
«A che ora m’imbarcherei?»
«Domani alle undici».
«Quando ha la risposta?»
«Non prima delle dieci, signora. Di più non saprei che fare».
«Per me va bene».
«Le lascio il mio interno, chieda di Sabrina».
Si salutarono con sollievo. La ricerca aveva portato via quasi un’ora.
Non c’era che aspettare.

Sul traghetto

Pigiò brusca il freno. Il Suv aveva sobbalzato in retromarcia sfiorando, con la ruota di scorta, il paraurti della sua Punto. Fece scorrere il finestrino per sporgersi e vedere meglio: l’odore di combustione misto a salsedine le invase le narici. Inghiottì a vuoto cercando di bloccare il conato schiumoso che già le ingorgava la gola. Trattenne il respiro mentre, cercando di sovrastare il rumore dei motori, gridava: «Che succede lì davanti?». Da dietro il Suv si sporse un addetto ai garage a farle segno di sterzare a destra e avanzare nell’altra corsia. Tirò su il finestrino, arretrò per quel che le consentiva l’auto che aveva dietro e sorpassò con uno scatto nervoso. La luce di un neon fece brillare la carrozzeria del Suv. Era di un profondo blu metallizzato. Gli gettò un’occhiata torva. Il Suv aveva i finestrini oscurati. Dallo specchietto intravide sul muso il logo della Toyota. Sistemò la sua macchina seguendo lo sbracciarsi di un altro addetto. Prese la borsa, si assicurò che la portiera fosse ben chiusa e poi, districandosi fra le auto, Rita raggiunse le scale e salì sottocoperta. Aveva fatto bene a viaggiare in pantaloni e converse. Si poteva muovere agile per i passaggi angusti del traghetto, le converse, però, le trovava brutte e se le guardava scontenta. Erano il regalo, usato, di sua nipote. Se le era fatte comprare a dodici anni quando ancora portava il trentasei. Come in due anni fosse arrivata al quaranta, rientrava nei misteri della crescita. Così le aveva passate alla zia. Prima un prestito per necessità: Rita non si era portata dietro scarpe comode e si voleva fare una scarpinata in collina. Poi un vero e proprio lascito. Preziosissimo e dato perfino a malincuore. Erano le numero uno della lunga serie che sarebbe seguita (sua cognata ancora non lo sapeva) ed erano costate novanta euro. Come si fa a spendere quella cifra per delle scarpe da ginnastica?, aveva pensato Rita. Era allibita quando sul convertitore aveva appurato che costavano più di centosettanquattromila vecchie lire, ma si era cucita la bocca. Non voleva creare tensioni. La vita l’aveva assegnata a una famiglia facile a frizionarsi e lei, prossima ai cinquant’anni, aspirava alla tranquillità. Aveva ringraziato e l’aveva chiusa lì. Ora, però, da sotto il tailleur pantaloni dal taglio classico, queste mica passavano inosservate: di un bianco ingrigito, le coprivano tutta la caviglia e, sui lati esterni, erano state personalizzate con un taschino colorato col glitter fucsia. Nel dubbio che passassero inosservate, la nipote aveva aggiunto in stampatello, con lo stesso colore e per tutta la loro lunghezza, il suo nome: Aurora. Rita le aveva ripescate dal bagagliaio della macchina, dove le aveva occultate, solo per non sciupare calzature più delicate. Di nuovo l’ingorgo alla gola. Deglutì con una smorfia e, dal ponte di prua, appoggiata a un parapetto, s’impose di guardare la linea fra cielo e mare attraverso il vetro. La traversata sarebbe stata veloce ma non prometteva bene. Rovistò nella borsa alla ricerca di cerotti antinausea. Non c’erano. Prese un fazzoletto di carta, lo profumò col residuo di un piccolo campione spray e lo premette contro il naso per contrastare la puzza di combustibile che solo lei sembrava patire. Chi aveva intorno stava bene, qualcuno sorseggiava perfino un caffè. I motori aumentarono i giri e il traghetto iniziò a virare verso il largo. Le paratie cigolarono. Rita guadagnò una poltrona che dava più in là sul corridoio di passaggio, vi si sedette e la reclinò. La posizione non favoriva la discrezione: le converse campeggiavano beffarde verso l’alto. Si arrese e chiuse gli occhi mentre, così allungata, la tensione si allentava. Ci fu una nuova virata seguita dagli stessi inquietanti cigolii. Riaprì gli occhi e lo sguardo cadde sui taschini fucsia. «Sono per infilarci un cinquino ben piegato», aveva spiegato Aurora. La paghetta, insomma. Le venne in mente di curiosarci dentro. Da che gliele aveva date non l’aveva mai fatto. Si protese un poco, staccò il velcro e rovistò dentro ruotando l’indice. C’era davvero un pezzetto di carta ripiegato. Lo sfilò a fatica tanto era stipato e al tatto capì subito che non erano cinque euro. Distese il biglietto e lesse: «Zia, se decidi di buttarle ritornamele». Scosse la testa divertita e andò a rovistare nell’altro taschino. Un altro biglietto: «TVB». Restò interdetta, poi, compreso il messaggio, sorrise e si allungò di nuovo sulla poltrona. Si era assopita quando sentì una mano sfiorarle la spalla e una voce titubante accostarsi all’orecchio: «Signora …». Non poteva già essere lo sbarco. Pensò a un controllo: forse non poteva stare lì. Si girò: un distinto signore sui settant’anni le stava sorridendo. «Mi scusi per sotto, ma sono stato bloccato di colpo». Il Suv, pensò lei. Vide lo sguardo dell’uomo posarsi interessato sulle converse. Cercò di rintanarle veloce sotto la poltrona rimettendosi seduta. Gli rispose che la manovra era stretta e che non poteva che andare così.
«Sì, ma è andata via così di fretta, nemmeno il tempo di spiegarle … sono Mario Devoti, lei ha il posto di mio figlio. Sotto mi hanno fatto sistemare il Suv dietro la sua auto. Dovrà aspettarmi per sbarcare». Lo fissò senza capire, lui colse l’incertezza e precisò: «La signorina Sabrina, ricorda? Lei voleva partire oggi, ha fatto la variazione con mio figlio, è sua l’auto ferma in officina».
Rita respirò a fondo, era stata scortese. Cercò di rimediare e abbozzò un sorriso.
«Mi scusi per sotto, ero un po’ nervosa». Le sorrise: «A volte i viaggi ci agitano».
Non sai quanto questo agiti me, pensò lei.
«Allo sbarco, se vuole, scendiamo insieme così non ha da aspettare».
«Sì, certo»
«E mi scusi se l’ho svegliata»
«Cercavo solo di rilassarmi, patisco un po’ la traversata».
«Non ha preso nulla?»
«Ho dimenticato i cerotti, sa, la fretta»
«Se mi permette …». Lo vide frugare nelle tasche del giubbino sportivo che aveva ripiegato sul braccio. Nel palmo comparve un blister di Travelgum.
«Lei è il buon samaritano?»
«No, sono solo il nonno di nipoti che patiscono come lei».
Risero.
«Non sa quanto mi risolva la giornata», disse Rita dopo essersi servita.
«Ne tenga un altro di riserva», rispose lui staccando un riquadro della confezione.
«Grazie, è molto gentile»
«Va lontano?»
«Al nord».
«Troverà mal tempo, la radio diceva così stamani».
«Me ne farò ragione. Lei?»
«Resto in toscana. Arezzo»
«Bei posti».
«Sì, molto. Le mie radici sono lì da sempre. Non saprei immaginarmi altrove».
«Così suo figlio è rimasto bloccato all’Elba», riprese Rita.
«Sì, con la moglie e i ragazzini. Un guasto meccanico, il ricambio tardava. Era già arreso a perdere tratta e importo. Poi ha saputo che il meccanico era fidanzato con un’addetta alla biglietteria e gli ha chiesto d’informarsi se qualcuno era interessato a partire al suo posto».
Un guizzo divertito illuminò lo sguardo di Rita mentre pensava: Allora era il moroso!

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