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Sull’autovalutarsi come scrittori e sul valutare le proprie opere letterarie

8 commenti

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

1. Dopo più di vent’anni trascorsi a leggere opere letterarie inedite e destinate, nel 997 per mille dei casi, a restare tali, ho capito che cos’è che mi meraviglia. Non mi meraviglia più – mi meravigliavo all’inizio, ma sbagliavo a meravigliarmi – che molte persone scrivano male, o non sappiano immaginare una storia con un capo e una coda, o non abbiano nessuna idea di che cosa sia un montaggio narrativo, o non riescano a distinguere tra ciò che c’è nella loro mente e ciò che effettivamente mettono nel testo, eccetera. Non mi meraviglia più. Mi meraviglia, invece, che così tante persone, dopo aver composto un’opera scritta male, con una storia senza capo o senza coda o senza entrambi, montata ingenuissimamente o in modo assurdamente complicato, con tre quarti delle cose che avevano in mente rimaste nella mente e non passate nel testo, – che così tante persone non si rendano conto, nemmeno vagamente, di che cosa la loro opera effettivamente è. Che si desideri fare una cosa, e non si sappia farla bene, mi sembra una condizione comprensibile: è da una vita che ogni volta che provo a cucinare dei carciofi faccio disastri. Ma che, una volta fatta una cosa, non si sia capaci di stimarne almeno all’incirca non dico il valore, ma almeno la riuscita, questo mi fa impazzire. Come se io mi spacciassi per cuoco specializzato in carciofi.

2. Si dirà: queste persone mancano di esperienza della vera letteratura. E invece no. Sono persone, non sempre ma spesso, che hanno alle spalle discrete letture, che magari nella lettura hanno anche un gusto preciso o addirittura un gusto raffinato; oppure sono persone che hanno letto e leggono magari molta di quella che una volta si chiamava paraletteratura, e che oggi si chiama “letteratura di genere”, o qualcosa di simile: ma che comunque di quella letteratura – spesso dignitosissima, peraltro – lì ti sanno parlare, ne conoscono i generi e le specie, sanno descriverti i diversi immaginari, eccetera. Insomma, è difficile, veramente difficile, imbattersi in un vero incolto allo sbaraglio, e soprattutto: quando ci si imbatte in un vero incolto allo sbaraglio il più delle volte almeno la storia che ha da raccontare è interessante, la lingua spesso ha un’espressività magari modesta ma vera, e dall’assenza di modelli di riferimento può discendere tanto una cordiale ed efficace semplicità quanto un’irresponsabile e delizioso sperimentalismo.

3. Una sensazione che ho da tempo, e che diventa sempre più forte, è che queste persone spesso molto volonterose ma incapaci di autovalutazione manchino, in fondo, di un’idea di che cosa la letteratura sia. La letteratura è, semplicemente, uno dei modi in cui gli umani comunicano tra loro. Si scrive perché si desidera che certe immaginazioni abbiano l’occasione di trasferirsi dalla propria mente alla mente di qualcun altro, e si desidera che certe proprie immaginazioni abbiano questa occasione perché si ha la sensazione, se non addirittura la convinzione, che queste immaginazioni siano immaginazioni comuni, non sel senso di “qualsiasi” ma nel senso di “appartenenti a tutti, o almeno a molti”, e che il loro significato si riveli proprio nell’atto di raccontarle e/o di sentirsele raccontare, di scriverle e/o di leggerle. La relazione è il luogo della letteratura. Ecco: ho la sensazione che queste persone – e, facendo domande, talvolta mi è parso di appurare che è proprio così – non considerino la letteratura come un modo di relazione tra gli umani.

4. Ricordo una conversazione con un tipo che aveva dichiarato di essere “innamorato” di Thomas Mann. La dichiarazione mi aveva incuriosito, e avevo voluto saperne di più. Cercai di capire dal tipo di che cosa in Thomas Mann lui fosse effettivamente innamorato; cercai di farmi raccontare come e quando fosse avvenuto l’innamoramento; cercai, come accade talvolta quando si ascolta una persona che parla della persona della quale si è innamorata, di farmi a mia volta sedurre: non ottenni niente. La bellezza delle opere di Thomas Mann mi fu descritta con parole da manuale scolastico. Dell’incontro, del primo incontro con Thomas Mann il tipo non conservava memoria. Alla mia domanda – ammetto, falsamente ingenua – su perché mai io avrei dovuto leggere Thomas Mann, fu data la risposta: “Perché Thomas Mann è un grande scrittore”. In sostanza, quell’uomo parlava di Thomas Mann come io potrei parlarvi di Dublino o Nuova Delhi, città che non conosco, dopo averne accuratamente studiata una guida turistica. Ovviamente due settimane dopo mi arrivò il suo romanzo, così thomasmanniano da essere ambientato in Germania tra Monaco e Magonza, con personaggi tutti dell’alta borghesia: lo lessi solo in parte, ma in buona parte, e non solo era spaventosamente noioso, ma quasi non c’era frase che non rivelasse scarsa dimestichezza con la sintassi. Eppure quel tipo era veramente, sinceramente, autenticamente innamorato di Thomas Mann. Gli dissi quel che dovevo dirgli, del suo romanzo, ma mi dispiaceva un sacco.

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5. Ma allora, mi domando, queste persone, se non pensano alla letteratura come a un modo di relazione tra gli umani, in che modo ci pensano? Confesso che non ho trovato, nonostante tanto riflettere e indagare, una risposta soddisfacente. Certo: molte persone vogliono scrivere un libro perché pensano che sia un’attività nobilitante (e infatti talvolta sembrano quasi più interessate a pubblicarlo, che a scriverlo: voglio dire che investono nel desiderio di pubblicazione, e poi nella pubblicazione – pubblicare pare facile, basta pagare o fare da sé -, molto più impegno e tempo e quattrini che nella scrittura). Certo: molte persone ritengono di aver attraversato delle esperienze di vita interessanti e istruttive (ma è significativo che, nelle opere scritte da costoro, sistematicamente manchi, o sia ridottissimo e sconnesso, proprio il racconto dell’esperienza di vita; mentre molte e molte pagine sono spese apparentemente istruire il lettore, in realtà per lodare il proprio talento nell’istruirsi con l’esperienza). Certo: molte persone scrivono per ricuperare e conservare parti della loro esistenza (ma non si accorgono che quel che emerge dalla lettura è proprio che quelle parti della loro esistenza sono ormai perdute, diventate non raccontabili; o forse stanno depositate da qualche parte dentro di loro, in qualche caveau della coscienza del quale si sono perdute le chiavi; o forse, e spero di non esagerare, scriverne serve proprio a nasconderle definitivamente).

6. Ricordo una persona che voleva raccontare la propria carriera. Non aveva tutti i torti: nato in famiglia, come si diceva una volta, umilissima, era diventato dirigente di una società importante (roba da dodicimila euro al mese, per spiegarsi), e docente – a contratto, ma con contratto da una decina d’anni sempre rinnovato – in una di quelle università private in cui va a formarsi, a caro prezzo, la classe dirigente italiana. Mi mandò il testo: quasi duecento cartelle (un centinaio di pagine di libro, più o meno) dalle quali mancava proprio il racconto della carriera. Una carriera, mi spiego, è fatta di obiettivi intravisti, scelti e poi raggiunti; di ostacoli superati o non superati, o superati con difficoltà eccetera; di competizioni vinte o perse; di sconfitte e di vittorie; e così via. Niente di tutto questo, in quelle quasi duecento cartelle: solo la contemplazione del proprio talento. Esempio pratico: i cinque anni di università, frequentata lavorando nel contempo come magazziniere in un’azienda di abbigliamento e costellati di difficoltà (tra cui la morte del padre, e il doversi far carico della madre e della sorella più piccola, eccetera: ma questo non era scritto, me lo raccontò lui a voce), erano sbrigati in tre righe; mentre quattro pagine erano destinate alla discussione trionfale della tesi di laurea (della quale peraltro non risultava ben chiaro l’argomento). Alla domanda: “Ma perché lei vuole raccontare questa sua storia?”, la risposta fu: “Perché le nuove generazioni imparino l’importanza del sacrificio”. In nessuna riga del testo si parlava veramente del sacrificio: né della fatica che costa, né del valore che ha.

7. Ovviamente mi domando anch’io: sono capace di valutare ciò che scrivo? Di libri ormai ne ho pubblicati parecchi, e sono abituato a quella strana esperienza che è metter fuori un libro, e stare a vedere che cosa ne dice la Repubblica delle lettere. Devo dire: spesso esibisco una certa nonchalance, ma non è che mi manchi una certa sicurezza. Il punto è – il punto per me, dico – che io non mi domando quanto valgano le mie opere. Mi domando, piuttosto, se nel comporle posso dire, onestamente, di aver dato il meglio di me. Ho un romanzo in uscita in questi giorni, sono appena uscito dal triplo giro di bozze, ho letto e riletto allo sfinimento le 368 pagine, dall’inizio alla fine, dalla fine al’inizio, a tratti, a satli, per campione, e così via, e non ho più la minima idea del valore che il mio romanzo abbia. A dirla tutta: non ne posso più. Però mi dico, e mi sento sicuro nel dirlo, che ho fatto il meglio che potevo fare (e non l’ho fatto da solo: avere qualcuno con cui parlare, qualcuno che ti legge, anche mentre scrivi, per così dire in diretta, e ha competenza e intelligenza e sensibilità e pazienza, è un grande aiuto). Ho fatto il meglio che potevo fare, e a quale scopo? Il mio scopo è far sorgere nella mente di chi avrà la bontà di leggermi le medesime immagini che sono passate per la mente mia.

8. Carlo Ginzburg, nella prefazione a Storia notturna. Una decifrazione del sabba (vado a memoria; ho presente l’edizione Einaudi, non so se le pagine che ricordo siano state eliminate o modificate nella nuova edizione uscita presso Adelphi), dopo aver discusso le diverse ipotesi fornite da questo e quello studioso per spiegare la ricorrenza di certe credenze presso popolazioni lontanissime nello spazio e nel tempo, e magari isolatissime, a un certo punto scrive più o meno: avevo cominciato a scrivere questo libro con lo scopo di dimostrare l’inesistenza di una natura umana; oggi come oggi sarei piuttosto dell’opinione contraria. Ecco: raccontare storie significa credere, almeno per gioco o per finta o per simulazione, all’esistenza di una natura umana, ovvero di una comune sensibilità alle storie, a certe storie, a certi meccanismi delle storie, a certi modi di funzionare delle storie. È solo se penso che ciò che io racconto possa far sorgere nella mente di chi mi leggerà immagini simili a quelle che abitano nella mente mia, è solo se desidero intensamente quella fraternità che dà il condividere le storie, e condividere storie che “muovono” qualcosa nel profondo di ciascuno di noi, che posso permettermi di prendere sul serio il mio desiderio di narrare.

9. La conclusione di questo ragionamento per salti e intuizioni è, mi pare, chiara. C’è una connessione tra la capacità di autovalutarsi e il desiderio di fraternità. Che non è, sia chiaro, un vago desiderio di un “volémose bèn” universale; no; è il desiderio di sentire una risonanza. Chi scrive, checché ne dicano i manuali di scuola, parla solo a nome di quel sé stesso che è, di quel chiunque che è; ma desidera che altri sé stessi, altri chiunque, “risuonino” con lui all’ascolto – alla lettura – di una certa storia: e tanto più questa storia (non tanto per i suoi fatti, ma per il modo del suo svolgersi) sarà radicata, incistata nella natura umana, tanto più forte sarà la “risonanza”. Chi non ha capito, chi non ha intuito questo, mi dispiace, ma non può farcela. Potrà comporre un’opera tecnicamente perfetta, ma appunto: sarà un’opera che avrà che fare con la tecnica, non con la natura umana.

10. “Mozzi, mi permetta: forse lei tira in ballo un po’ troppi massimi sistemi. Non basterebbe dire che troppa gente pretende di scrivere, anche se non ne ha il talento o la vocazione o le competenze?”. Non accetto l’obiezione. Dire che “troppa gente scrive” significa due cose: o che si invoca una sorta di polizia morale, che stabilisca chi può scrivere e chi no, sulla base di collaudi e prove d’esame; o che si condanna come illusoria e spregevole la più bella cosa che ci abbia lasciato in eredità la generazione dei nostri genitori: un’alfabetizzazione (quasi) universale, una grande (anche se non completa) possibilità di accesso all’istruzione.

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8 comments on “Sull’autovalutarsi come scrittori e sul valutare le proprie opere letterarie”

  1. Articolo molto interessante! Su Mann mi hai fatto pensare alle recensioni che si trovano su certi blog di libri (si riconoscono a vista) e a certi post su ig con recensioni veramente esaltanti ma particolarmente generiche tanto da fare riflettere se il libro sia stato veramente letto!
    Sempre stimolante cmq^^

  2. È amletico. Chi può davvero dire di sapersi valutare? E chi può davvero dire di saper valutare? Quando penso a tutto questo mi viene in mente Il Gattopardo rifiutato da Vittorini.

  3. Monica, Vittorini faceva per Einaudi i Gettoni, che erano una collana d’avanguardia; e Il Gattopardo non è certo un’opera di quella specie. Peraltro di dubbi sulla sua qualità letteraria ne sono stati avanzati tanti, nel tempo, per esempio da Edoardo Sanguineti, da Franco Fortini, da Leonardo Sciascia, da Gianfranco Contini. Si può parlare di “errore” di Vittorini solo se si ritiene che il compito dell’editor sia pubblicare ciò che si vende, e non ciò che gli sembra buono e coerente con la linea editoriale. Bassani, che accolse Il Gattopardo nella collana da lui diretta in Feltrinelli, a sua volta scelse sulla base del proprio gusto e della linea che aveva impressa alla collana.

  4. Non penso di essere riuscita a cogliere la profondità del suo pensiero. Lei menziona due casi di aspiranti scrittori che hanno fallito nel loro intento per due motivi diversi: il primo perché, pur avendo come ideale di scrittore Thomas Mann, ha scritto pagine noiose e sintatticamente scorrette; il secondo perché, pur essendo un uomo istruito non era riuscito a cogliere l’essenza del problema. Se da come ne parla questi due tizi, come gli altri 997 su mille sono casi disperati, come può concludere che tutti possiamo scrivere? Uno scrittore improvvisato non riuscirà “a far sorgere nella mente del lettore le medesime immagini passat nella sua mente” se non possiede l’arte del narrare. Forse il messaggio è che con tenacia e sudore possiamo tutti IMPARARE A SCRIVERE? Ma forse dovremmo come Manzoni impiegare 19 anni prima di ritenerci soddisfatti della nostra opera.

    Il giorno dom 17 gen 2021 alle ore 17:05 Bottega di narrazione – Corsi e

  5. Infatti l’autovalutazione è la cosa più difficile in ogni campo. Per sapersi autovalutare bisogna avere un metasguardo sulle proprie produzioni e quindi essere a buon punto della propria formazione. Paradossalmente chi lo possiede potrebbe essere troppo severo con se stesso.

  6. Mi colpisce il fatto che lo scrittore “vero”, lo chiamo così per semplicità, è quello che suscita nel lettore un profondo coinvolgimento in ciò che è narrato, ma questo nasce soprattutto dallo scrivere cose, situazioni, emozioni che lo scrittore conosce a fondo, come il “sacrificio” per l’uomo in carriera?

  7. E’ proprio così.
    Io sono anche podista e dopo mesi di allenamento e miglioramenti mi sono interrogato circa la competitività delle mie prestazioni. La risposta è arrivata subito: è bastato partecipare a una competizione per vedere coi miei occhi quanti arrivassero prima di me. Con la scrittura non è così evidente. Riesco a percepire il mio generale miglioramento negli anni, o quello tra le diverse versioni di un lavoro, ma non ho la minima idea del valore di ciò che ho scritto. Certo: non è come quel tal capolavoro, né come quella ultima schifezza che ho letto, ma dove si trova, più o meno, tra i due estremi? E’ insieme semplicemente e misteriosamente difficile valutare cosa si ha scritto. Ed è con una certa sorpresa ma indubbio sollievo che apprendo che ciò vale anche per un professionista come Giulio Mozzi.

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