Il parco

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racconto di Elena Molisani

[Elena Molisani ha frequentato il corso della Bottega di narrazione Il perturbante, condotto da Giorgia Tribuiani. Questo racconto è stato scritto nell’ambito di quel corso. La prossima edizione del corso Il perturbante inizia il 26 gennaio 2022].

Una cosa che mi piace, quando vengo qui, è il rumore del pietrisco sotto le scarpe. Non ha niente di particolare, credo, ma produce esattamente lo stesso suono di quello che ricopre la passeggiata nel parco, lungo il lato sinistro del fiume. Anche il colore è lo stesso: un bianco-ocra con un che di gessoso che lascia sulle scarpe una patina di polvere grassa. Da bambina, chissà perché, immaginavo fosse magica. E anche la quiete qui, il silenzio interrotto dai cinguettii improvvisi dei passeri è, nei miei ricordi, del tutto simile alla quiete del primo pomeriggio nel parco; quel silenzio carico di attese, nel quale papà e io ci infilavamo, dopo aver comprato i popcorn e il gelato vaniglia e cioccolato. Probabilmente così silenzioso il parco non lo era davvero. Ci saranno stati altri bambini, con altri genitori; avranno giocato e corso, e urlato anche. Ma nei miei ricordi il parco è sempre associato al silenzio, interrotto solo a tratti dal tubare dei colombi e dal cinguettio dei passeri.

Anche le foto mi piacciono molto. Sono come quelle in bianco e nero che sfogliavamo assieme, pescandole dalla scatola di latta a casa di nonna. Un sacco di visi, di occhi, di persone che non conoscevo e che a stento ricordava anche lui. Non dicevamo nulla, guardandole, ma io sentivo un coro di voci, di storie di posti bellissimi in riva al mare, di pomeriggi schiantati da una luce bianca, e vedevo papà ragazzino nella penombra della sala da pranzo di nonna.

«La bambina ha un sacco di fantasia», diceva mia madre, e non ero sicura che per lei fosse una cosa buona.

Anche qui le foto parlano, ma solo se ci si avvicina abbastanza, e io preferisco camminare al centro del viale, in mezzo alla quiete, e deviare solo all’ultimo, sui viottoli secondari, per arrivare all’unica foto che ora ho voglia di ascoltare.

«La bambina è intelligente», diceva papà mettendosi il cappotto. Poi mi infilava il berretto bianco di lana grossa e mi chiudeva la giacca, facendo attenzione che la cerniera non mi pizzicasse il collo. Controllava che nella tasca sinistra del cappotto ci fossero le chiavi di casa e il portafoglio, si metteva il cappello dando un’occhiata rapida allo specchio in ingresso e poi mi diceva: «Andiamo, Niné»; e ogni volta, a quella frase, io avevo un piccolo moto di riconoscenza, quasi che non fossi del tutto convinta che, anche quella volta, mi avrebbe portata con sé. E, può sembrarti strano, ma in te, ora, intuisco quello stesso stupore pervaso di gratitudine, ogni volta che mi vedi arrivare, quasi che pensassi che io, davvero, potrei non venire più.

Anche quel pomeriggio la sequenza dei gesti, miei e suoi, è stata la stessa. Ci ho pensato moltissimo. Per un certo periodo ho passato giornate intere a pensare a quel pomeriggio, a ricostruire tutti i momenti della giornata, annotando ogni ricordo che affiorava su quel che mi capitava sottomano. Ho scritto anche sul muro di casa, con il carboncino nero, perché pensavo che avere un elenco puntato di parole nere su un muro bianco mi aiutasse a ricordare con più precisione. Mi pareva necessaria una sintesi, visivamente efficace (e cosa c’è di più efficace del nero su bianco?) di tutte le migliaia di parole scritte appena sveglia sul diario rosso che tengo sul comodino. E quindi posso affermare con certezza, lo dico qui, davanti a te, nonostante il tuo sguardo un po’ smarrito, — pare che non ti fidi più di me, tu, di me, che ironia — che la sequenza dei gesti è stata quella, anche quel pomeriggio: berretto bianco, cerniera, mano sinistra nella tasca sinistra, chiavi portafoglio, cappello, specchio, andiamo Niné.

Guardo il pietrisco del viale e lo faccio scricchiolare, strusciando le suole avanti e indietro. Penso che quello poteva essere un pomeriggio come tutti gli altri. Il chiosco dei popcorn era al suo posto, all’ingresso del parco, e la macchina del gelato ha funzionato alla perfezione, facendo scendere la crema sul cono in morbide volute simili a una fiaccola. Era per quella sua forma che lo volevo il gelato: perché volevo mangiare una fiaccola. E dei popcorn mi piaceva l’odore di burro e caramello, ma più di tutto il sacchetto di carta, a quadretti bianchi e gialli; e riuscire a prenderlo dalle mani di papà senza farne cadere neanche uno.

Nel mio diario, e poi nell’elenco puntato sul muro, vicino a «popcorn» ho scritto «muffa», perché il primo che ho mangiato, quel pomeriggio, mi è sembrato avesse un gusto strano. Ma nel ricordo quel sapore è durato pochissimo – qualche secondo – e già allora ho avuto il pensiero che non fosse vero, che quel sapore di muffa me lo fossi immaginato pensando alla buca di Pippo, l’orso.

«La bambina ha un sacco di fantasia». Sapevo che mamma aveva ragione, e quindi spesso mi assaliva il dubbio di aver fantasticato. Sono sicura però che dal fiume si era alzata una nebbia che ci nascondeva i piedi. Ci siamo seduti sul muretto di sassi che circondava lo stagno delle anatre e, nel mio elenco puntato, accanto a anatre ho scritto «lite». Lanciavo i popcorn ai germani reali, come sempre, e mi godevo il verde cangiante dei colli dei maschi e l’arancione delle zampe palmate che si muoveva con noncuranza nel buio dell’acqua. Le anatre nuotavano in gruppo verso di noi e borbottavano tranquille, fino a quando un grosso maschio ha iniziato a starnazzare, sbattendo le ali e tuffando il collo in avanti. E allora tutte hanno iniziato a spalancare i becchi, ad aprire e chiudere le ali come a voler spingere lontano le compagne, e io lanciavo altri popcorn, perché capissero che ce n’era per tutti, perché smettessero di litigare e di beccarsi sui colli lucidi, bellissimi. E mentre soffrivo nel vederle così arrabbiate per nulla, preoccupata perché i popcorn erano ormai finiti, papà mi disse: «Niné, il gelato. Si scioglie.», e le anatre si zittirono e ricominciarono a nuotare distratte nello stagno, come se tutto quel putiferio fosse capitato da un’altra parte, in un altro stagno, ad altre anatre.

Se c’era una cosa che mi faceva ridere di papà era il suo modo di mangiare il gelato. Io me lo dimenticavo, lo facevo squagliare, distratta dall’acqua e dai colori delle anatre, e allora lui lo addentava, e in due morsi lo finiva. I suoi incisivi erano insensibili al freddo; se li era rotti da bambino e aveva dovuto sostituirli con delle protesi. Un po’ se ne vergognava, ma con me ci scherzava su e mi diceva: «Guarda come mangia il gelato papà!», e io ridevo, mettendomi la mano davanti alla bocca, e pensavo che papà poteva fare tutto.

Che mi dici dei denti? C’è una relazione tra i denti e quel pomeriggio. Sul diario rosso ho descritto nel dettaglio tutti gli episodi in cui ho notato il cambiamento. Ne ho trascritto il giorno e l’ora. Ho indicato il luogo in cui ci trovavamo, il momento esatto in cui ho notato un verso che non doveva esserci, un gesto sbagliato, un’abitudine nuova, un elemento dissonante. Sul muro ho scritto solo «denti».

Quel tuo sguardo interrogativo mi irrita, devo confessartelo, e me ne dispiace. Mi dispiace moltissimo sentirmi irritata, sospettarti di ipocrisia, o di menzogna addirittura. Non tentare di farmi sentire in colpa. Sono qui con le migliori intenzioni, ma dobbiamo essere onesti. Se non c’è onestà non andremo mai da nessuna parte, neanche stavolta, credimi. Io sono onesta. E proprio perché sono onesta, non ho certezze. Dubito, mi interrogo. Ci sono stati dei segni premonitori quel pomeriggio? Non ti pare che quel che ho raccontato finora conduca inesorabilmente ad un’unica risposta?

Poteva essere un pomeriggio come tutti gli altri, nonostante la nebbia che ci copriva i piedi. La buca dell’orso era al suo posto e papà e io ci siamo andati. Le nostre passeggiate al parco, ora che ci penso coi pensieri di un’adulta, erano come un graduale avvicinarsi al pericolo. Un pericolo che però era una sorta di esercitazione, perché ero con papà che mi avrebbe sempre protetta, e perché i predatori erano in gabbia.

L’orso era un grizzly canadese dal pelo fitto e lucido, con la schiena arcuata a formare una gobba tra le scapole, e quella gobba e la sua faccia immobile mi affascinavano e mi facevano paura. Lo avevano chiamato Pippo e, sin da bambina, quel nome mi era parso del tutto sbagliato. Ma forse Pippo, col suo viso immobile, si era fatto beffe di quel nome e pure della fossa in cui l’avevano recluso e così, a sorpresa, aveva sbranato un paio di persone e pure l’orsa che gli avevano dato per compagna. Perché io potessi guardarlo, papà doveva issarmi sul parapetto di pietra che circondava la luce della fossa. Dal parapetto partiva una grata – ad ulteriore protezione – che sporgeva dal muro per una ventina di centimetri. Coi gomiti poggiati sulla pietra e le mani di papà sotto le ascelle, guardavo il muso dell’orso attraverso i rombi della grata. Nei pressi della buca il silenzio del parco diventava compatto. Gli ippocastani che ne circondavano il perimetro segnavano anche il confine di una bolla senza suoni, nella quale io e papà ci muovevamo come due creature subacquee. Pippo era sdraiato su un fianco. La sua gobba ogni tanto fremeva di un moto involontario – forse per cacciare una mosca o infastidita da un parassita – e io rimanevo ammirata da quella capacità di muovere una parte del corpo così, senza una evidente volontà, con una sorta di esperta sprezzatura. D’un tratto l’orso sollevò il viso verso di noi, e il silenzio che ci aveva avvolto come un liquido, capace di attutire il suono del mondo e di rallentare i nostri movimenti e il trascorrere del tempo, divenne, con lo sguardo dell’orso fisso su di noi, una materia pesante che mi soffocava, mi premeva lo sterno, mi bucava i gomiti con la superficie ruvida del parapetto, mi premeva gli occhi coi rombi della grata che avanzavano, avanzavano, sempre più vicini alle palpebre, pronti a toccarmi il viso.

Puoi davvero dirmi ancora che quel pomeriggio non è cambiato nulla?

Io penso che anche quel silenzio e quella grata che si avvicinava fossero un segnale di quel che poi sarebbe accaduto. Anche se tutto è durato un attimo, come il sapore di muffa; anche se il silenzio compatto si è rotto dopo poco, con papà che mi diceva: «Niné, si fa tardi se vuoi andare dall’aquila».

Nell’elenco sul muro l’aquila e il condor stanno sulla stessa riga, e accanto ci ho scritto «il fatto». Potevo chiamarlo sparizione, ma non sarebbe stato del tutto esatto. Forse «sostituzione» sarebbe più preciso, anche se in parte mi dà l’idea di una sorta di interscambiabilità. E questo proprio non posso accettarlo.

Le due voliere erano enormi e avevano qualcosa di sbagliato; forse nella forma, o nel colore, o forse nei ricci rivolti al cielo con cui terminavano le sbarre curve. L’aquila si spostava da destra a sinistra, con un’andatura goffa, sollevando con cautela prima una zampa, poi l’altra. Il condor invece, pareva volesse darmi sempre le spalle, e più giravo intorno alla gabbia, per potergli guardare meglio il muso serio da chierico, più si sottraeva, girando in tondo sulle grosse zampe dagli artigli spuntati.

E mentre inseguivo il condor in quel girotondo infruttuoso, l’aquila si mise a fissarmi, spalancando gli occhi gialli e tondi, che diventarono enormi, finché tutto fu giallo intorno a me; tutto fu un fiume giallo, viscoso, che odorava di burro, e io lasciai la mano di papà per galleggiare in quel fluido d’ambra.

Sotto alla parola «il fatto», nera sul muro bianco, ho aggiunto «occhi, giallo, miele, penne, nero, mano mano mano, colpa», perché di sicuro è stata una mia colpa lasciare la mano di papà per nuotare in quel giallo, e poi usare le mani per aggrapparmi al nero-blu delle penne che si affacciavano sugli argini di quel torrente viscoso, come i rami dei salici che costeggiano il fiume. In principio, mi pareva che avanzare sospesa in quella corrente fosse facile e bello, e che le penne nere fossero appigli sicuri come la mano di papà. Poi, nel fluido, vidi la testa calva e rugosa del condor, che si girò verso di me e mi puntò in faccia due occhi piccoli, rossi e cattivi. Allora smisi di nuotare.

Quello che successe dopo lo sai, anche se non lo ammetti.

Penso che la tua foto abbia bisogno di essere pulita e che i fiori vadano cambiati, ma non mi muovo. Ti ho portato un mazzo di crisantemi bianchi, che a papà piacevano, anche se li chiamava i «fiori dei morti» e faceva le corna, superstizioso. Però, diceva, sono belli perché sembrano batuffoli di ovatta.

Quando ho riaperto gli occhi, di fronte a me c’erano solo le voliere gigantesche, e l’aquila e il condor, indifferenti. Papà non c’era più.

La nebbia si era fatta più spessa, e continuava a rimanere attaccata al suolo, come se fosse troppo pesante per alzarsi. E così, tutti coloro che erano al parco erano senza piedi. In lontananza potevo vedere due vecchi che camminavano fermandosi ogni tre passi, per dirsi qualcosa che, evidentemente, doveva essere sottolineato con una sosta. C’erano anche una ragazza coi capelli rossi e un ragazzo alto, in tuta da ginnastica, che si tenevano per mano.

Tu dici che sei sempre stato lì, che forse ho avuto un episodio di sonnambulismo. Questo papà non l’avrebbe detto. «Sonnambulismo» non è una parola di papà. Lui avrebbe detto «Niné, hai sognato». «Sogno» era una parola di papà.

Non ho pianto e non ho urlato. Ho stretto le mani a pugno, conficcandomi le unghie nei palmi. Ho alzato il piede destro per tirarlo fuori dalla nebbia e fargli fare un passo. Poi il sinistro; un altro passo. Poi il destro, poi il sinistro. Dovevo camminare come se non fosse successo nulla. Se avessi corso avrei anche pianto, e quello sarebbe stato un segno di sciagura e una vergogna, e papà non sarebbe tornato.

Qualcosa deve essere andato storto, perché sei tornato tu.

Per quanto mi sforzassi di tenere un’andatura tranquilla ma sostenuta, i vecchi e la coppia continuavano a essere troppo lontani. Se io facevo un passo, quelli ne facevano dieci, e non riuscivo a recuperare la distanza nemmeno grazie alle soste continue dei due anziani.

La foto su questo loculo è molto somigliante. Qui sembri papà molto di più. A volte quasi ti credo.

Poi però penso a come la tua mano mi ha stretto la spalla quando sei tornato. Era pesante e stringeva – una morsa – e mi hai detto: «Nina, dove scappi?». «Nina» non era una parola di papà. E neanche «scappi». «Sonnambulismo, Nina, scappi»: le ho scritte nel diario rosso. Ci ho messo vicino la data e l’ora.

Stai zitto e guardi a terra. Lo so che guardi a terra, la foto non mi inganna, anche se è molto somigliante e finge di fissarmi negli occhi. Ti ho detto: «Non ti trovavo più. Dov’eri?», e poi sono scoppiata a piangere, perché a quel punto non era una vergogna, e tu eri tornato, e non c’era più bisogno di proteggersi dalla sciagura. E forse ho sbagliato. Forse, finché non ho pianto, tu eri ancora papà. Ma allora non potrei spiegare «mano sonnambulismo Nina scappi». Però avevi ancora il suo cappello e la sua faccia – un po’ pallida forse – ma forse era il riverbero della nebbia; e anche le mani erano uguali a quelle di papà, con l’anulare e il mignolo storti, e anche i denti, quando mi hai sorriso e mi hai detto: «Non piangere, Niné» erano uguali ai denti di papà. E hai detto «Niné». Bravo, sei stato bravo. Poi però hai aggiunto: «Prendi freddo, vieni qua» e mi hai chiuso la giacca, pizzicandomi il collo con la cerniera, e io non riuscivo a smettere di piangere, perché la mano che mi aveva stretto la spalla come una morsa era la stessa che aveva fatto scorrere la cerniera fino a pizzicarmi, e anche se avevi detto «Niné», prima mi avevi chiamato «Nina»; anche se la faccia era la stessa, eri più bianco e il tuo colore era quello della nebbia.

«Smetti di piangere, che papà ti compra il gelato». E io ho bloccato le lacrime, ero capace di fermarle e di pulire gli occhi, perché il mio sguardo diventasse più acuto, attento ai segnali, ai dettagli, alle minuzie, ma anche alle cose così in vista da essere capaci di sparire. Mentre tornavamo a casa l’ho fatto apposta a disinteressarmi del gelato. Aspettando che si sciogliesse, guardavo il pavé e le maniglie dei portoni, e certe nuvole a forma di popcorn, ma un occhio era sempre fisso su di te, in attesa, e le mie orecchie sentivano tutti i suoni e tutti i rumori, distinti l’uno dall’altro: il fruscio della mia giacca a vento, lo strofinio delle maniche del tuo cappotto, il tintinnare delle chiavi nella tua tasca sinistra, il mio cuore, veloce, il tuo cuore, più lento. E poi il suono di: «il gelato, si scioglie» si è fatto strada tra di noi. Tu hai avvicinato il cono alla bocca e hai morso la crema – come papà faceva sempre – ma allora c’è stato un rumore nuovo, una sorta di risucchio, un’aspirazione dell’aria che si fa passare tra i denti quando questi sono sensibili al freddo.

La bambina ha molta fantasia, la bambina è intelligente. Ho scritto ogni cosa, nero su bianco e nel diario rosso. Ma tu neghi, anche qui, anche adesso. Prendo il nastro isolante nero che ho nella borsa, per coprire il nome e cognome di papà e la data di nascita. Lascio solo l’altra data, anche se ho paura del custode e della signora che sta accendendo un lumino nel colombario a destra. E ho pena di te, di questa tua ostinazione a farti passare per mio padre, che ti è durata tutta la vita. Metto i crisantemi nel vaso e lucido la foto, stampata sulla ceramica, seguendo i tratti del volto di papà, che è il tuo in realtà, ma sembra proprio il suo. Passo lo straccio sul naso, dritto con le ali carnose, sugli occhi castani, miopi, resi piccoli dagli occhiali, sulla bocca dischiusa che mostra parte degli incisivi superiori e vedo un altro naso, identico, un altro paio d’occhi e una nuova bocca, familiare, il cui riflesso si apre, finalmente, per parlarmi.

«Niné, andiamo al parco. È una bella giornata oggi.»

***

2 comments on “Il parco”

  1. Racconto coinvolgente, minuzioso nella descrizione, il cui finale mi lascia a bocca aperta. Complimenti

    Il Mar 28 Set 2021, 07:14 Bottega di narrazione – Corsi e laboratori di

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