Immaginare le storie / Prufrock, Maison Ikkoku, Rothko

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Valentina Durante, docente della Bottega di narrazione - Scuola di scrittura creativadi Valentina Durante
docente della Bottega di narrazione

Esistono testi, e autori, che entrano a far parte stabilmente del nostro immaginario: abbiamo bisogno di rileggerli spesso, di tornare a loro spesso, o anche solo di sapere che stanno lì, nella nostra libreria, accanto a noi; ci trasmettono il medesimo senso di vicinanza che proviamo nel condividere uno spazio con la persona che amiamo, ognuno intento a fare le proprie cose in silenzio.

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock di T. S. Eliot è per me uno di questi.

Prufrock è un testo generativo: ogni volta che lo leggo (cosa che accade con regolarità) ogni singolo verso ha la capacità di attrarre, come una calamita, altri oggetti mentali – immagini, parole, suoni – producendo delle epifanie anche inattese.

Nel febbraio del 2016 avevo appena iniziato a scrivere il mio romanzo Enne e leggendo Prufrock mi ossessionava la prima strofa:

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere «Cosa?»
Andiamo a fare la nostra visita.

(qui il testo integrale, nella traduzione di Maria Borio)

E della prima strofa mi ossessionava un verso: «Strade che si succedono come un tedioso argomento» (Streets that follow like a tedious argument; l’immagine in alto, di Julian Peters, viene da qui). Una metafora che descrive con efficacia il processo di invenzione narrativa è questa: un bambino, seduto su un tappetone, gioca con i lego partendo coll’incastrare i pezzi a caso per vedere cosa succede (è una metafora inventata da Giulio Mozzi). Eppure è anche vero che, spesso, un placido procedere per tentativi non si verifica; no, c’è invece Un Pezzo (Il Pezzo Sorgente, mi vien da dire, Il Pezzo Madre o Padre) che – quasi fosse appunto calamitato – comincia ad attrarre altri pezzi, frammenti di ricordi, immagini, sensazioni e suoni. Finché ci si ritrova in mano un bolo di materia immaginata, da ripulire eventualmente di quel che proprio non sta, o di quel che proprio non vorremmo.

Il verso di Prufrock ha esercitato la sua forza attrattrice. Portandomi cosa? Una chiusura, anzitutto. Un contenimento. Pareti, recinti, confinamenti. Nel mio immaginario, le relazioni fra personaggi accadono spontaneamente – mi vien da dire quasi sempre – dentro luoghi chiusi. La strada evocata in Prufrock veniva percorsa nella mia testa all’interno di una scatola: un’automobile.

Poi è comparsa questa sequenza.

È il 1993 e sto frequentando il primo anno di Lingue e letterature orientali a Venezia – sezione di Giapponese. Sono lì perché voglio diventare traduttrice di manga: acquistare i tankōbon alla Hunter Distribuzioni di Bologna (ancora non c’è Amazon), fotocopiarli in ufficio da mio padre, cancellare con il bianchetto il contenuto dei balloon e scriverci dentro le battute in italiano (cosa che riuscii effettivamente a fare, con Touch di Adachi Mitsuru – ma questa è un’altra storia). È il 1993, dicevo: internet è stranezza per pochi, i social non esistono, Youtube men che meno; entrare in contatto con la lingua giapponese non è cosa semplice né di tutti i giorni. Nell’entusiasmo dei miei diciannove anni, frugo e rovisto ovunque. So che nelle reti televisive minori trasmettono le serie animate giapponesi così come non è possibile vederle nei canali Fininvest: senza censure, senza personaggi ribattezzati in italiano (o, misteriosamente, in inglese) e senza sigle cantate da Cristina D’Avena. Le canzoni sono quelle originali, sottotitolate in ideogrammi. Certosinamente le videoregistro per poi riguardarmele in loop, ed espormi alla fisicità dei kanji e alle sonorità della pronuncia.

È così che incontro Maison Ikkoku: a mio gusto, una delle serie più poetiche, delicate e commoventi che il cinema di animazione giapponese abbia saputo regalarci. Tratto dall’omonimo manga di Takahashi Rumiko, Maison Ikkoku parla di una giovane vedova – Otonashi Kyoko – che, dopo aver perso il marito, si rifiuta di amare di nuovo. Accetta un lavoro come amministratrice nella vecchia pensione di proprietà dell’ex suocero; gli inquilini, persone alquanto bizzarre, portano ognuno un cognome legato al numero della stanza che occupano: Ichinose (ichi – uno), Nikaido (ni – due), Mitsukoshi (mitsu – tre) eccetera. Solo Kyoko occupa una stanza senza numero. Il suo cognome (che è il cognome del marito, il suo cognome di vedova) significa “nessun suono” (nashioto).

La sequenza di immagini che il verso di Prufrock ha evocato proviene da Fantasy, la sigla di chiusura cantata dai Picasso.

È il tipico jap pop degli anni Ottanta; non musica eccelsa, mi rendo conto. I giapponesi hanno un curioso modo di guardare all’Occidente: identificano il potenziale cliché di ogni espressione culturale, lo rubano e lo sviluppano gonfiandolo fino al parossismo, sia esso la divisa scolastica alla marinaretta o il ciuffo dei rockabilly. Ma sotto la scorza occidentale il cuore nativo resta, e anche in una canzonetta come questa sono percepibili certe melodie calanti, dolenti e ipnotiche di tanti brani popolari accompagnati dal koto o dallo shamisen.

Il pezzetto che va dal minuto 0.24 al minuto 1.30 – rinforzato dal dispositivo drammatico di Maison Ikkoku, così simile a quello di Enne (e a quello di cento, mille altre storie) – si è saldato al verso di Prufrock:

strade che si succedono come un tedioso argomento

una successione, un ritmo, il parabrezza dell’auto che si rischiara e poi si oscura, che si oscura e poi si rischiara, si rischiara e poi si oscura – ripetutamente e tediosamente.

Nel capitolo 4 di Enne, il dialogo durante il viaggio in auto è nato da questa combinazione di suggestioni. C’è la stessa struttura binaria e lo stesso ritornare ritmico e ossessivo delle due immagini alternate nella sigla dei Picasso:

“Quando guido” dirà lei “soprattutto in situazioni come questa, con la pioggia, la visibilità scarsa, il vetro rigato dalle gocce, un po’ appannato, quando vedo le auto venirmi incontro, le auto che sembrano entrarmi negli occhi, a volte, io mi domando come sarebbe deviare un poco la traiettoria della mia auto, avvicinarmi a quelle auto che sembrano entrarmi negli occhi, che cosa succederebbe se decidessi così, tanto per provare, di deviare nella corsia opposta e andare contro una di quelle auto.”
Lui rallenterà, scalerà dalla quinta alla quarta.
“Questo” continuerà lei “non posso dirlo un mio desiderio. Non ho mai desiderato deviare nella corsia opposta, non ho mai desiderato andare contro un’auto che viene verso di me dal lato opposto della strada. Non desidero segretamente niente di tutto ciò. Solo, mi limito a formulare un’ipotesi, un’esplorazione delle eventualità. Non farei mai una cosa simile, ne sono convinta, la mia volontà respinge un’azione di questo tipo; eppure, sul piano delle ipotesi, che la mia auto proceda in questa direzione, e le altre auto procedano inversamente a questa direzione, che la mia auto finisca contro un’altra auto, sul piano delle congetture, ripeto, è un evento possibilissimo. Basterebbe un nonnulla, la differenza fra restare su questa corsia e non restare su questa corsia, fra procedere in questa direzione e deviare contro le auto che procedono in direzione inversa, la differenza, a pensarci bene, è data solo da un piccolo movimento del volante. Un gesto minimo. Sì, basterebbe un gesto.”

Quando pensiamo all’uso delle immagini in scrittura, forse ci vediamo all’interno di un museo, davanti a una tela, una scultura, una installazione o magari un video, comunque un’opera d’arte certificata come tale, che ci rassicuri sul fatto che stiamo guardando qualcosa “di valore”. E certo la famosa ispirazione può venire, viene anche da lì. Ma di immagini il nostro sguardo si riempie soprattutto quando è fuori dai musei: perché lo fa senza intenzione consapevole, perché lo fa non potendo fare altrimenti; e sono più spesso quelle, le immagini che si aggrappano con tenacia alla nostra memoria e che, sollecitate da una circostanza o da un evento, si proiettano fuori da noi – meravigliandoci, a seconda, o facendoci inorridire. Adoperare le immagini per immaginare le storie significa diventare più consapevoli di quel che accade dentro di noi in risposta a ciò che accade fuori da noi, sia questo fuori un quadro di Rothko o il fotogramma di un cartone animato sepolto nei ricordi assieme alla nostra adolescenza.

Immaginare le storie: un corso con Valentina Durante e Giulio Mozzi

Immaginare le storie è un corso ideato e condotto per la Bottega di narrazione da Valentina Durante e Giulio Mozzi. Il suo obiettivo è insegnare a guardare le immagini (e le cose) e a “adoperare” le immagini per inventare ed esplorare le forme della scrittura e della narrazione. Inizia il 12 aprile 2021, si svolge tutto a distanza, chi si iscriverà entro il 20 marzo godrà di un sostanzioso sconto. Tutte le informazioni.