Dieci trucchi vincenti per scrivere efficacemente una scena di sesso

Dieci trucchi vincenti per scrivere efficacemente una scena di sesso

4 commenti

di Giulio Mozzi

1. C’è un luogo comune: che, nei libri, le scene di sesso servano a vendere di più. Niente di più falso, oggi come oggi. Tuttavia, come scriveva Raffaele La Capria nel saggio La centralità della scopata nella narrativa italiana (in Il sentimento della letteratura, 1996), fino a tutti gli anni Sessanta questo luogo comune è stato vero. Quindi: se il vostro romanzo contiene un romanzo nel romanzo, e se il romanzo contenuto nel romanzo è un romanzo degli anni Sessanta, allora potrete farcire il romanzo nel romanzo di scene di sesso; non, però, il romanzo contenente il romanzo. Oppure, se proprio volete, buttatevi a scrivere letteratura pornografica (la si qualifica come “erotica” solo per bon ton): ma rischiate di fare la fine di quella lì che ha scritto le Sfumature, che ci si è impegnata tanto ma non se l’è filata nessuno.

2. Un altro luogo comune dice: che le scene di sesso, se uno proprio vuole mettercele nel suo romanzo, almeno devono essere necessarie. Il luogo comune è vero: ma è vero perché è vero che qualunque scena, in un romanzo, dev’essere necessaria. Una scena, in poche parole, deve produrre un cambiamento nelle relazioni tra i personaggi: altrimenti è una scena superflua, ornamentale, tirinlungo; e l’editor provvederà a farvela levare. Quindi: una scena di sesso nel corso della quale la relazione tra i personaggi (solitamente due, ma non è detto) resti tal quale, non è necessaria, rischia perciostesso di risultare noiosa o futile. La domanda, ovviamente, è: quali sono i tipi specifici di cambiamento nella relazione tra i personaggi che possono aver luogo in una scena di sesso, o che se hanno luogo in una scena di sesso possono avere più significato e valore?

3. Una volta deciso qual è il cambiamento che avverà nella relazione tra i personaggi durante la scena di sesso, bisognerà che questo cambiamento non venga detto al lettore, ma che il lettore possa vederlo in ciò che accade. O più esattamente che il lettore possa intuirlo, magari un po’ oscuramente (perché farglielo vedere sfacciatamente è da sfacciati). A es. se lui cerca di fare con lei una certa cosa (o lei con lui, è uguale), e lei (o lui) si sottrae, è un po’ semplicistico affidare a questo fatto una crisi nella loro relazione (che poi: crisi su che? A proposito di cosa?). Più interessante potrebbe essere, a es., che lei chieda a lui (o lui a le, è uguale) di comportarsi da prostituto (da prostituta), ma poi salta fuori che lei (o lui) non ha contante, e pretende di pagare col bancomat, ma lui (lei) non ha l’apparecchio sottomano, e comunque dice che il bancomat è troppo astratto, che la cosa può funzionare solo se ci sono se banconote (il fruscio delle banconote, l’odore della carta stampata, quelle robe lì) e insomma su questo litigano, o ameno discutono animatamente, e il loro rapporto cambia, nel senso che lei (o lui) accusa lui (o lei) di confondere la sostanza (il valore che transita nella transazione) con l’accidente (la forma assunta nel mondo dal valore: banconote, monete, pura transazione finanziaria ec.). Cosa possa discendere da questo, in una coppia, potete facilmente immaginarlo.

4. E con questo abbiamo esaurito i fondamentali. Passiamo ai dettagli. Un dettaglio non insignificante è quello del lessico. Il lessico del sesso, si sa, è un lessico che cade facilmente nella volgarità. “Lui le infilò il cazzo nella fica” non è esattamente un modo di esprimersi elegante. E tuttavia, nemmeno “Lui le infilò il pene nella vagina” è accettabile: sono parole che userebbero l’andrologo o il ginecologo. Tant’è che la parlata popolare ha inventato, per entrambi i soggetti in questione, una quantià di nomignoli non sempre eufemistici. Vale la pena di ricordare, per l’ennesima volta, ciò che scrisse definitivamente il Belli:

Er Padre de li Santi

Er cazzo se pò ddí rradica, uscello,
ciscio, nerbo, tortore, pennarolo,
pezzo-de-carne, manico, scetrolo,
asperge, cucuzzola e stennarello.
   Cavicchio, canaletto e cchiavistello,
er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
attaccapanni, moccolo, bbruggnolo,
inguilla, torciorecchio, e mmanganello.
   Zeppa e bbatocco, cavola e tturaccio,
e mmaritozzo, e ccannella, e ppipino,
e ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.
   Poi scafa, canocchiale, arma, bbambino:
poi torzo, crescimmano, catenaccio,
mànnola, e mmi’-fratello-piccinino.
   E tte lascio perzino
ch’er mi’ dottore lo chiama cotale,
fallo, asta, verga, e mmembro naturale.
   Cuer vecchio de spezziale
disce Priàpo; e la su’ mojje pene,
seggno per dio che nun je torna bbene.

La Madre de le Sante

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina,
e ddà ggiú co la cunna e cco la potta
   Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo scella, patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,
   sorca, vaschetta, fodero, frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,
   fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.
   E ssi vvòi la scimosa,
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, e ssepportura.

E peraltro, come tutti sanno, ogni coppia innamorata inventa, per i genitali e per i gesti del sesso. Non penso solo all’estetizzantissimo “faire cattleya” per “fare l’amore” di Swann e Odette (nella Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust), ma a quei nomignoli buffi e affettuosi, spesso diminutivi, con i quali insieme si nomina il desiderio e lo si libera dalla paura: il Coso e la Cosina, la Limaccia e la Chiocciolina, Camillo e Camillina [*], Clarinetto e Chitarrina (Renzo Arbore), eccetera. Peraltro, ognun vede come parole di questo tipo possano essere usate solo per gioco e giocosamente, e quindi non per raccontare una scena di sesso “seria”.
E dunque? Come si nominano questi oggetti?
La soluzione più pratica, a mio avviso (dico: la più pratica, non la più sicura artisticamente; ma, a un certo punto, bisogna anche un po’ accontentarsi), è quella dell’omissione, e dell’uso estensivo della parola generica “sesso”. “Lui le sfiorò il sesso con le dita” è una frase un po’ vaga ma decente; scrivendo “La penetrò” non è indispensabile specificare “con la sua verga turgida” (ma se la cosa si fa con una confezione di Leocrema, sarà meglio dirlo); eccetera. Sono da evitare le allusioni ammiccanti, del tipo “Lo leccò proprio lì”; le iperboli; le descrizioni eroicizzanti (soprattutto delle prestazioni di lui); e così via.

5. Funzionano molto bene, va detto, le elusioni: anche complete. Per esempio, nel quarto capitolo di Madame Bovary Flaubert non ci dice nulla, ma ci fa intendere molto:

“Il giorno dopo [la prima notte di nozze con Emma], in compenso, [Charles Bovary] sembrava un altro uomo. Lo si sarebbe detto la vergine della vigilia [ma Charles era già stato sposato, ed era vedovo], mentre la sposa non lasciava trapelare nulla che consentisse di indovinare alcunché. I più scaltri non sapevano che cosa dire e, quando se la vedevano passare vicino, la osservavano con un interesse fuori di misura. Charles non cercava di dissimulare. La chiamava mogliettina, le dava del tu, chiedeva a tutti di lei, la cercava dappertutto e spesso lo si vedeva di lontano, mentre si tratteneva con lei in giardino fra gli alberi, cingerla con il braccio alla vita e continuare a amminare chinato a metà su di lei, gualcendole con il capo le gale intorno al collo del corsetto”.

Per tacere di Manzoni:

“La sventurata rispose”.

E Nabokov, in Lolita:

“Io pensavo che mi ci sarebbero voluti mesi, forse anni, per trovare il coraggio di rivelarmi a Dolores Haze; ma alle sei lei era completamente sveglia e alle sei e un quarto eravamo, tecnicamente, amanti. Sto per dirvi una cosa molto strana: fu lei a sedurre me”.

6. Il luogo proprio del sesso, per la specie umana, varietà occidentale, all’attuale livello di civilizzazione, è il letto. Tuttavia lo si può praticare, e càpita di praticarlo, nei luoghi più impensati: in automobile [**], in un retrobottega, all’aperto, in un bosco, in una cabina del telefono (ma allora è un romanzo storico), nella vasca da bagno o sotto la doccia, in spiaggia, presso l’ufficio dell’anagrafe, sotto la scrivania, sopra la scrivania, in cucina, lungo le scale del condominio, in un ascensore bloccato, nascosti dietro un distributore di benzina lungo la provinciale, nella stiva di una nave, in una stanza defilata di un museo di pittura cubista, e così via.
La scelta della location, peraltro, va giustificata. Il lettore deve capire, e convincersene, che l’atto poteva o doveva essere compiuto solo lì. Ci sono attrazioni improvvise, che non concedono il tempo di trovare un posto comodo, e allora può andar bene anche lo sgabuzzino delle scope: ma sono rare. Ci sono convivenze forzate, che lasciano agli istinti naturali il tempo di esprimersi: ma non succede tutti i giorni di doversi nascondere a lungo in una tomba e di doversi inventare un modo per passare il tempo. Per contro, può anche esserci il gusto di fare il sesso in un luogo inusuale; e non solo, si badi, e direi anche non tanto, per perversione: ma piuttosto per gioco.

7. Il punto più difficile da raccontare, del fare sesso, è il “momento eroico”, come diceva non so più chi, ovvero l’orgasmo. Le soluzioni possono essere tante. Ciò che è assolutamente da evitare, è l’uso delle maiuscole. Cose del tipo: “Oh! Ah! Aaah! AAAAAAAH! AAAAAAAH!” non si possono vedere, e tantomeno leggere. Un modo pratico può essere quello di evitare il discorso (non che siano grandi discorsi, peraltro) diretto, e di affidarsi al racconto: “Lei venne con un grido acuto, un sospiro breve, e una franca risata”, “Lui venne con modestia e parsimonia, com’era nel suo temperamento”, “Lui era un po’ confuso, e molto preso, a dire il vero, in quel momento, ma veramente gli era parso che, nel momento in cui si era contratta tutta, per distendersi poi come per uno sciogliersi improvviso di tutti i muscoli, avesse sussurrato le parole: intuizione trascendentale (lei, più tardi, smentì: ma con una lieve esitazione che la tradì)”, “Dopo tanto agitarsi, caddero l’uno sull’altra, senza più fiato, come quando nel sonno si ha la sensazione di cadere da un’altezza infinita, e invece si è nel posto più sicuro del mondo”, e così via.

8. Ci vorrebbe un articolo a parte per la trita e ritrita questione delle posizioni. La manualistica esistente, nel caso in cui mancaste di pratica, può dare qualche spunto. Ma è importante evitare di trasformare la propria scena di sesso in uno slideshow didattico. Da evitare come la peste i tecnicismi: parole come “carriola”, “mezza carriola”, “cowgirl inversa”, e così via, spengono istantaneamente l’attenzione del lettore postadolescente. In caso di amanti tifosi della Roma – ma solo in quel caso – è accettabile la battuta: “Mo’ fàmo er cucchiaio”.

9. “Non c’è sesso senza amore”, cantava qualche millennio fa Antonello Venditti: ma aveva torto. Può esserci sesso senza amore ma con divertimento, con amicizia, con complicità, con desiderio reciproco; può esserci sesso, insomma, anche senza mutuo in vista, e tuttavia sesso allegro, colorato, pieno di risate e di scherzi.

10. Infine: ricordate che non solo gli innamorati e gli amanti fanno sesso; fanno sesso anche i coniugi (l’esistenza dei bambini ne è la prova). Il sesso può essere un momento di scoperta, di esplorazione reciproca tra persone che ancora si conoscono poco, o che si stanno conoscendo proprio nel sesso; ma è anche appassionata consuetudine, è anche un momento di quell’integrazione totale – comprensiva, sì, del mutuo, della cura dei bambini se ci sono, dell’organizzarsi nella sempre intricatissima vita quotidiana, dei turni di cucina e di pulizie e stiraggio, eccetera – che appartiene forse a più coppie di quanto non si pensi.

—-

[*] Autobiografico.
[**] Luogo non tanto impensato, a dire il vero.

[Se questo articolo ti è sembrato utile, prova a dare un’occhiata al bando della prossima annualità della Bottega di narrazione].

4 comments on “Dieci trucchi vincenti per scrivere efficacemente una scena di sesso”

  1. Mi stupisce profondamente che qui si faccia coincidere la letteratura o narrativa erotica con quella pornografica e mi chiedo, quindi, se se ne conosce la differenza notevole.

  2. Conosco, e vedo che ciò che è proposto come erotico è generalmente pornografico, e che ciò che è erotico viene proposto come letteratura senza aggettivi.

  3. Quella lì che ha scritto le Sfumature, ma non se l’è filata nessuno, ha venduto 150 milioni di copie nel mondo, secondo Mondadori. Tant’è che sto iniziando ad associarla a Berlusconi: non l’ha letto/votato nessuno, eppure… 😀

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