Cominciamo dalla notizia (e dai tacchini)

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Facciamo un’ipotesi (a scopo didattico) : che l’uso più naturale della narrazione scritta sia quello di raccontare qualcosa che è successo. Per cominciare a ragionarci, prenderemo come modello la notizia di cronaca; potremmo prendere anche la relazione tecnica, un’opera storica, un trattato di geologia; ma, in somma, la notizia di cronaca ci sembra così elementare e così quotidiana da poter costituire un buon punto di partenza.

Tutti (o quasi) hanno prima o poi sentito parlare delle famose «cinque domande» (le «cinque W») in cui la tradizione giornalistica anglosassone sintetizza il contenuto della notizia di cronaca:

who? chi?
where? dove?
when? quando?
what? che cosa?
why? perché

Ma già secoli e secoli fa si ragionava nello stesso modo. Nella trattatistica classica e medioevale (anche nella Rhetorica ad Herennium, un trattato – usato per secoli nelle scuole – che organizzava manualisticamente l’insegnamento di Cicerone) si insegnava infatti che ogni narrazione (a es., nell’arringa di un avvocato o nella sentenza di un giudice), la ricostruzione dei fatti doveva seguire una precisa scaletta:

Quis? chi?
Quid? che cosa?
Cur? perché?
Quando e ubi? quando e dove?
Quemadmodum? come?
Quibus adminiculis? con quali mezzi o aiuti?

Questa antica suddivisione, che Bice Mortara Garavelli nel suo ormai classico Manuale di retorica descrive come «una specie di promemoria per verificare la presenza delle condizioni necessarie alla compiutezza dell’esposizione», era tipica dei discorsi forensi: ma le somiglianze con le «cinque W» sono evidenti. D’altra parte l’articolo di cronaca narra assai spesso di fatti delittuosi, e ha quindi qualcosa in comune con la tradizione del dibattito processuale.

Le somiglianze tra l’antico e il nuovo non finiscono qui. Spiegando come organizzare il discorso dell’avvocato in tribunale di fronte ai giudici, Quintiliano (un insegnante di retorica attivo alla fine del primo secolo dopo Cristo) divideva così la materia:

– prima c’è il «proemium», l’introduzione, che spesso ha lo scopo di catturare l’attenzione del pubblico e/o la benevolenza dei giudici;

– segue la «narratio» (o «argumentatio»: nel senso di «argomento, tema», non di «argomentazione») ossia l’esposizione vera e propria dei fatti (la notizia, potremmo dire ora);

– poi tocca alla «probatio», cioè alla dimostrazione della verità dei fatti come ricostruiti dall’oratore nel passaggio precedente (quindi con l’esibizione delle prove, la citazione dei testimoni e così via);

– dopo la probatio, o spesso intrecciata a essa, ma concettualmente distinta, viene la «refutatio», la confutazione delle tesi avversarie, ovvero la spiegazione di come e perché la ricostruzione dei fatti offerta dall’accusa o dal contendente va considerata non veritiera (se non addirittura ingannevole);

– e alla fine di tutto viene la «peroratio», la conclusione, con la richiesta esplicita alla giuria di esprimersi in un determinato modo.

Troviamo quindi già qui, con un millennio e sette secoli di anticipo, quella distinzione tra «fatti» e «opinioni» così cara al migliore giornalismo anglosassone (al giornalismo ideale, potremmo dire). E la narratio, per Quintiliano, doveva essere un «racconto, persuasivo, di un’azione come è stata o come si suppone che sia stata fatta»: un resoconto chiaro, verosimile, breve, proprio come dovrebbe essere un articolo di cronaca.

Le domande, non importa se formulate all’anglosassone o alla latina, sono quindi un semplice metodo per mettere in chiaro la materia del nostro discorso. Se ad alcune di esse non sappiamo rispondere, ciò significa che dobbiamo ancora cercare: dobbiamo andare sul posto, esaminare i fatti, interrogare i testimoni, studiare i documenti. Il lavoro, insomma, del giornalista (o dell’investigatore). Quando saremo certi di saper rispondere alle domande – e saremo certi di saperci difendere da chi, eventualmente, ci accusasse di diffondere notizie false – allora potremo cominciare a scrivere.

Bisogna decidere, però, in che modo organizzare questi contenuti, questa materia, questi argomenti che ormai possediamo. Bisogna dare al nostro testo una struttura, ovvero – come ancora dicevano gli antichi – una «dispositio».

Cominciamo da qualcosa di semplice. Una notizia breve – si chiamano «lanci» – diffusa da un’agenzia di stampa poche ore, forse pochi minuti dopo un fatto:

(ANSA) – NAPOLI, 4 APR 20:27 – Un giovane di 20 anni, M. C., è stato ucciso in un agguato a Napoli. Il fratello, V., di 17, è rimasto ferito. Il fatto è avvenuto in via S., nella zona di San Giovanni Barra. Sul fatto indaga la polizia.

Pensiamo alle domande; tenendo conto che una notizia scritta bene non è quella che risponde a tutte le domande, ma quella che permette di distinguere chiaramente ciò che si sa da ciò che ancora non si sa. Nel nostro esempio il «chi?» è parzialmente soddisfatto: si sa chi è stato ammazzato (il povero M. C.: nella notizia originale i nomi sono completi, qui abbiamo preferito mettere solo le iniziali), chi è stato ferito (il fratello V.), e si sa genericamente chi sono M. e V.: due «giovani» di 20 e 17 anni. Non si sa però chi li abbia ammazzati. Si sa il «come?», ma non del tutto: M. C. è stato ammazzato in un agguato (dunque non in una rissa; dunque con premeditazione, ecc.) ma non si sa con quali armi (coltello? pistola? botte?). Si sa perfettamente il «dove?» (Napoli, via S., zona di San Giovanni Barra), si intuisce o per meglio dire si dà per scontato, visto il modo in cui lavora l’Ansa, il «quando?» (forse mezz’ora, un’ora prima del lancio della notizia), non si sa nulla circa il «perché?» («Sul fatto indaga la polizia»), che sarà scoperto forse nelle prossime ore, forse nei prossimi giorni, o forse mai.

Su un lancio d’agenzia come questo – che è quello che si dice una «notizia nuda e cruda» – è possibile costruire un articolo più ampio. È facile immaginare come: ci saranno dei testimoni che potranno rilasciare delle dichiarazioni (anche se non è detto che siano disponibili); arriverà probabilmente, prima o poi, un comunicato della Questura o una dichiarazione verbale del Questore; si potrà collegare questo fatto ad altri fatti simili avvenuti negli stessi tempi o nella stessa zona; si potrà ricostruire qualcosa della vita dei due poveri ragazzi, qualcosa dell’«aria che tira» in quel quartiere di quella città; si potrà usare la notizia per chiedere agli amministratori della città come intendano provvedere per garantire ai cittadini un decente livello di sicurezza; e così via.

Quindi, soltanto una parte delle informazioni contenute in un articolo di giornale sono «notizia» in senso stretto. Volendo schematizzare, dal punto di vista della natura dei materiali un articolo è spesso il montaggio di diversi materiali:

– la notizia vera e propria, ossia l’esposizione di uno o più fatti accaduti;

– alcuni elementi di conoscenza generale del luogo, del tempo, del tipo di situazione, utili a contestualizzare il fatto.

Questi ultimi possono comporsi di:

–testimonianze di persone variamente per un motivo o per l’altro informate sul fatto o sul suo contesto;

– descrizioni e ricostruzioni fatte dal giornalista stesso;

– eventuali opinioni e commenti (che, però, già non sono più «informazione», in senso stretto).

Venendo a noi, che scriviamo o vogliamo scrivere racconti e romanzi: lo sappiamo, che una narrazione è costituita da una sequenza di fatti collegati tra loro da relazioni di causa e conseguenza, e sappiamo che ogni singolo fatto dev’essere bene inteso dal lettore; domandiamoci dunque se il modo in cui raccontiamo i fatti è davvero chiaro e preciso.

Guardiamo il primo capitolo de I promessi sposi. Manzoni comincia con la celebre descrizione, che fornisce il contesto geografico-paesaggistico (e anche un po’ storico, con gli accenni alle guerre in corso eccetera):

«Quel ramo del lago di Como…».

Poi ci presenta il personaggio: don Abbondio; lo identifica sulla base della professione, «curato»; e già che c’è specifica la data e l’ora del fatto (come ogni buon giornalista avrebbe fatto):

«Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra…».

Poi, tac!, Manzoni fa entrare in scena – con un effetto per così dire di controcampo – i bravi di don Rodrigo; e ce li descrive per bene, perché per i lettori del suo tempo (ma anche per noi, via!) che cosa fosse un curato di campagna era cosa ben chiara, ma forse non altrettanto valeva per i «bravi»:

«Il curato, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo al tabernacolo, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. Due uomini stavano, l’uno dirimpetto all’altro, al confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l’altro piede posato sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate sul petto. L’abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov’era giunto il curato, si poteva distinguer dell’aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull’omero sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico di coltellaccio che spuntava fuori d’un taschino degli ampi e gonfi calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine d’ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi».

La descrizione va in tre tempi:

– prima il richiamo all’attenzione del lettore, con la sottolineatura della straordinarietà del fatto («vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere»);

– poi la descrizione posturale: una gamba qua, una gamba là: per permetterci di vedere anche noi quei due, come li vedeva don Abbondio;

– poi la spiegazione del loro particolare stato sociale, a sua volta divisa in tre tempi: [a] un’anticipazione («…non lasciavan dubbio attorno alla loro condizione», ma noi non sappiamo ancora qual è: la sa don Abbondio), cui segue [b] la descrizione di tutti i tratti distintivi, quelli che distinguono i «bravi» dalla buona gente (reticella, ciuffo, mustacchi, cintura, pistole, corno di polvere, coltellaccio, spadone), con una certa attenzione a farci capire che questi non sono due poveracci bensì, pur nella condizione di servi, esponenti della classe dominante; e infine [c] la classificazione, espressa con parole simili a quelle che potrebbe usare un entomologo per collocare un coleottero: «si davano a conoscere per individui della specie de’ bravi».

Qui Manzoni inserisce una divagazione storica, citando estesamente i proclami dei governanti dell’epoca contro gli eserciti privati dei potenti locali; divagazione il cui è scopo di contestualizzare quella specifica scena (ma anche tutto il romanzo, col far capire al lettore che a quell’epoca i governi contavano come il due di picche, e il sopruso dei potenti regnava: tutto diverso da com’è oggi, naturalmente); e poi si fa ritorno di botto alla scena:

«Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti, che l’aspettato era lui».

Questa inferenza di don Abbondio è subito spiegata:

«Perché, al suo apparire, coloro s’eran guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si scorgeva che tutt’e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s’era alzato, tirando la sua gamba sulla strada; l’altro s’era staccato dal muro; e tutt’e due gli s’avviavano incontro».

Eccetera. Non ci soffermiamo a ripercorrere tutta la scena: che già è lunghetta (mezzo capitolo), e poi la conoscono tutti. Ci interessa far notare come anche in una narrazione prettamente letteraria, in una narrazione d’invenzione, le famose domande dei retori latini e dei giornalisti anglosassoni siano sempre in moto. Il chi, il dove, il cosa, il come, eccetera, sembrano risuonare costantemente nell’immaginazione del narratore.

Finiamo osservando un’altra notizia, pubblicata nel «Corriere di Bologna» il 5 ottobre 2021:

«Avevano scambiato il cimitero di Gatteo per un’aia e si atteggiavano a padroni del camposanto, sporcando ovunque, spaventando e importunando le persone in visita ai loro cari. E si erano dimostrati tutt’altro che socievoli e facili da catturare. Protagonisti sono dei tacchini, alquanto in forma, segnalati sabato da un cittadina che ci aveva avuto a che fare, venendo inseguita e disturbata. L’addetto del Comune sulle prime ci aveva provato a catturare i grossi animali da cortile a mani nude ma l’impresa non gli è riuscita. È stato infatti attaccato dai nuovi ospiti poco graditi che lo hanno allontanato a beccate. Ma l’emergenza segnalata al Comune è nel frattempo rientrata. Non era possibile infatti lasciare i tacchini scorrazzare per il cimitero in libertà, permettendo loro di imbrattare le tombe e infastidire i visitatori. Gli animali sono stati appunto catturati e restituiti al legittimo proprietario, un agricoltore della zona, così come confermato dal sindaco che ha rassicurato i cittadini. Come i pennuti siano arrivati fino all’area chiusa del camposanto però rimane un mistero».

Questa notizia rispetta le famose domande, l’ordine suggerito da Quintiliano, eccetera? Risposta: no. Per esempio:

– viene detto che un non meglio identificato «addetto del Comune» (addetto a che? alla caccia del tacchino? o alla custodia del cimitero? Questa seconda ci pare la cosa più probabile) aveva provato a catturare i tacchini senza riuscirci; poi viene detto che «gli animali sono stati appunto catturati e restituiti al legittimo proprietario», ma non ci dice da chi e come. Se catturarli era così difficile, tanto da mettere in difficoltà l’«addetto del Comune», le domande «chi?», «come?», «con quali mezzi?» dovevano avere una riposta;

– la narrazione è piuttosto caotica. Proviamo a metterla in ordine: «Sabato scorso [nota: il 5 ottobre del 2021, giorno di pubblicazione della notizia, era un martedì] una signora, recatasi in visita al cimitero di Gatteo, è stata aggredita da alcuni tacchini che vi circolavano liberamente. Il custode ha cercato di catturarli, ma non ci è riuscito: erano troppi e troppo aggressivi. Lunedì i tacchini sono stati catturati [e qui bisognerebbe raccontare come e da chi] e restituiti dall’agricoltore loro proprietario [e qui sarebbe da raccontare come gli erano sfuggiti]»;

– c’è una cosa detta due volte, senza che se ne veda l’utilità: «…sporcando ovunque, spaventando e importunando le persone in visita ai loro cari», «…imbrattare le tombe e infastidire i visitatori»;

– il linguaggio non ha proprio quella neutralità che ci si dovrebbe aspettare da una notizia di cronaca: «avevano scambiato il cimitero di Gatteo per un’aia», «protagonisti sono…», «si atteggiavano a padroni del camposanto», «alquanto in forma» sono formule umoristiche; che la notizia sia bizzarra, non c’è dubbio; ma era necessario calcare la mano?

– c’è un uso spropositato, vista la brevità del testo, di espedienti per non nominare i tacchini: «grossi animali da cortile», «nuovi ospiti poco graditi», «gli animali», «i pennuti».

Ci fermiamo qui. Esercizio: leggete qualcosa che avete scritto, un racconto, un capitolo di romanzo, e domandatevi: come stiamo, a W?

* * *

Sono aperte le candidature al Laboratorio annuale della Bottega di narrazione.. Nel Laboratorio si lavora, appunto per un anno (per quattordici mesi, per la precisione), attorno a un proprio progetto narrativo. Si viene ammessi tramite una selezione. Il programma completo del Laboratorio annuale di narrazione è qui.

Lascia un commento