di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
Una premessa dev’essere chiara: il «bello stile», la «bella scrittura» non esistono più. Ossia: non esiste più l’idea che esista uno «stile di riferimento», che possa essere insegnato in modo prescrittivo, e che vada più o meno ben per tutti – o quasi – gli usi. Basti vedere come nel 2020 il premio Campiello sia stato vinto da Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio di Remo Rapino, nel quale si simula il parlato incolto e dialettale di una persona un po’ matta, e quest’anno lo Strega sia stato vinto da I convitati di pietra di Michele Mari, romanzo connotato da una scrittura ipercolta e ironicamente arcaizzante: vale tutto, in somma. Vale la scrittura così prossima a un – immaginario – parlato di Paolo Nori, vale la scrittura asettica – è l’aggettivo che ho sentito usare più spesso – di Laura Pugno, valgono le scritture iperretoriche – e diversissime tra loro – di Antonio Moresco e di Francesco Pecoraro, valgono le scritture non meno retoriche ma apparentemente conversazionali di Daniela Ranieri e di Teresa Ciabatti, e così via. Ci si avvicina più a degli standard nella produzione «popolare»: sintassi semplice, lessico di base, abolizione del punto e virgola, una spruzzata di dialetto qua e là per ottenere un effetto realistico, un’altra spruzzata di letterarietà (in particolare di metafore) a scopo affettivo e lirico: ma che la produzione orientata al grande pubblico sia più normalizzata, dotata di una letterarietà conservatrice e semplificata, è cosa che è sempre stata e che mi pare anche ovvia.
Che tipo di lavoro si può fare, quindi, sullo stile, sulla scrittura, nel Laboratorio annuale della Bottega di narrazione?
Intanto un primo principio: per correre, bisogna saper prima camminare; ma anche per inciampare, bisogna saper prima camminare. Quindi: un’idea di stile semplice – non semplificato: semplice –, come riferimento iniziale, non può non esserci; e il cuore della semplicità di questo stile semplice è: l’economia. Quando si ragiona sui testi – perché, in Bottega, l’insegnamento dello stile è in minima parte astratto, e in grande parte pratico, condotto sul corpo dei testi –, la domanda che torna di continuo è: ma questo si poteva dire con meno parole? Si poteva dire con parole più precise? Si poteva dire con una sintassi più limpida? (Magari complessa, ma non arzigogolata). Si poteva dire con meno sfoggio di retorica? Le figure retoriche presenti sono indispensabili o accessorie o, peggio, decorative? Si poteva, in somma, fare tutto usando un po’ meno di letteratura?
Può sembrare paradossale, quest’ultima domanda. Ma la realtà è che vale un principio (sarà il secondo, quindi): «Tutto quello che cerchi di fare per rendere più letterario il tuo testo rischia di rovinarlo»: e non perché la letterarietà sia una cosa brutta, tutt’altro: ma perché la letterarietà è difficile. E come si insegna, come insegniamo, a tenere sotto controllo la letterarietà? Semplicemente leggendo i testi che allieve e allievi producono, e andando a vedere come sono scritti, e soffermandoci a volte su una pagina o due per analizzarla parola per parola (cioè stando su una singola pagina per un’ora, se non di più).
Naturalmente il nostro scopo non è quello di promuovere una letteratura a bassa intensità stilistica. Tutt’altro. Al di là del luogo comune – abbastanza vero, però – che scrivere facile e naturale è una delle cose più difficili, il nostro scopo è di aiutare l’allieva o l’allievo a individuare una solida base: sulla quale, eventualmente, edificare strutture complesse, articolate, raffinate, o magari sghembe o addirittura intenzionalmente «sbagliate». Ricordando però sempre quello che diceva il poeta tutt’altro che sommo Andrea Casotti, nel 1734, nel suo poema La Celidora, ovvero il governo di Malmantile, che viene oggi ricordato solo e soltanto per questi due profondissimi versi:
«Chi troppo in alto sal cade sovente
precipitevolissimevolmente».
(La parola però era stata inventata cinquant’anni prima, nel 1677, dall’altrettanto non sommo poeta Francesco Moneti, nel poema La Cortona convertita, per descrivere il movimento di una palla nel gioco: lanciata in alto dai giocatori, «alla terra alfin torna repente / precipitevolissimevolmente»).
C’è, naturalmente, in Bottega, oltre al lavoro sui testi, una parte di insegnamento teorico-pratico basato su esercizi: che sono però, per lo più, esercizi di autoanalisi testuale: dedicati alla punteggiatura (ah! la punteggiatura!), agli aggettivi («Troppi aggettivi?», «No: aggettivi imprecisi»), alle varie figure retoriche (in particolare quelle, sulle quali troppo poco spesso si riflette, di posizione: e ho appena fatto un paio di iperbati) e così via. In sostanza, è continuamente ribadita la centralità del testo, piuttosto che delle regole – regole spesso indefinibili, in realtà, o semplicemente futili. (È impressionante, per esempio, la persistenza nelle persone adulte di cose imparate forse alla scuola elementare: che non si può mettere una virgola prima o dopo una «e» congiunzione, che i segni di punteggiatura devono indicare delle «pause» nel discorso, che non si devono ripetere le parole, eccetera: indicazioni che avranno avuto il loro senso didattico appunto alle elementari – per esempio, per espandere il lessico – ma che dopo la maggiore età dovrebbero essere semplicemente dimenticate.
Un altro principio importante (dovrebbe essere il terzo, se non sbaglio) è che bisogna: a. non leggere solo autori contemporanei, e b. non leggere solo autori in traduzione. La lingua italiana ha una profondità storica notevolissima, ed essere consapevoli della storia contenuta in ogni parola o in ogni modo di dire o in ogni modo di costruire la frase è un grande arricchimento. La lingua delle traduzioni è spesso – al netto di certe imprese traduttorie straordinarie, come Ugo Foscolo che traduce Laurence Sterne o Giorgio Caproni che traduce Céline – una lingua che «importa» dall’altra lingua nell’italiano costrutti, significati specifici delle parole, campi semantici, metafore, usi stilistici vari, eccetera. (Esempio: fate caso a quante frasi, tra le tante che leggete, cominciano con un avverbio, per lo più tempo, subito seguito da una virgola: è un anglismo: «Ultimamente, abbiamo cominciato a fare lunghe passeggiate»).
La lingua italiana è una strana bestia, perché lascia a chi scrive una enorme libertà.
È una strana bestia, la lingua italiana, perché a chi scrive lascia una enorme libertà.
È una bestia strana, la lingua italiana, perché a chi scrive lascia una libertà enorme.
È una strana bestia, la lingua italiana, perché lascia, a chi scrive, un’enorme libertà.
È una bestia strana, l’italiana lingua, che un’enorme libertà lascia a chi scrive.
Nelle cinque frasi non ho mutate quasi le parole (a parte il «perché» che diventa «che» nell’ultima): sono intervenuto solo sulle posizioni. Il significato, si potrebbe dire, è il medesimo. Ma il «tenore» – o, più esattamente, il «registro» non è il medesimo. Se la prima versione della frase ha un’andatura decisamente colloquiale, la quarta è molto più «scritta» e potrebbe addirittura suonare arcaizzante. (E basterebbe cambiare un aggettivo per farla arcaizzante davvero: «È una bestia strana, l’italica lingua, che un’enorme libertà lascia a chi scrive»). Non è la stessa cosa mettere prima il «chi scrive» o mettere prima la «libertà»: il significato letterale non cambia, d’accordo, ma cambia il contenuto sul quale si mette più forte l’enfasi. La quarta frase, rispetto alla prima, sembra piena di interruzioni o deviazioni: e richiede più attenzione (un minimo di più) per essere intesa. La prima frase si rivolge a un lettore di un certo tipo, o è detta (o scritta) per un contesto di un certo tipo; le versioni successive selezionano, o individuano, il destinatario in altro modo.
Si potrebbe dire che metà del lavoro sullo stile, in Bottega, consiste nell’aiutare a capire qual è esattamente il lettore al quale quello specifico testo narrativo vuole rivolgersi (ovvero: qual è il lettore che quello specifico testo narrativo vuole costruire per sé); ma su questo torneremo un’altra volta.