100 lezioni di scrittura creativa / 51 (dove, a forza di ragionare su che cosa sia un autore, si scopre che cosa è la letteratura)

5 commenti

di Giulio Mozzi

[Mi scuso per la lunga interruzione]. [Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Ho due discorsi in sospeso da riprendere. Sempre a proposito delle avventure e delle disavventure dell’autore.

In Ebay si trova
In Ebay si trova
Due settimane fa [forse tre o quattro…] vi parlavo di Vittorio Bianchi, autore del libro Io avrei voluto essere come quel passero (Theoria 1998). Vittorio Bianchi è ospite della Comunità terapeutica residenziale protetta (Ctrp), ossia di quello che una volta si chiamava Ospedale psichiatrico, di Padova. Il libro è composto di brevi testi, “temi” che Vittorio Bianchi ha composti durante le ore di un “corso di alfabetizzazione” svoltosi tra le mura del Ctrp.

Concludevo domandando: «Vittorio Bianchi è un autore?». La mia risposta è: «Sì, lo è». La prefazione a quel libro, firmata da me e da Guido Solerti, insegnante di Vittorio Bianchi nel corso di alfabetizzazione, cominciava con un’affermazione perentoria: «Vittorio Bianchi, ospite dell’ex Ospedale psichiatrico di Padova, oggi Comunità terapeutica residenziale protetta, è uno scrittore». Quella frase, nel corso di alcuni incontri che feci per promuovere il libro, suscitò reazioni piuttosto contrariate.

«Non è uno scrittore», mi si diceva. «È un malato: un malato di mente».

Io m’incazzavo di brutto: «È una persona umana o no? E se è una persona umana, gode o non gode di tutti i diritti di una persona umana?».

«Non è questione di diritto», mi si rispondeva. «È che una persona malata di mente non può avere quella serenità, quell’ordine mentale, quella superiorità morale eccetera, che fanno di una persona un autore, uno scrittore».

Friedrich Nietzsche
Friedrich Nietzsche
Era come invitarmi a nozze. Mi ero preparato: avevo una lista di artisti celeberrimi e acclamatissimi, nonché mentecatti, disonesti, criminali, maniaci, alcolisti, tossici, pervertiti e così via. Ma c’era sempre quello che si alzava a dire: «Prendiamo Nietzsche, ad esempio. A un certo punto impazzì. Una volta impazzito, fu rinchiuso e non filosofò più». Applausi dal pubblico.

Mi giocavo l’ultima cartuccia: «Ma Nietzsche non filosofò più perché era diventato pazzo, o perché fu rinchiuso?».

La risposta era, solitamente: «Eh?».

Allora io passavo a illustrare il regime farmacologico medio di un ospite di Ctrp, finendo con la storia (che non so se sia leggenda o verità) di quel poveretto che, avendo mangiato troppo panettone il giorno di Natale, ricevette una bella purga il giorno di Santo Stefano; e, per la vischiosità farmacologica tipica di quegli ambienti, continuò poi a ricevere la purga, tutte le sere che dio mandava in terra, per anni.

«Vittorio Bianchi è già dentro, però», commentava sempre qualcuno. «E nonostante sia già dentro, ha scritte queste belle cose» Perché, ovviamente, sulla bellezza (per quanto ingenua e strana) dei testi di Vittorio Bianchi, nessuno aveva niente da ridire.

Io stavo in silenzio. Lasciavo corda. E pian piano, usciva fuori un’altra ragione per cui non sembrava possibile, ai più, considerare Vittorio Bianchi un autore: «Non ha consapevolezza di quello che fa».

«Come, non ha consapevolezza!», strillavo. «Ma sa benissimo quello che fa! Vi ho pur letto quel pezzo, dove dichiarava le sue intenzioni: “Quando scrivo, espongo le mie idee, avvenimenti, sentimenti, problemi, ecc.”, “Secondo me, lo scrivere ad una o più persone, è una manifestazione d’affetto”, “Mi piacerebbe, scrivere un libro, cioè, descrivere la mia vita vissuta”!».

«Sì, vabbè», diceva allora qualcuno. «Ma questa non è mica letteratura».

«Eh?», dicevo io.

«Ma sì», continuava quello, «esporre idee, sentimenti, problemi, rivolgersi con affetto a qualcun altro, descrivere la propria vita vissuta!… Non è mica questo, la letteratura».

«E che cos’è, allora?», dicevo io.

«La letteratura è… è…», la risposta magari non arrivava subito. Ma arrivava comunque presto, ed era sempre quella. «La letteratura è creazione, ecco! Ed esprime dei valori universali, in cui tutti si riconoscono!».

A quel punto, domandavo quali fossero i valori universali. E veniva fuori: l’amore, l’amicizia, l’onestà, il coraggio, la purezza… E io allora di nuovo tiravo fuori l’elenco degli scrittori mentecatti e farabutti, e di nuovo si ricominciava a litigare…

Perché, dunque, Vittorio Bianchi non riusciva a essere accettato come autore, scrittore? Secondo me, perché a Vittorio Bianchi, ospite del Ctrp di Padova, vivo e vegeto, vicino, talvolta presente a quegli incontri, risultava inapplicabile un equivoco. Quell’equivoco grazie al quale si concepisce l’autore, lo scrittore, come un essere distante, «antropologicamente diverso dal resto dell’umanità» (come direbbe l’attuale presidente del Consiglio dei ministri [era Silvio Berlusconi: citavo una sua battuta sui magistrati…]), più alto della media, circonfuso di luce, con i riccioli naturali eccetera.

Equivoco che è ben radicato nel popolo dei lettori, e che molti autori ben volentieri coltivano. Equivoco che davvero, a volte, mi sembra più forte della realtà. Basta che pensi a quante sono le persone che si stupiscono che i cosiddetti scrittori abbiano un lavoro, un mutuo da pagare, la spesa da fare al Billa, dei problemi di prostata, dei figli che danno da pensare, e così via.

Lo scrittore pazzo, criminale, o umanamente disgustoso, non scalfisce questo equivoco se è sufficientemente distante: se è morto da tempo, se abita a New York, se è ricchissimo di famiglia, se va nella prima pagina di Gente e così via. Allora, grazie alla distanza (umana, sociale ecc.) viene percepito come uno che fa certe cose perché è un artista, e ovviamente agli artisti si perdona tutto.

Il povero Vittorio Bianchi, invece, non ha speranza. Poiché lui è lì, è visibile, è ospitato in quel determinato Ctrp, poiché ha in somma una sua concretezza inequivocabile, non potrà mai diventare uno che fa certe cose perché è un artista. È, e continuerà a essere, un povero malato di mente. Quindi non gli si perdona niente: e anche il suo scrivere, il suo rivolgersi ad altri (la letteratura non è altro che questo: rivolgersi ad altri, non a me stesso ma ad altri) viene catalogato come pura e semplice curiosità, un lusus naturae. E lui non è uno scrittore, bensì un caso umano.

L’altro discorso sospeso, lo ripiglio settimana prossima [cioè domani…].

5 comments on “100 lezioni di scrittura creativa / 51 (dove, a forza di ragionare su che cosa sia un autore, si scopre che cosa è la letteratura)”

  1. Simpatizzo con il signor Bianchi.

    Quell’equivoco grazie al quale si concepisce l’autore, lo scrittore, come un essere distante, «antropologicamente diverso dal resto dell’umanità»

    Persino i più piccoli hanno già questo pregiudizio. Durante una chiacchierata formale davanti a una mezza dozzina di classi di quinta elementare (ai quali era stato detto che ero una “scrittrice” dai loro docenti) il commento più interessante fu:

    – Ma è una persona normale!

    Ammetto che per un attimo mi fecero sentire fuori luogo e per diverso tempo mi sono chiesta se per fare l’autrice, forse, avrei dovuto cambiare – che ne so – look o capigliatura… Che sia questo a ostacolarmi? 😉

  2. Uno scrittore è uno che ti mostra un dettaglio che vedi da sempre in un modo che diventa sangue di una persona reale. Qiella dei valori universali e una baggianata romantica. Il romanticismo è finito.

  3. Peutêtrequeoui peutêtrequenon, non facciamo confusione. Quella dei valori universali è una baggianata, se è una baggianata, classicistica e non romantica. L’idea che “uno scrittore è uno che ti mostra un dettaglio che vedi da sempre in un modo che diventa sangue di una persona reale” è esattamente l’idea romantica.

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