E gli operai dell’italsider cominciarono a cantare tutti in coro lentamente…

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di Cosimo Lupo

[Cosimo Lupo ha scritto, un po’ durante e un po’ dopo aver frequentato la Bottega di narrazione, un romanzo il cui misteriosissimo titolo è: “ADA39”. Ve ne propongo sei estratti, ciascuno in due versioni: il testo scritto e il testo letto. E’ il genere di romanzo che, oggi come oggi, gli editori faticano parecchio a pubblicare (ma, se qualcuno si incuriosisse, si faccia avanti). A me sembra che sia piuttosto bello; e anche divertente; e anche, quando occorre, commovente. Buona lettura, buon ascolto. gm]

Da ADA39 di Cosimo Lupo

3.1.3

[classe: il PADRE, 1996]

Successe questo: mentre elaboravo il lutto di mio padre frullandomi una banana mi chiamò un amico, sconvolto per la morte di Fabrizio de André; dice che era andato anche al funerale a Genova dove migliaia di persone erano lì a piangere. Mi si impigliarono i coglioni nella lametta del frullatore e mi fecero molto male. Perché mi ricordai di una cosa che mi accadde quando avevo quattordici anni sei mesi e un giorno: quella mattina, nel campeggio dove trascorrevo l’estate, incontrai una signora che vendeva a metà prezzo due biglietti per un concerto di Fabrizio De André programmato allo stadio Erasmo Iacovone di Taranto. Convincere un adulto ad acquistarli fu tutto sommato facile, più difficile trovare qualcuno che mi accompagnasse. L’unica persona maggiorenne resasi disponibile fu mia nonna, a cui piaceva molto la canzone “Marinella”; canzone che infatti, quando il rapporto tra musicisti e pubblico fu abbastanza costruito, invocò a gran voce; ma Fabrizio de André non la accontentò. Disse che Marinella porta jella, disse proprio così. Molte altre persone tra il pubblico chiesero di ascoltare Marinella ma De André si rifiutò ancora. Dai Fabrizio De André, pensai, canta sta cazzo di Marinella, la gente te la chiede; ma lui niente. Anzi, continuava a cantare altre canzoni che non erano Marinella. Guardai intorno a me e cominciai a pensare che porca puttana tutte queste donne e tutti questi uomini avevano speso i loro risparmi per comperare un biglietto per il suo concerto e magari da settimane non aspettavano altro che il momento in cui Fabrizio De André avrebbe cantato la canzone Marinella e magari se la erano anche ripassata per cantarla in coro e magari poi una volta tornati a casa qualcuno avrebbe chiesto loro se l’aveva canta Marinella e loro cosa avrebbero risposto? E pensai persino che qualcuno mentendo avrebbe risposto di si perché non doveva essere facile da sopportare il fatto di non aver ascoltato la propria canzone preferita e allora non ci vidi più dalla rabbia, scesi dai tubi innocenti che sorreggevano le gradinate dello stadio Erasmo Iacovone, dedicato a Erasmo Iacovone, un grande centravanti del Taranto calcio morto troppo giovane, e mormorai mo te ne vai affanculo Fabrizio De André, questa gente qui lavora in fonderia, perché a Taranto solo quella c’è, fa turni di notte in qualunque giorno della settimana, cosa che a te sembra certamente molto poetica, il prezzo di questo concerto vale il dieci per cento del loro stipendio, e adesso questa gente qui vuole sentire una cazzo di canzone e tu adesso, tu che ami le puttane del porto e Bakunin e Carlo Cafiero e Andrea Costa e non so chi altri, tu adesso la canti perché tu che sei figlio dell’amministratore delegato e poi presidente di una multinazionale grande come la Cocacola, al punto che ti hanno persino rapito, fabrizio de andrè, tu adesso canti questa cazzo di canzone se no stasera non vai a casa intero perché vedi fabrizio de andre voi cazzo di bambini ricchi pensate che la povertà sia poetica e letteraria e romantica e non so cos’altro e ci scrivete sopra canzoncine e poesiuole dalle vostre ville riscaldate sui vostri divani a U coi tavolini al centro pieni zeppi di riviste di arredamento illuminate sempre dalla stessa cazzo di lampada ad arco di Castiglioni [1], ma vedi piccolo stronzetto la povertà non è per niente romantica la povertà per esempio vuol dire che non si può bere e fumare e sballarsi come fai tu perché poi non si hanno i soldi che hai tu per andarsi a curare e allora canta questa cazzo di canzone, forza, questa di marinella è la storia vera forza fai sentire a tutti che tu sai cosa è una storia e cosa è la verità, avanti, che scivolò nel fiume a primavera fai le rime falle fabrizio de andrè fai vedere che hai fatto il classico come tutti i giovanotti di buona famiglia e ti sei permesso anche di farlo svogliatamente fai vedere che sai fare le rime e lo raggiunsi sul palco e lui mi guardò male come per dire e questo che vuole e io gli diedi una spinta e i suoi musicisti non mossero un dito e anzi sorrisero e anzi cominciarono a suonare marinella e allora continuai, un’altra spinta, e gli operai dell’italsider cominciarono a cantare tutti in coro lentamente e il vento che la vide così beeeella dal fiuuume la portò sopra una ste e e e ellaaaa e sempre più forte perché prendevano coraggio gli operai e abbandonarono le gradinate per invadere il campo e il palcoscenico, camminavano lentamente e cantavano lentamente e io intanto massacravo fabrizio de andrè e non ne avevo mai abbastanza e il coro aumentava e fabrizio de andrè gridava non la so marinella non me la ricordo e allora vedi di ricordartela pezzo di merda vedi di ricordartela e di cantarla perché se no non arrivi vivo in albergo ma un reee senza corona e senza scorta bussò tot volte un giorno alla sua poo o o o rta bravo fai vedere che sai fare le metafore stronzetto figlio di papà fammi sentire come sei bravo a fare le similitudini forza un re senza corona e senza scorta dai vediamo quanto ne sai di retorica e i musicisti turnisti non so ma forse iniziarono a suonare più forte come a darmi una mano a massacralo quello stronzo, che cazzo vuol dire ‘sta canzone, forza spiegamelo, che cazzo vuol dire non lo so l’ho scritta a diciassette anni è un accumulo di metafore senza un preciso senso e allora dillo a tutti questi poveri cristi dillo marinella è una cagata pazzesca non vuol dire un cazzo è una delle tante volte che l’ho fatta franca diglielo perché così almeno non si sentono ignoranti e fu sangue e fu vento / o fu soltanto sale / sparso sopra il nero manto / di un ricordo andato a male [2].
Raccolsi ciò che rimaneva dei miei testicoli. Il dolore e la rabbia, eccola!, si annullarono a vicenda. Bene, stavo elaborando correttamente il lutto di mio padre.
Sono tredicimila metri. Ma che ho fatto?

—————
[1] E basta: la lampada Arco di Castiglioni fa cagare.
[2] Scrivi anche tu una canzone di Fabrizio De André: sul sito “ada39.it” trovi il generatore automatico di canzoni di Fabrizio De André.

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