Qualche osservazione sulle figure retoriche (e i gesti)

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di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Premessa. Le figure retoriche – taglio il discorso con l’accetta – altro non sono che degli “scarti” dall’uso ordinario del linguaggio; scarti che tutti compiamo, anche nelle situazioni più domestiche e tranquille, per raggiungere un obiettivo di espressività e di efficacia. Quando ci rivolgiamo alla persona amata chiamandolo/a “Amore” o “Brutto stronzo”, facciamo delle figure retoriche. Probabilmente i nomi di alcune li conoscete: metafora, metonimia, ipallage, enallage, iperbato, chiasmo, sineddoche, antonomasia, anadiplosi, cose così. Non preoccupatevi se non siete mai rusciti a memorizzare nomi e classificazioni (peraltro, esistono molte classificazioni diverse): l’importante è rendersi conto che esistono, diciamo così, usi ordinari e usi straordinari del linguaggio; e che ci sono buone ragioni per scegliere gli usi ordinari in certe situazioni e gli usi straordinari in altre situazioni. Poi, se non sapete se quella che state facendo è una metafora o una metonimia, poca importanza ha.

2. Ma (seconda premessa) dobbiamo osservare che anche il linguaggio degli usi ordinari è pieno zeppo di figure retoriche: che però non avvertiamo più come tali, perché si sono rivelate così efficaci da essere usate da tutti e/o molto spesso. Qualche esempio: ho usato la parola linguaggio, che deriva da lingua. Ora, la lingua è un organo del corpo, ma è anche l’insieme di suoni articolati per mezzo dei quali comunichiamo. Possiamo tranquillamente immaginare che, poiché i suoni articolati li pronunciamo con la lingua, la parola lingua sia prima stata a un certo punto usata – facendo uno “scarto” (una metonimia, a occhio) – per indicare anche i suoni articolati; e che questo “scarto”, poi, abbia avuto successo e si sia diffuso. E sto parlando di “scarti”, ma la parola scartare significa propriamente, secondo il Treccani, “fare un brusco spostamento laterale, con riferimento ad animali da sella e da tiro e, per estens., a mezzi di locomozione” (Scartare nel senso di “spacchettare”, ovviamente, è tutt’altro verbo). E’ evidente dunque che quando vi parlo di “scarti dall’uso ordinario del linguaggio” sto di nuovo facendo una figura retorica (potrei dire “scostamenti”, e farei comunque qualcosa di molto simile). E così via: si potrebbe sostenere che la ricchezza di significati delle lingue si produce per progressive e continue stratificazioni di usi straordinari del linguaggio che via via diventano ordinari – o almeno un po’ meno straordinari.

Enzo Maiorca in una foto d’archivio del 21 settembre 1974. ANSA

3. Ne consegue che dobbiamo stare molto attenti alle figure retoriche involontarie. Un giorno un amico, parlandomi di un collega che aveva un’evidente opportunità di carriera ma sembrava non volesse approfittarne, concluse il suo discorso dicendo: “Mah! Si vede che ha in tasca un qualche asso nella manica”. La frase è di per sé meravigliosa, ma può funzionare solo come scherzo. Un’altra volta mi capitò di leggere, in un romanzo inedito: “la signora, incazzata come una iena, strillava come un’aquila”. Una cosa così in una conversazione si può perdonare, in un testo scritto – e che voglia essere serio – proprio no. Ma in certi casi l’incongruità è meno sensibile: può avere un qualche senso (benché sia secondo me di dubbio gusto) scrivere che “Luigi si immerse nella lettura dell’autobiografia di Enzo Maiorca”, considerato che Enzo Maiorca era appunto un virtuoso delle immersioni; ma “Luigi si immerse nella lettura dell’autobiografia di Walter Bonatti”, considerato che Walter Bonatti fu un grande alpinista, è seriamente improponibile.

4. Non sto dicendo che si dovrebbe puntare a una lingua depurata da tutte queste figure retoriche incistatesi nel linguaggio (sì, quell’ “incistatesi” è una figura retorica). Probabilmente una lingua così sarebbe impossibile da parlare. Ma suggerisco attenzione, molta attenzione, per evitare che nel nostro testo scritto si intrufolino (che figurona, questa!) figure retoriche capaci di evocare significati indesiderati (basti pensare che “intrufolarsi” viene da “trufolare”, che è una variante di “grufolare”, nel senso di “frugare, rimestare, sguazzare”: una parola un po’ suina, per così dire). Analogamente – nella direzione opposta, per essere più precisi – si può lavorare per saturare il proprio discorso (cercate l’etimologia di “saturare”, mi raccomando) di parole che si parlino tra loro, ovvero che abbiano in comune più o meno lontane radici etimologiche, che siano passibili di scostamenti di significato coerenti, che alludano a immaginari paralleli. Non penso solo a quella che tecnicamente si chiama figura etimologica (“Amor, ch’a nullo amato amar perdona, Dante, Inf. V, 103; “Esta selva selvaggia ed aspra e forte”, Dante, Inf. I, 5, ec.), dove il gioco è evidente, ma anche a cose più discrete come “Raggiunsero un accordo cordiale”, dove il legame etimologico tra “accordo” e “cordiale” è un po’ meno visibile che nei due esempi danteschi, o “Quel ragazzo era proprio un bel puledro”, dove magari a nessuno verrà in mente che “ragazzo” è una parola araba (raqqāṣ, “fattorino”, “corriere”) passata nel latino medievale e poi nel volgare col senso di “giovane addetto alla cura dei cavalli”, e poi estesasi fino a indicare le persone in un’età tra l’infanzia e la giovinezza.

5. “Mozzi, ma che cosa pretende? Che ci studiamo a memoria i dizionari etimologici?”. Sì: semplicemente sì. Una scrittura credibilmente letteraria, oggi come oggi (e sottolineo: oggi come oggi; la realtà della lingua era molto diversa nel 1827, quando Manzoni pubblicava la prima edizione dei Promessi sposi, o nel 1516 quando Ludovico Ariosto dava alle stampe la prima dell’Orlando furioso), nasce dall’ascolto di sé, dei propri ritmi di parlato (e di respiro, e di immaginazione), dalla percezione di certe parole o di certi gruppi di parole come “naturali” o “materni”; e dalla unione di tale ascolto di sé con la conoscenza storica della lingua. Che, badate, non è solo conoscenza lessicale. Frequentare gli scrittori d’altri tempi significa soprattutto frequentare la loro sintassi, imparare che le parole si possono disporre in molti ordini diversi – con effetti di senso e significato diversi. Ovviamente mandare a memoria un intero dizionario non è possibile (credo). Ma abituarsi a frequentarli, i dizionari, sfogliarli, rivedere i propri testi controllando le parole una per una, innamorarsi della storia delle parole: tutto questo è necessario. La lingua italiana è una lingua che nasce scritta (Manzoni non la sapeva parlare, Ariosto nemmeno: ma la scrivevano), in cui la perfezione si raggiunge lentamente (Manzoni rilavorò minutissimamente il suo romanzo, ripubblicandolo tredici anni dopo; le edizioni seconda del 1521 e terza del 1532 del Furioso raggiungono lentamente un ideale di lingua che nella prima era solo vaghissimamente accennato).

6. Qualche tempo fa mi fu fatto notare che il mio modo di muovere le mani quando parlo somiglia pari pari al modo che teneva mio padre. Io non me n’ero mai reso conto, benché fossi ben consapevole dell’importanza del mio muovere le mani. L’amico e scrittore Gabriele Dadati l’ha anche descritto in un suo lungo articolo, quasi un saggio: “[Giulio] quando parla di un libro, nello spiegarlo, ha un gran numero di gesti che compie, in cui riesce a mimare quello che dice a parole, facendo passare un indice teso nell’anello fatto dall’indice e dal pollice dell’altra mano, agitando in tando un braccio sopra la testa, battendo le ali e così via…” (Le parole dei morti nelle parole dei vivi, Nuovi argomenti, aprile-giugno 2011). È chiaro che il mio muovere le mani è per lo più – è stato, fino a quel punto – inconsapevole; ma ora che so che somiglia a quello – che ricordo bene – di mio padre, ora che so che Gabriele – che è un acuto osservatore – lo ha notato, eccetera, posso lavorarci sopra, posso farne uno strumento di comunicazione più preciso, più attento. Meno spontaneo? E che importanza ha? I gesti di un attore sulla scena sono forse spontanei? Pensate alla celebre Danza delle stagioni di Pina Bausch (qui dal documentario Pina, di Wim Wenders):

7. Lo so, siete abituati in articoli in dieci punti. Ma questo mi è venuto in sei: in sette, anzi.

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