100 lezioni di scrittura creativa / 52 (dove ci si interroga sull’ “onestà” di un narratore, senza cavare un ragno dal buco)

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Chi volesse, può dare un’occhiata anche alle mie videolezioni].

Buongiorno. Il tema è ancora: avventure e disavventure dell’autore. Qualche puntata fa riferivo brevemente di un articolo polemico («Ho le vertigini da fiction») pubblicato da Mauro Covacich nel settimanale L’Espresso; raccontavo di averlo sunteggiato e commentato nel mio diario in rete [che non è più in rete…]; e infine riportavo alcune reazioni di lettori.

Il pezzo di Covacich diceva in sostanza: Nel nostro tempo succede di tutto, sconvolgimenti sociali ed economici e politici, eppure pare che «gli scrittori italiani si sottraggono a tutto ciò». E domandava Covacich: «Perché lo ignorano mentre raccontano le loro storie? […] Perché non riusciamo a prendere il mondo per le corna? Perché non riusciamo a raccontare storie – non importa se inventate, vere, realistiche, surreali – in grado di spremere la vita, di metterla sotto torchio?».

In alcune delle reazioni di lettori che riportavo, compariva la parola: onestà. Ma che cos’è l’onestà per un narratore? (A parte l’ovvio: non passare col rosso, pagare giuste le tasse, non rapinare i supermercati, non spillare soldi agli assessorati in cambio di sinecure ecc.). Il lettore/scrittore che si firmava Demetrio, ad esempio, la definiva così: «Organizzare una storia che abbia una voce che sia sentita reale da parte di chi ci legge».

Ragioniamo:
– una voce;
– che sia sentita reale;
– da parte di chi legge.

Demetrio non dice: una voce che racconti una storia reale, una storia vera. Dice: una voce che sia sentita reale. Conta la «realtà» della voce, non delle cose raccontate. Le cose raccontate potranno essere invenzione pura; la voce non deve essere contraffatta. Può sembrare un paradosso. Io, che sono capace di dire la verità e di mentire senza la minima differenza nella voce, ho il sospetto che sia davvero un paradosso.

Tuttavia, a proposito di «realtà», un altro lettore, che si firmava Mario Zero, diceva: «La letteratura è l’opposto della realtà. Nella realtà, soprattutto in quella sociale, tutto appare confuso, insensato, mentre nell’arte le parole formano una bellezza, un senso, ed è per questo che le amiamo». E mi viene il dubbio che Mario Zero, in questa forma apodittica, esprima un desiderio che è il contrario di quello espresso da Demetrio; come se Mario Zero dicesse: voglio una voce che non sia confusa e insensata, una voce opposta alla realtà. Forzando: una voce irreale.

Ma un altro lettore, che si firmava con il nome di Ardito Piccardi, sacerdote protagonista del romanzo di Carlo Coccioli Il cielo e la terra, tagliava corto e diceva: «Se uno scrittore dà il sangue, quello è uno scrittore». E mi par di capire che il «dare il sangue» sarebbe appunto il segno dell’onestà. Un’onestà radicale: che non si definisce, direi, nel rispetto per gli altri; ma piuttosto nel rispetto per sé stessi quali creature e immagini di dio. Mi viene il dubbio che la parola «santità» potrebbe, a questo punto, sostituire la parola «onestà».

Dunque? Che strane richieste rivolgono i lettori agli autori, mi viene da pensare ogni volta che leggo cose del genere. Che strane richieste. Mi si chiede di essere onesto. Ma il romanzo non è per statuto una finzione? E se fingo una storia, non potrò fingere una voce? L’esperienza della scrittura mi dice: niente è più divertente che fingere una voce che suoni autentica; e niente è più istruttivo (per chi scrive e per chi legge) che fingere una voce che suoni autentica (ossia: niente è più istruttivo che tentare, provvisoriamente e per finta, di essere un altro); e poche cose sono difficili come fingere una voce che suoni autentica. Potrei metterla così: sono disponibile ad accettare l’onestà come un impegno verso il lettore. Ma vorrei tanto sapere come fa, un lettore, a decidere se la mia voce è «reale» o no.

Mi si chiede di non ripetere la realtà, e di fornire piuttosto qualcosa che sia dotato di «bellezza» e «senso». Il presupposto è che la «realtà» sia brutta e insensata. Ma allora sembra che ci sia un mondo reale di qua, valle di lacrime nella quale siamo costretti a vivere, e un mondo dell’arte di là, luogo di bellezza e di senso. E io vado in bestia. Perché se questo mondo è una valle di lacrime, io vorrei farlo diventare luogo di bellezza e di senso. Se scrivendo produco una bellezza e un senso che non si trovano nel mondo, mi sento come un profeta: uno che vede ciò che potrebbe essere. Ma ho imparato che i profeti non sono coloro che vedono (in anticipo) ciò che non è ancora; sono piuttosto coloro che vedono (qui, ora) ciò che è sotto gli occhi tutti e sfugge agli occhi di tutti.

E infine, a chi mi chiede di dare il sangue, mi viene quasi da dare un rispostaccia. Perché non so quante volte sono stato avvicinato da lettori e lettrici che mi dicevano: «Ti sono grato, perché vedo che in quel tal libro, in quel tale racconto, in quella tal pagina, veramente hai dato il sangue» (o: hai messa a nudo la tua anima, eccetera; espressioni equivalenti). E io, naturalmente, sapevo che quel tal libro, quel tale racconto, quella tal pagina erano magari stati prodotti con un gioco combinatorio. Quegli stessi lettori e lettrici, poi, tendevano a dare per scontato che qualunque storia io avessi raccontata, fosse una storia accaduta a me. E allora dico: sospetto che questa richiesta di «dare il sangue» sia semplicemente una richiesta di «uscire dalla letteratura» e «dire la verità dell’esperienza».

Di quest’ultima cosa riparliamo tra una settimana [cioè domani…]. E poi cercherò di tirare le fila di questa questione, che in sostanza si può riassumere così (credo): com’è che i lettori si immaginano che la scrittura sia per gli scrittori una certa cosa, e gli scrittori (io compreso) invece dicono che è tutt’altra cosa? Come fanno a essere così differenti, le due esperienze? Arrivederci.

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