“Ho cercato un modo leggero e vivace di raccontare il mondo come lo vedo io”

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[Questa intervista a Nicola D’Attilio, autore del romanzo Una famiglia imperfetta (pubblicato da San Paolo Edizioni e scritto nella Bottega di narrazione) è apparsa oggi in Liberi di scrivere].

Benvenuto Nicola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te, Giulietta e grazie a Liberi di scrivere per avermi proposto questa intervista.
Dunque, che dire di me: sono nato a Genova, città dove vivo da sempre, 39 anni fa; sposato da dieci anni (nozze di stagno, pare); due bimbi. Nella vita mi occupo di progettazione di sistemi di sicurezza per le metropolitane (telecamere e simili).
Nel tempo libero (ah, ah, ah): scrivo, gioco con i miei figli, leggo, seguo il calcio (non strettamente in questo ordine).
La passione per la scrittura, è arrivata relativamente tardi: la mia formazione è principalmente (meglio: totalmente) scientifica: un diploma da perito informatico, una laurea in informatica, un lavoro nel campo informatico (che fantasia, eh?). Non ho quindi enormi basi letterarie, per essere onesti, ma sono stato fortunato e ho incontrato insegnanti di Lettere (una in particolare: grazie Raffaella!) sempre molto preparati e motivati che mi hanno trasmesso la passione per la lettura prima, per la scrittura poi. I primi esperimenti sono iniziati infatti in quinta superiore e poi avanti negli anni universitari. Dapprima con tentativi su poesia e racconti per bambini, poi dopo un periodo piuttosto lungo di astinenza dalla scrittura, il tentativo con la prosa vera e propria e romanzi per adulti.
Da qui a “Una famiglia imperfetta” il passo è di una decina d’anni, circa.

Sei di Genova, la città di Fabrizio de Andrè. Descrivicela, raccontaci i suoi caruggi, le sue piazze, i suoi borghi, il suo lungomare. E’ una città che ami?

Premetto che vivo a Genova ma, per come è fatta la città (un lungo serpente stretto tra monte e mare), abito a una mezzoretta di treno dal centro in un quartiere cosiddetto residenziale (Pegli) che ha un bel lungomare e delle ville comunali non proprio tirate a lucido, ma quantomeno sufficienti a ospitare giochi e svaghi di bambini (e salvezza per i genitori). È sicuramente un borgo meno conosciuto e famoso rispetto al centro storico, ma ha pur sempre dato i natali a De André!
I vicoli, il centro, la zona del porto: sono tutti luoghi che ho frequentato e che frequento ma solo saltuariamente; come per Clelia, anche io li conosco meno di quanto vorrei.
Mi piace la tramontana; la focaccia e il pesto; l’atterraggio in aereo (nonostante le prime volte fosse puro terrore); il tramonto sul mare nelle terse giornate invernali, con le cime innevate dell’Appennino a parziale sfondo.
E concludo dicendo che, per quanto stia attraversando un periodo difficile e di declino, per quanto all’esterno sia più nota per il fango che non per la focaccia, può contare su tanti cittadini e associazioni che lavorano caparbiamente per risollevarla e donarle un aspetto più simile a quello che così descrisse il Petrarca, nel 1358:
“Vedrai una città regale addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.

Provieni da “La Bottega di Narrazione” di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Parlaci di questo tuo periodo di formazione e raccontaci un aneddoto divertente accaduto durante il corso.

Alla Bottega di Narrazione devo molto, se non tutto. La scoprii tramite Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi. Dopo averci riflettuto un anno (sono anche piuttosto lento), decisi di candidarmi per due ragioni: la possibilità di avere una valutazione del mio lavoro da parte di professionisti; la possibilità, in caso di partecipazione, di lavorare al progetto che avevo in testa (e divenuto poi “Una famiglia imperfetta”). Ricordo ancora quando ricevetti la mail che accettava la mia candidatura. Ero a Bari, per una trasferta di lavoro e ricordo la gioia per essere trai partecipanti prescelti, così come il primo incontro. Ricordo l’elenco di libri che fece Giulio, libri che eravamo caldamente invitati a leggere per il bene nostro e del nostro progetto: erano tantissimi e, ovviamente, ero carente per un buon 90% dell’elenco; mi sentii spacciato. Fortunatamente non ho dovuto leggerli tutti prima di completare corso e romanzo: l’elenco lo conservo ancora e mi sono ripromesso di riuscire completarlo (ma serviranno anni, lo so).
La Bottega per me è stata una entusiasmane esperienza lunga diciotto mesi, e che mi porterò sempre dietro. Oltre all’occasione di conoscere scrittori come Cassani, Caliceti, Mari, Montanari o la Veladiano (e Mozzi e Dadati, ovviamente!), è stato fondamentale lavorare al mio progetto insieme a Giulio e Gabriele; poter ragionare sulla struttura, sulla trama; individuare e tagliare i rami secchi o arricchire dove serviva. Questo al di là del fatto di essere riuscito a esordire nella narrativa (anche se è stato un risultato importante, certo), perché mi ha dato comunque l’occasione per capire il metodo di lavoro, le comuni difficoltà e anche per prendermi un po’ più sul serio nella veste di “scrittore”.
Il bello poi della Bottega, è che continua tutt’ora, in quanto sono sempre in contatto con Giulio, Gabriele a alcuni ex compagni e “colleghi”, come Sabrina Rondinelli (che ha pubblicato Il contrario dell’amore con Indiana) e Giovanni Fiorina (Masnago, Marsilio).

Quale è stato il consiglio più prezioso di vita e di scrittura di Giulio Mozzi?

Non credo di avere un consiglio di Giulio più prezioso di altri, al contrario credo che una discussione con lui sul proprio romanzo sia una esperienza eccezionale nella sua interezza, per il modo in cui riesce a smontarne e rimontarne la scrittura, per come riesce a capire i personaggi quasi meglio di chi li ha inventati, per la capacità di individuare ingenuità ed errori, macroscopici e non.
Ma è piacevole chiacchierare con lui in generale, anche perché si spazia dalla vita e i massimi sistemi sino a Mascia e Orso (e credo stia in questo, la grandezza).
Ora metto via il violino e chiudo con un consiglio vero e proprio che tengo sempre presente: non esistono i personaggi, ma le relazioni tra i personaggi. Ah, e il conflitto! Mai dimenticarsi del conflitto!

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Citando nuovamente Giulio, sulla tecnica ci si può sempre lavorare, sino a ottenere risultati eccellenti. Il resto credo lo faccia l’immaginario e la capacità di trovare una storia da raccontare. Nel mio piccolo ho frequentato la Bottega per questo: per capire come si costruisce un romanzo, per imparare la tecnica, ma anche a migliorare l’immaginario. Farsi domande, chiedersi dove porti la storia che stiamo scrivendo, i motivi che ha un personaggio per compiere una azione, i prerequisiti che devono essere soddisfatti: tutta una serie di ipotesi e dubbi che, se opportunamente sollevati possono aiutarti ad andare avanti.
Quindi talento sì, senz’altro. Ma l’applicazione, il lavoro, la fatica, almeno per me sono stati e saranno sempre fondamentali.

Hai esordito quest’anno con il romanzo Una famiglia imperfetta, per San Paolo Edizioni. Raccontaci come è nato questo romanzo.

Era il 2008; mia moglie era incinta del nostro primo figlio: erano mesi particolari, di attesa, i tempi si dilatavano; credo sia stato abbastanza inevitabile chiedersi come sarebbe cambiata la mia vita, la nostra vita di coppia.
Così sono nati Clelia e Diego, i personaggi della storia. Però non volevo raccontare la mia vita, o di qualcuno in particolare. Volevo fosse proprio un romanzo di finzione, sullo stile delle commedie anglosassoni. Ho quindi deciso di lavorare sui contrasti, sugli opposti, sin quasi a esasperarli per creare effetti bizzarri: da gravidanza voluta a gravidanza non voluta; da coppia stabile a coppia improbabile e distante; e così via. Ma, come accennato sopra, è solo con i consigli e l’aiuto della Bottega che sono riusciti a trasformare quello che era un tentativo di romanzo, in un risultato ben definito.

Quanto tempo della tua giornata dedichi alla scrittura? Fai tante stesure, rielabori i tuoi scritti o scrivi di getto?

Nella mia giornata tipo, il tempo dedicato alla scrittura è: zero. Devo strapparlo con forza da altre attività.
Però riesco a ovviare a questa scarsa disponibilità pensando molto e spesso alla storia che sto scrivendo: si può pensare ovunque, nel tragitto casa lavoro; mentre fai la spesa alla Coop (salvo dimenticarsi qualcosa, ma è un prezzo da pagare), mentre sei a letto e fissi il soffitto aspettando il sonno. Mi immagino la scena, i dialoghi, i personaggi nello spazio, come se stessi guardando una delle mie serie tv preferite. Solo quando ho le idee piuttosto chiare, mi ritaglio una o due ore nel weekend e butto giù quella scena.
Quindi sì, tendenzialmente scrivo di getto, ma dopo averci riflettuto molto. Poi capita che, mentre scrivo, mi vengano altre idee e segua quelle nuove direzioni, arrivando in un posto del tutto inaspettato. Allora si riparte: si pensa alle nuove soluzioni, alle nuove strade e si scrive. E così via. Una volta finita la prima stesura, faccio parecchie correzioni e rielaborazioni. E ascolto i consigli di eventuali lettori. Mi pongo molti dubbi, a volte perdo delle ore se una parola o una frase non mi sembrano coerenti o in linea con il ritmo del paragrafo. Sono piuttosto pignolo e, fortunatamente, non ho grosse remore a cancellare o buttare via interi capitoli.

Raccontaci come è nato questo romanzo e raccontaci un andeddoto divertente accaduto durante il corso.Clelia e Diego, i protagonisti, sono una coppia controcorrente, non potrebbero provenire da due percorsi di vita più differenti e tu decidi di farli incontrare. Cosa succede?

Clelia è una donna che ama pianificare tutti gli aspetti della propria vita; seria, senza grilli per la testa, che vive con inquietudine le novità e gli eventi non pianificati. Diego è più frivolo, più portato a cercare di godersi il presente piuttosto che a costruirsi un futuro, ma nasconde una propria morale, un istintivo senso di responsabilità che si scontra con il desiderio di una vita senza problemi. Farli incontrare è stato un modo per mettere a contatto due mondi differenti, per trovarne i punti di contatto, per integrare ciò che in apparenza sembra distante. Ecco: integrazione può forse essere la parola chiave, nell’incrocio delle vite di Diego e Clelia. In generale mi piace partire da sponde opposte e trovare i punti di accordo. Credo sia un modo interessante di raccontare le storie.

Nel tuo romanzo tratti temi seri, importanti, ma lo fai con leggerezza, con garbo, attento alle piccole cose come nelle commedie brillanti di una volta. E’ il tuo modo di essere e di scrivere o hai scelto questo approccio narrativo unicamente per la storia che volevi raccontare?

Devo ammettere che i miei primi esperimenti di scrittura erano tutti piuttosto cupi, con un alto tasso di mortalità dei personaggi. Poi, un giorno, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie mi disse qualcosa del tipo: “sappiamo tutti quanto possa essere triste la vita; prova invece a ricordare alle persone quanto possa anche essere bella e stupefacente”.
E così ho fatto, cercando un equilibrio con gli aspetti più seri della vita; un modo leggero e vivace di raccontare il mondo per come lo vedo io.
A tal proposito prendo in prestito una frase di Nick Hornby che, in una delle recensioni su The Believer a proposito dei cosiddetti romanzi leggeri dice: sono leggeri non nel senso di usa e getta o da dimenticare, anzi: sono leggeri nel senso che non sono concepiti per opporre resistenza al lettore, all’interesse del lettore: vogliono essere letti velocemente e senza fatica, ma ricercano intelligenza, complessità, profonda partecipazione e profonde intenzioni.
È un approccio narrativo che sento mio e mi sono divertito molto a scrivere questo romanzo, perché la scrittura, almeno in questa fase è per me innanzitutto divertimento. Quindi sì, credo sia la mia strada, anche per lavori futuri.

La protagonista si trova ad avere a che fare con una gravidanza indesiderata o meglio imprevista, e valuta di abortire. Non si parla spesso di aborto nei romanzi contemporanei, quasi non si volesse prendere posizione. Perché hai scelto di infrangere questo tabù?

Non è stata una scelta consapevole, ovvero non mi sono seduto un giorno davanti al PC e mi sono detto: rompiamo un po’ questo tabù dell’aborto.
Certo, la scelta del proseguimento o dell’interruzione di una gravidanza indesiderata o inattesa è spesso affrontata ideologicamente, ma nel caso di questo romanzo ho cercato di trattarla in modo del tutto differente: non ideologico insomma; la scelta di Clelia è una scelta umana e basta. Non c’è una presa di posizione, pro o contro, nel romanzo. Solo l’esperienza di una donna, del suo singolo caso e delle sue emozioni nell’affrontarlo. Non è un romanzo sull’aborto e mi preme evidenziarlo. Anzi, direi piuttosto che si tratta di una commedia sull’imprevedibilità della vita (oltre che sulla famiglia, ovviamente); su quanto siamo in fondo foglie mosse dal vento.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Per il genere a cui mi ispiro, ovvero una commedia o comunque un testo brillante, ci sono libri e autori importanti nel mio percorso formativo e a cui più o meno mi ispiro: Nick Hornby, innanzitutto, che è forse il modello che prendo maggiormente a riferimento, Roddy Doyle, McCourt che, con “Le ceneri di Angela” racconta una storia profondamente tragica con una leggerezza e comicità tali da renderlo inarrivabile, almeno per me. Infine la Kinsella, che per tecnica, brio e ritmo dei suoi romanzi non può che rappresentare un altro ottimo esempio.
E poi ci sono i libri che hanno segnato il mio percorso, ai cui autori sono rimasto inevitabilmente legato (su tutti: Calvino, Carver, Hemingway). In V superiore, come premio di partecipazione alle olimpiadi della matematica, mi regalarono una copia di “Cent’anni di solitudine” (su iniziativa dalla mia insegnante di Lettere, sempre lei!): fu devastante, persi non so quante volte il filo del racconto, tanto da disegnarmi un albero genealogico a parte; ma fu al contempo una avventura splendida e mi piace pensare che, se qualcosa in quel periodo della mia vita si è smosso facendomi avvicinare alla scrittura, quel qualcosa sia accaduto durante quella lettura.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Non che io sappia, per il momento, ma se accadesse ne sarei ovviamente ben contento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo esatto momento: Primavera di bellezza di Fenoglio. Ho però appena finito Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace; avevo iniziato Infinite Jest ma non sono stato in grado di arrivare in fondo (ma ci riproverò…), così ho ripiegato su qualcosa di più gestibile (almeno per le mie capacità), volendo conoscere meglio questo autore: ne è valsa decisamente la pena.

Prossimi progetti?

Qualcuno mi ha chiesto se ci sarà un seguito di Una famiglia imperfetta: da una parte mi piacerebbe, anche per approfondire figure che qui sono rimaste in secondo piano come Primo Maggio o Margherita; dall’altra però, i sequel sono sempre pericolosi e credo che me ne terrò alla larga.
Piuttosto, credo continuerò a scrivere sulla famiglia, esplorandone altri aspetti e problematiche, ma sempre con leggerezza. È un argomento che mi affascina, che mi piace raccontare e sul quale credo ci sia ancora tanto da dire, nonostante già se ne parli parecchio.

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