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Immaginare le storie / Specchi, soldati in punizione, Hitchkock

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di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Tempo fa, molto tempo fa – diciamo: attorno ai miei vent’anni, poco dopo, quindi all’incirca quarant’anni fa – comperai un libro di Giovanni Giudici. Lo comperai di seconda mano, sono sicuro. S’intitolava Addio proibito piangere ed era una raccolta di traduzioni: di poesie di autori vari, tradotte da Giudici. Ta tutte, mi colpirono moltissimo le traduzioni da John Donne (qui sopra un suo ritratto), poeta inglese del Seicento del quale io, all’epoca, peraltro come di quasi tutto, non sapevo nulla. Mi colpiva l’andatura ragionante, argomentante, e insieme elusiva, e piena di immagini, di quelle poesie, spesso lunghette, molto calme, molto quiete, ma – come se un fuoco di passione (ma non capivo di passione per cosa) ci ardesse dentro. Insomma, stavo facendo la mia prima conoscenza col Barocco: conoscenza che poi approfondii alquanto e fu determinante per la mia sensibilità. Il libro di Giudici ora non l’ho sottomano, e per una volta l’internet è tirchia: perciò di propongo, di quelle poesie, quella che più mi colpì, The Broken Heart, Il cuore spezzato, in un’altra traduzione (di Marco Francioni):

È matto da legare chi sostenga
Di essere stato innamorato un’ora,
Non perché amore così presto si spenga,
Ma perché dieci in minor tempo ne divora.
Chi crederebbe se spergiurassi
Che di peste un anno intero soffrii?
Chi di me non riderebbe se affermassi
Che ho visto polvere da sparo ardere un dì?

Ah, certo il cuore è un balocco
Quando in mano all’amore cade!
Ogni altra pena un po’ di cuore cede
E per sé, ne serba solo un poco;
I mali vanno a noi, ma Amor ci attrae,
Lui ci inghiottisce, e non mastica mai.
Spara a mitraglia, a schiere moriranno,
Noi i pesciolini, lui il Luccio tiranno.

Se non fosse così, che accadde mai
Al cuore mio che ti guardò la prima volta?
Un cuore avevo quando varcai la porta,
Ma dalla stanza nessun cuore riportai.
Se da te fosse andato, credo che
Avrebbe indotto il tuo ad essere
Più pietoso di me: ma Amore, ohibò,
Come vetro in un colpo lo spezzò.

Eppure niente a niente può ridursi,
Né alcun luogo esser vuoto del tutto,
Perciò io penso di avere ancora in petto
Tutti quei pezzi, ancorché siano sparsi;
Che come specchi rotti, cento facce
Riflettono. Così può un cuore in cocci
Volere bene, adorar, desiderare,
Ma dopo un tale amore, mai più amare.

Non che non avessi mai sentito parlare di “cuori infranti”: ma la vivezza dell’immagine dell’ultima strofa mi impressionò. Mi fece tornare a mente un ricordo d’infanzia: un film visto alla televisione in albergo, durante una delle nostre vacanze di famiglia sull’altopiano di Lavarone, nel quale a un certo punto, mentre il protagonista parlava con la moglie, dandole le spalle, e guardandola nel riflesso di uno specchio, la moglie stessa, arrabbiata, gli lanciava addosso una spazzola, senza colpirlo ma spezzando lo specchio.

Il film era Il ladro, di Hitchkock: avrò avuto nove, dieci anni, e quell’improvviso spezzarsi in due dell’immagine mi spaventò tantissimo. Ricordo che uscii dalla sala bar e andai alla reception, dalla signora Margherita, con la quale mi sfogai. “Roba da matti”, le dicevo. “Roba da matti”, ripetevo. Non so, a ripensarci: forse ero più scandalizzato che spaventato.

Più o meno negli stessi anni, a casa di mia nonna Maria, in non so più quale volume, lessi una storiella. Un soldato si era reso responsabile di una mancanza. Per punizione gli fu ingiunto di togliere dal cortile della caserma “i sassi più grossi”. Il giovanotto si mise al lavoro, e alla fine della giornata aveva già portato via dal cortile tre carriole di sassi. Alla sera il sergente esaminò il cortile e sentenziò: c’erano ancora dei sassi più grossi di altri. Così il soldato, il giorno dopo, riprese il lavoro. Alla sera, ovviamente, medesima sentenza. Qualche mese dopo il soldato terminò la ferma; il compito di togliere dal cortile i sassi più grossi fu trasferito a una nuova recluta. Eccetera. Vent’anni dopo, in quella caserma, ancora c’era un soldato che ogni giorno si aggirava per il cortile a raccogliere granelli di sabbia.

Nel 1992, quindi una decina d’anni dopo aver acquistato il libro di Giudici e aver letto per la prima volta The Broken Heart, e all’incirca venti dopo aver visto il film di Hitchkock e aver letto quella storiella, scrissi un racconto intitolato Vetri. Finì poi nel mio primo libro, del 1993, Questo è il giardino: ma Paolo Repetti, l’editor, aveva insistito moltissimo perché il libro s’intitolasse, appunto, Vetri. Io avevo le mie buone ragioni per volere diversamente. Il racconto Vetri è molto semplice e breve. È in prima persona, e “io” racconta di una veranda riparata, di frammenti di vetro sparsi tra la ghiaia del cortile, del lavoro di raccogliere pazientemente i frammenti di vetro al quale “io” si dedica qualche minuto al giorno, quando esce in cortile a fumare al prima sigaretta del mattino. La conclusione:

Mi piace raccogliere i pezzetti di vetro perché penso che ogni volta che avrò voglia di raccogliere i pezzetti di vetro ne potrò trovare, e se diventa sempre più difficile trovarne è anche vero che io divento sempre più bravo a trovarli, c’è uno scambio che mi sembra giusto. Domenica scorsa ho pensato, raccogliendo i pezzetti di vetro, che è quasi come cercare di raccogliere i ricordi importanti: bisogna cercarli in mezzo a una materia come la ghiaia, che da lontano sembra quasi indistinta e da vicino, invece, si mostra in una varietà che fa girare la testa; a volte sembra di averli individuati e invece poi, fatto un passo nella loro direzione, non li si trova più. Mi sono accorto che questa cosa, che credevo di fare per il solo piacere di farla, invece la faccio perché facendola raffiguro, in un modo che non saprei descrivere ma che mi dà una sensa-zione molto forte, un’altra cosa che sto facendo. L’ho considerato un augurio, e sono stato molto grato alle cose, che mi hanno dato, senza che io fossi nemmeno stato capace di chiederla, una raffigurazione materiale di un lavoro che sto cercando di fare da un po’ di tempo. Adesso so che raccogliere pezzetti di vetro può servire anche a rafforzare la mia anima, a confortarla, ad aiutarla a pensare che, anche se i vetri sono andati in pezzi, sarà possibile pian piano ricuperarli. Ogni pezzetto di vetro mi è caro. Sono contento che questo sia un lavoro di quelli che non possono mai essere finiti, perché, veramente, credo che sarebbe molto triste finirlo, e trovarsi con un’anima che possa stare tutta in una mano. Ho pensato che ogni parte dell’anima è tutta l’anima intera, e che l’anima intera è composta di una quantità infinita di parti, come i frantumi dei vetri, la ghiaia, la superficie del muro. Leggi il racconto completo.

Ora: quello che mi sembra evidente è che in questo racconto c’è un’immagine; e che questa immagine deriva dalla sovrapposizione di diverse immagini: alcune apprese con gli occhi (il film di Hitchkock, il ricordo della veranda della vecchia casa di via Sanmicheli), altre apprese a parole. Ma in realtà non c’è molta differenza. Un’immagine generativa può essere un’immagine reale, cioè vista con gli occhi, o un’immagine solo verbale, o chissà, magari anche un’immagine musicale o comunque auditiva. Il punto è che nella nostra mente si installa appunto come immagine, come cosa che può essere vista (con gli occhi della mente) e descritta – mi verrebbe quasi da dire: trascritta.

Coltiviamo dunque le nostre immagini: anche quando, al momento, non sappiamo perché ci facciano particolare impressione, o perché si siano fissate nella memoria. Coltiviamole, perché da loro vengono le storie.

Immaginare le storie: un corso con Valentina Durante e Giulio Mozzi

Immaginare le storie è un corso ideato e condotto per la Bottega di narrazione da Valentina Durante e Giulio Mozzi. Il suo obiettivo è insegnare a guardare le immagini (e le cose) e a “adoperare” le immagini per inventare ed esplorare le forme della scrittura e della narrazione. Inizia il 12 aprile 2021, si svolge tutto a distanza, chi si iscriverà entro il 20 marzo godrà di un sostanzioso sconto. Tutte le informazioni.