Rinzaffare Schubert, ovvero come costruire una storia dentro un’altra storia

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di Arianna Ulian
docente del corso «La musica delle storie»

Fra il 1989 e il 1990 Luciano Berio compone Rendering, un’opera per orchestra in tre movimenti – Allegro, Andante e Scherzo – per una durata totale di 33 minuti.
La struttura è fatta di materiali che il trentunenne Franz Schubert aveva abbozzato nelle sue ultime settimane di vita, in forma quasi pianistica, non orchestrata: qualcosa come una voce principale con accompagnamento, a tratti solo accennato.

(Se desiderate una chiara e appassionata guida all’ascolto di Rendering, filologicamente ineccepibile e senza azzardi eccessivi, potete ascoltarla dalla voce di Marco Angius).

Fa parte dei frammenti anche un esercizio di contrappunto (puntus contra punctum, una nota contro l’altra, cioè due melodie indipendenti in relazione fra di loro secondo regole molto rigide, codificate fra il tardo medioevo e il rinascimento). Schubert stava studiando questa tecnica nell’ultima parte della sua vita; la carta da musica all’epoca costava molto, e spesso si usava sovrascrivere gli esercizi sugli appunti e i frammenti di una composizione. Nello Scherzo finale Berio ha orchestrato anche il contrappunto, bellissimo e nitido intreccio di due canti che gli ascoltatori di Rai Radio3 hanno in orecchio come sigla generale del canale.


Prima di guardarne la forma, guardiamo il titolo. Un rendering in architettura è la rappresentazione tridimensionale di un edificio a partire da una descrizione matematica interpretata da algoritmi che definiscono le caratteristiche di ogni punto dell’immagine digitale. Siamo nel 2021.

Nel 1989 Berio intende la propria opera come una rinzaffatura, che certo come titolo sarebbe stato meno elegante, ma descrive esattamente la forma, il procedimento compositivo. In edilizia, infatti, rinzaffare significa riempire, turare con malta o altri materiali le fessure e i vuoti di una superficie muraria.

I frammenti di Schubert sono stati accostati fra loro e fissati, amalgamati da interventi di Berio riconoscibilissimi, non imitativi, addirittura annunciati dal suono della celesta: la celesta è una specie di pianoforte i cui tasti azionano martelletti che percuotono non corde bensì lamelle di metallo; ha una qualità sognante, incantata, e il suo nome originario è infatti voce celeste.

L’inizio del primo movimento è assertivo, come l’annuncio di una intenzione: ecco qua, sono Franz Schubert e in generale ciò che scrivo suona benissimo, ti resta in testa, è così riconoscibile che quasi lo puoi vedere. Questo effetto di nitidiezza autoriale è accentuato da Luciano Berio utilizzando come organico orchestrale lo stesso previsto dalla Sinfonia n.8 in Si minore, l’Incompiuta, il cui incipit è assolutamente memorabile, e bellissimo.

Bene. Bravo Luciano Berio, grande artigiano prima ancora che artista. L’orchestrazione segue Schubert e lo asseconda anche quando si allontana dal suo stile precedente, anche quando richiama Mendelssohn o quando, nel secondo movimento (Andante) il tono espressivo sembra «abitato dallo spirito di Mahler», come scrive Berio stesso nelle sue note.

Ma la malta come è fatta? Ecco, potremmo dire che la malta è fatta di suono, mentre Schubert posa mattoni di musica. Diciamo un azzardo, sì, ma è un azzardo utile e speriamo che i musicologi comprendano il nostro scopo finale, che è letterario, narrativo.

Mattone-frammento / celesta incantata / suono di Berio. Sospeso, arrotolato sulla propria magia, brevissimi i momenti melodici, molta atmosfera sonora. Fuori dal tempo ma assolutamente contemporaneo. Lo splendore di Rendering sta in questo dialogo perfetto fra passato e presente, senza riprese, nostalgie o imitazioni, o esercizi di bravura. È il passato che il presente fissa, ma senza esserne schiavo, con rispetto ma senza soggezione, e soprattutto senza bisogno di autorialitá esibita. Abbiamo già detto che Berio era innanzitutto un grandissimo artigiano? Qui non ha assolutamente bisogno di dire: questo l’ho fatto io, ecco il mio intervento, sentite come suona Berio. Anzi, come unica indicazione ai professori d’orchestra, quando dirigeva, diceva soltanto: se non sentite la celesta, vuol dire che state suonando troppo forte.

L’effetto incantatorio del suono con cui ha saldato i frammenti schubertiani ci permette di rivivere ogni frammento appena sentito come se fosse il ricordo di un sogno lucido, quel tipo particolare di esperienza onirica in cui il soggetto si rende conto di star sognando e guida le proprie azioni con una particolare forma di consapevolezza. Berio è la voce che, nel sogno, ci dice «stai sognando una sinfonia di Schubert che non esiste, ma goditela pure perché in questo sogno, ora, è vera, c’è».

Perciò ci permettiamo di definire il rapporto fra i frammenti e gli interventi come un contatto (mai una contrapposizione!) fra musica e suono. Questa libera lettura potrebbe essere utile per un esercizio di scrittura. Avete mai trovato, durante un trasloco o sistemando le carte di qualche anziano parente defunto, brevi stralci di corrispondenza? Qualche frase scritta a margine di un libro? O bigliettini augurali parzialmente cancellati dal tempo? Magari la lingua era desueta, un italiano che non usa più. Leggendoli uno dopo l’altro, magari, quei frammenti vi invitano ad un senso, prendono una direzione. Volete completarli, farne un racconto. Non ricostruire un documento storico, ma farne una invenzione.

Usereste una celesta per avvertire il lettore che state intervenendo, voi, nel 2021? E se usaste una sintassi sospesa, una punteggiatura speciale, una voce narrante quasi di mago, di fata, di incanto…

Certe forme musicali sembrano fatte apposta per tentare di tradurle in parole.

Rendering è un’opera di Luciano Berio, bellissima e molto eseguita; ma è anche un esempio di cosa la musica può insegnarci mentre cerchiamo la nostra scrittura.

Quante volte le narrazioni crescono, per così dire, sulle spalle di altre narrazioni?

Nel 1773 Denis Diderot scrisse un breve (e divertentissimo) romanzo, Jacques il fatalista e il suo padrone: partì da un episodio brevissimo, poche righe, del romanzo del suo contemporaneo Laurence Sterne Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo (pubblicato a fascicoli tra il 1760 e il 1767) e lo ampliò fino alle dimensioni di un romanzo breve. Nel 1971 Milan Kundera scrisse per il teatro Jacques il fatalista e il suo padrone. Omaggio a Diderot in tre atti.
Nel 1936 Aleksej Tolstoj pubblicò La piccola chiave d’oro o le avventure di Burattino, che esplicitamente e molto elegantemente si ispira a Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (1881).
Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann è un romanzo in quattro volumi (pubblicati tra il 1933 e il 1943) ispirato alla storia di Giuseppe raccontata nel primo libro della Bibbia, il Genesi. E in generale è sterminata la letteratura narrativa che si è esercitata nella riscrittura o rinzaffatura di parti della Bibbia: possiamo citare al volo il Davide di Carlo Coccioli, (1976, scritto come un’autobiografia del re di Israele); La gloria di Giuseppe Berto (1978, che ha al centro la figura di Giuda), il Vangelo secondo Gesù Cristo di José Saramago (1991).
E infine, come casi limite: Fuoco pallido, di Vladimir Nobokov (1961), romanzo costruito come commento attorno a un altro testo, un poema ovviamente composto dallo stesso Nabokov (ma attribuito a un personaggio), o Il quinto evangelio di Mario Pomilio, una sorta di faldone di documenti relativi a un testo – non l’ennesimo vangelo apocrifo, ma un quinto vangelo vero – che tanti testimoni hanno intravisto, ma nessuno sembra avere davvero avuto tra le mani.

Ma, d’altra parte: quante volte le nostre narrazioni non sono altro che rinzaffature, trasformazioni, assemblaggi di pezzi della nostra esperienza di vita? Lavoriamo su qualcosa che sembra avere una forma, che sembra avere un senso, o piuttosto che desidera avere una forma e un senso, ma ancora una forma e un senso non ce l’ha: perché la vita non conosce finali, ma solo interruzioni, ed è esposta continuamente al caso; e, per mezzo della narrazione, almeno a qualche frammento della vita riusciamo a dare senso e forma.


Se desiderate una chiara e appassionata guida all’ascolto di Rendering, filologicamente ineccepibile e senza azzardi eccessivi, potete ascoltarla dalla voce di Marco Angius.

Se desiderate anche l’azzardo e il tentativo di tradurre forme sonore in forme letterarie, o almeno di immaginare come l’ascolto e la conoscenza – da ascoltatori, non specialistica – della forme sonore possa aiutarci a creare forme letterarie, ecco: potreste iscrivervi al corso «La musica delle storie», che insieme a Giulio Mozzi condurrò per la Bottega di narrazione dal 1° dicembre 2021. Le iscrizioni sono aperte; e per chi si iscrive entro il 16 ottobre 2021 è prevista un’offerta speciale.

Vai al programma del corso «La musica delle storie».

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