Barton Fink, Bottega di narrazione, Scrittura creativa, Creative writing, Narrare il perturbante

I personaggi sono una reazione al mondo che li circonda

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di Giorgia Tribuiani
docente della Bottega di narrazione

Tra i riferimenti bibliografici del corso-laboratorio Narrare il perturbante saranno presenti i romanzi di Edoardo Zambelli, particolarmente significativi per la gestione del mistero e per la costruzione dello straniamento.
Giorgia Tribuiani, ideatrice del corso, ha posto a Zambelli alcune domande per approfondire insieme a lui la riflessione sulla narrativa perturbante.

1. L’elemento familiare che diventa sconosciuto, il mistero irrisolto, il tema del doppio: sono solo alcune delle componenti “perturbanti” presenti nelle tue narrazioni. Quanto sai delle tue storie (e della loro natura, appunto, perturbante) quando inizi a lavorarci, e quanto invece ti lasci condurre a tua volta dal mistero?

Delle mie storie so sempre il giusto, quello che mi serve per iniziare, e ho un’idea di come arrivare alla fine, qualche snodo qui e là. In questa fase l’elemento perturbante è ovviamente già presente, fa parte del processo immaginativo. Preparo una scaletta dalla quale spesso mi allontano, non senza sorpresa, ritrovandomi in luoghi inaspettati. Questo perché il perturbante impone una logica altra, che difficilmente si lascia ingabbiare in uno schema rigido. Delle volte diventa necessario fare dei cambiamenti, accogliere nuove idee. Io poi di mio scrivo molto lentamente, impiego molto tempo a portare a termine un romanzo. Dunque sono esposto alla moltitudine di segnali che arrivano da fuori, perché in quel tempo mi può capitare di leggere o vedere qualcosa che apre una strada nuova. Fortunatamente, il funzionamento di certi meccanismi che appartengono alla letteratura fantastica hanno, almeno secondo me, il pregio di una grande flessibilità. Dunque lasciano un grande spazio ai cambiamenti di rotta, o all’inserimento nella trama di suggestioni in apparenza incongrue.

2. L’incipit del tuo secondo romanzo, Storia di due donne e di uno specchio, è innegabilmente straniante: “È una casa piccola, eppure è infinita”. Come hai scelto questa immagine iniziale? quando, secondo te, è utile avviare una narrazione perturbante con uno straniamento e quando invece conviene creare quelle condizioni “famigliari”, quelle basi, che poi verranno tradite dalla vicenda?

L’incipit del mio secondo romanzo è il racconto di un sogno, ed è in qualche modo un’anticipazione. Introduce, subito, un elemento che diverrà importante solo molto più tardi, appunto questa casa “piccola, eppure infinita”. In una prima versione l’apertura non era quella, e qui ritorna un po’ il discorso della domanda precedente. Andando avanti nella scrittura, e lasciandosi trasportare alle volte dalle suggestioni del perturbante, possono emergere idee nuove che è bene prendere in considerazione. Comunque, tornando alla domanda, la scelta di posizionare il sogno in apertura è stata dettata da due motivi: il primo riguarda il mio gusto personale, mi piaceva l’idea che un’atmosfera famigliare come è quella iniziale (fatta di dettagli realistici, riconoscibili) fosse subito inquinata, per così dire, da un qualcosa di straniante. Pur senza essere invadente, la prima immagine rimane lì a galleggiare nella testa del lettore, influenzandone la percezione degli eventi che seguono. Credo che il perturbante, da un punto di vista di tecnica, sia un gioco di contrasti. Più la descrizione della normalità è accurata e insistita, più l’introduzione del perturbante si attiva con la forza di una cannonata.
Il secondo motivo, invece, tiene conto maggiormente della presenza del lettore. Mi sembrava giusto avvisarlo, diciamo così, sul tipo di storia che sarebbe andato a leggere. È un po’ come decidere le regole di un gioco prima di iniziare. Aprire con un sogno, suggerisce l’ingresso in un territorio poco sicuro, dai confini incerti.

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3. Quanto spazio, nella produzione di uno straniamento, dedichi alla costruzione del luogo fisico e dell’ambientazione? che consigli daresti, a questo proposito, a chi volesse cimentarsi nella stesura di un racconto o di un romanzo perturbante?

Considero la costruzione di ambientazione e luoghi fisici l’elemento più importante. Questo perché, per mio personalissimo gusto, trovo che i personaggi siano la reazione al mondo che li circonda. E quando il mondo in questione rivela, poco a poco, un funzionamento diverso dal mondo che il lettore riconosce, produce sempre degli effetti interessanti.
Quindi il mio consiglio riprende un concetto espresso già nella risposta alla domanda precedente. Più i luoghi sono descritti in maniera accurata, con dettagli magari anche banali, quotidiani, e più l’apertura di crepe nella logica degli eventi risulterà efficace e produrrà un turbamento nel lettore.
Ci tengo però a precisare che queste sono considerazioni che valgono soprattutto per quelle narrazioni che basano la loro forza perturbante sulla costruzione del mondo esterno, un mondo che mette in crisi il modo in cui il personaggio lo percepisce (un movimento che va dall’esterno verso l’interno, per intenderci). Mi vengono in mente i romanzi Haruki Murakami, che sono tutti costruiti su questo meccanismo (penso a 1Q84, Dance dance dance, Kafka sulla spiaggia, giusto per fare alcuni esempi). I personaggi si trovano spaesati in un mondo che tutto a un tratto sembra aver subito uno slittamento, è andato a finire su un altro piano di realtà. E non è un caso che, per ottenere questo effetto, Murakami si prenda sempre un tempo lunghissimo, accumulando uno sull’altro un’infinità di dettagli.

4. Quanto invece, sempre a proposito dello straniamento e del mistero, deleghi nelle tue storie al punto di vista del protagonista?

La risposta a questa domanda è un completamento di quella precedente. Il punto di vista del protagonista è uno strumento utile per mostrare il manifestarsi dell’elemento perturbante. In questo senso, il personaggio è quasi una guida, uno specchio: entrambi, protagonista e lettore, partecipano della stessa incredulità, dello stesso stordimento.
Ma esistono anche storie in cui il movimento è l’inverso di quello descritto prima, dunque un movimento che va dall’interno verso l’esterno. Detto in altri termini, è l’interiorità stessa del protagonista a produrre il perturbante. È il suo sguardo che modifica il mondo, non il contrario.
Nel mio secondo romanzo ho messo insieme queste due dinamiche (interno-esterno, esterno-interno). La prima parte è scritta in prima persona, e qui, senza anticipare nulla, lo straniamento è prodotto soprattutto dal punto di vista della protagonista. Nella seconda, invece, che è scritta in terza persona, è il mondo esterno a cedere, trascinando nel suo mutamento l’altra protagonista.

5. Sempre a proposito del tuo secondo romanzo, in esergo si legge una interessante citazione da Casa «la Vita» di Alberto Savinio: “Chiarire un mistero è indelicato verso il mistero stesso”.
Credi che una storia perturbante dovrebbe rinunciare a uno scioglimento completo della tensione e conservare almeno in parte la propria ambiguità, la propria natura insondabile?

Sfacciatamente dico che sì, una storia perturbante dovrebbe rinunciare a svelare completamente il proprio mistero, o per lo meno sforzarsi di mantenere un certo grado di ambiguità. Una volta spiegato, il mistero perde gran parte del proprio fascino, diventa improvvisamente qualcosa di conosciuto, riconducibile ad una logica lineare, e questo finisce per depotenziarlo. È chiaro che questa non può (e non deve) essere un’indicazione di metodo, si tratta semplicemente del mio modo di intendere il mistero e la sua sostanza.

6. Ci sono modelli che hanno contribuito a creare questo tuo così saldo e affasciante immaginario?
Quali sono i riferimenti (libri, ma anche film, fumetti, serie televisive) che consiglieresti di consultare a chi volesse lavorare sul perturbante?

Il mio immaginario si è formato tutto su narrazioni che hanno che fare, se non proprio col perturbante, sicuramente con il mistero. Eviterò un lungo elenco, mantenendomi su quegli autori che sono un poco più attinenti al tema dell’intervista. Dei romanzi di Murakami ho già detto, ma ci sono anche i racconti di Julio Cortazàr e quelli di Dino Buzzati, i romanzi di Alain Robbe-Grillet. Ci sono splendidi esempi di perturbante anche in altri autori, più vicini a noi nello spazio e nel tempo: Laura Pugno (Sirene, La metà di bosco), Filippo Tuena (Il volo dell’occasione, Cacciatori di notte), Eraldo Baldini (Gotico rurale, Terra di nessuno), Ermanno Cavazzoni (La madre assassina), solo per dirne alcuni. Hanno influito tantissimo anche i film, quelli di David Lynch e quelli di Roman Polanski, Barton Fink dei fratelli Coen che è, per me, il film assoluto. Ai fumetti mi sono avvicinato tardi, ma credo che alcune cose di Daniel Clowes (David Boring, Come un guanto di velluto forgiato nel ferro) e di Charles Burns (Black Hole) siano esempi meravigliosi di narrazioni perturbanti.

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