Leggere per scrivere: nutrire la memoria

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Si usa ancora – perdonate la mia ignoranza –, alle scuole elementari, alle medie (pardon: nella primaria, nella secondaria di primo grado), far imparare a memoria le poesie? Ai miei tempi – negli anni Sessanta, nei primi Settanta, quanto c’erano ancora i dinosauri e Atlantide non era ancora stata sommersa dalle acque – si usava, e le poesie erano disgraziatamente quello che erano: Angiolo Silvio Novaro a go-go («chedìce lapiògge rellìna / dimàrzo chepìcchiar gentìna / suitégoli vècchi / deltéttosui brùscoli sécchi / dellórto, sulfìcoesul mòro / ornàtidi gèmmu ledòro?»); un po’ di Pascoli ma non quello giusto e comunque per i motivi sbagliati («Un cocco! / Ecco ecco un cocco un cocco per te!»); qualcosa di divertente, deo gratias, come La partenza del crociato di Giovanni Visconti Venosta («Passa un giorno, passa l’altro, / mai non torna il nostro Anselmo; / poiché egli era molto scaltro / andò in guerra e mise l’elmo»); e poi, per motivi locali, veneto l’autore e veneta la mia infanzia, l’Ode a Venezia di Arnaldo Fusinato («Il morbo infuria, il pan ti manca, / sul ponte sventola bandiera bianca!») e naturalmente, sempre per motivi locali, ma qui si andava già sul difficile e verso la terza media, Sopra una conchiglia fossile dello Zanella («Sul chiuso quaderno / di vati famosi, / dal musco materno / lontana riposi, / riposi marmorea, / dell’onde già figlia, / ritorta conchiglia»). I miei genitori – e qui siamo negli anni Trenta, nel Precambriano – mi raccontavano di aver dovuto mandare a mente, al loro tempo, oltre a un assortimento di poesie più vasto del mio (ho dimenticato il canonicissimo Carducci: Funere mersit acerbo, «T’amo pio bove», «I cipressi che a Bólgheri» eccetera), anche dei bei pezzi di prosa: l’«Addio, monti sorgenti dall’acque» dai «Promessi sposi», «la golpe e il lione» del Machiavelli, e così via.

A che cosa serve, mandare a memoria? Secondo molti, secondo il senso comune oggi più diffuso, a niente. Non per nulla abbondano i modi di dire con sfumatura negativa: «ripetere a macchinetta», «a pappagallo», «come un carillon», e così via. È vero che il vecchio Dante ammoniva: «Non fa scienza, / sanza lo ritenere, aver inteso» (Par., v, 41: «capire senza trattenere nella memoria, non è apprendere»); ma credo di poter scommettere che tutti noi, d’istinto, assegniamo più valore all’«intendere» che al «ritenere»: tanto più che siamo circondati da dispositivi che servizievolissimamente ricordano al posto nostro qualunque cosa. Chi sa più a memoria i numeri di telefono? Negli anni Novanta ne sapevo un centinaio almeno; ora so giusto il mio. E chi, tra voi che mi leggete (grazie!), ha colto, qualche riga fa, quando ho scritto «il vecchio Dante», l’eco della voce di Holden Caulfield? (che usa l’aggettivo «vecchio» non in senso anagrafico ma in senso affettivo, fino a dire «la vecchia Phoebe»: e Phoebe Caulfield ha dieci anni): un tic linguistico che salvo errori (ho perso mezz’ora a scorrere le due edizioni digitali) ricorre 153 volte nella traduzione classica di Adriana Motti, 133 in quella recente di Matteo Colombo; non so nell’originale.

E tuttavia: a che cosa serve, mandare a memoria? Serve, banalmente, a «fare l’orecchio». Serve perché se nella mia mente ci sono dieci cento mille parole ben scelte, dieci cento mille locuzioni bene usate, dieci cento mille frasi ben costrutte, è possibile che queste agiscano, nell’atto della scrittura, che io me ne accorga o no lì per lì, come modelli, come stampi per le parole le locuzioni le frasi che scriverò.

Non si tratta solo di imparare a ripetere pari pari un certo testo. Si tratta di conservare nella memoria schemi sintattici, posizionamenti di parole, collocazioni di segni d’interpunzione, andature di frasi. Per dire: «la bocca mi baciò tutto tremante» (sempre Dante, Inf., v. 136) è una formulazione alternativa a «tutto tremante mi baciò la bocca», «mi baciò tutto tremante la bocca», «mi baciò la bocca tutto tremante» (tre formule lecitissime), «tutto la bocca tremante mi baciò», «tremante tutto mi baciò la bocca» (formule meno lecite, ma possibili), eccetera, «tremante mi bocca tutto baciò la» (un verso che solo l’Antonio Porta dei «Rapporti» avrebbe potuto scrivere): ma nella mia memoria quel verso, che è uno dei più piani e semplici di tutta la poesia italiana, è un modello inestirpabile – e, soprattutto, sempre attivo.

Sentite questo (altra formula holdeniana, en passant): «Era un bel prete alto e massiccio, con qualche rado fil bianco appena appena tra i capelli corvini, con due occhioni di gufo molto vicini al naso: il quale, in immagine, in mezzo a loro, non poté non adeguarsi al becco. Decorosamente inguainato nella veste, reggeva dalla manca, inzieme cor cappello novo, una busta de cuoio nero de quelle che cianno certe vorte li preti, p’annà da l’avvocati a faje capire la ragione, de chi è»: il lessico può far subito indovinare, anche a chi non ricordi il passo, che si tratta di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda (cap. 4, p. 113 della prima edizione Garzanti, 1957); ma la sintassi, perbacco, la sintassi! purissimo Manzoni è; e anche il gran finale, così parlato, «a faje capire la ragione, de chi è», non può non farci ricordare i citatissimi e celeberrimi anacoluti di cui son così generosi i personaggi, soprattutto i meno istruiti dei Promessi sposi: «Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto» (Gertrude, ovvero la monaca di Monza, nel cap. ix). Fate il confronto: «Era Perpetua, come ognun se n’avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche». Se non sentite che è uguale-uguale, siete perduti alla letteratura.

[Gadda adorava Manzoni. Di lui scrisse, in un testo del 1924 intitolato «Apologia manzoniana»: «Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni nato della sua molteplice terra, e non la roca trombazza d’un idioma impossibile, che nessuno parla (sarebbe il male minore), che nessuno pensa, né rivolgendosi a sé, né alla sua ragazza, né a Dio»: ora in Divagazioni e garbuglio, Adelphi 2019, p. 16].

Questo invece è un esempio da un testo mio: «È giovedì sera, quasi mezzanotte. Viola aspetta da due ore, distesa sul letto, nuda. Comincia ad avere paura. Non ha mai aspettato così tanto» (Le ripetizioni, Marsilio 2021, p. 270). Ora, La grande sera di Giuseppe Pontiggia (la seconda edizione, quella del 1995, Mondadori) comincia così: «Attese altri quindici minuti sdraiata sul letto, lo sguardo al soffitto inclinato della mansarda, le mani sulla coperta. Attenta a qualunque rumore salisse dalle scale. Poi cominciò ad avere paura». Questo non è uno scherzo della memoria, è un deliberato omaggio: in tanti punti del mio romanzo ho lavorato su alcuni tratti tipici dello stile di Pontiggia, cercando di cavarne fuori quello che serviva a me. La grande sera è un romanzo che ho letto e riletto, addirittura ho letto in parallelo la prima edizione (1984) e la seconda (dove proprio quei tratti sono rinforzati): non lo so a memoria, ma dentro di me quell’andatura delle frasi è presente e viva, e il suon di lei mi risuona sempre dentro (questa è facile, ve’). Credo che dal romanzo mio potrei prendere dozzine di esempi di frasi costruite su altre frasi, di frasi costruite col soccorso della memoria: non perché sia un romanzo citazionista, tutt’altro, ma perché per tutti i romanzi è così. Che siano romanzi «letterari», come il mio, o che siano romanzi che pescano tanto dal parlato, dal pop, dal dialetto, dai mezzi di comunicazione sociale, dall’internettese, dai gerghi, eccetera: è sempre la memoria, la risorsa grande.

Tutte le pratiche che possono servire, dunque, a memorizzare gli aspetti materiali e formali di un testo – sono buone pratiche. C’è chi legge a voce alta, chi ricopia con pazienza pagine e pagine, chi sottolinea furibondamente, chi (come me) rilegge e rilegge: va bene tutto. La lettura, quella che serve per scrivere, dev’essere una pratica intensa, intensiva.

(Perché si legge, senz’altro, anche per svagarsi; ma, se si scrive, non si può leggere solo per svagarsi. Anche quando – chi non lo fa? – origliamo le conversazioni in treno o sull’autobus, siamo al lavoro).

* * *

Il corso «Fondamenti di stile letterario», che Giulio Mozzi condurrà insieme a Greta Bertella dal 10 febbraio 2027, sarà un corso su queste cose qui. E sarà anche un’introduzione alla retorica (al buon uso della retorica), alla punteggiatura, all’aggettivazione, alla pratica della sintassi, e così via. Un corso intenso, con molti esercizi, destinato a chi del mito della spontaneità non ne può più, e pensa che la letteratura è prima di tutto un’arte. Qui il programma completo del corso.

Rispondi