Non esistono le poesie, esistono i libri di poesia

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Le lettrici e i lettori di poesia sono terribili. Comprano il libro, o lo prendono in biblioteca (e questi sono atti ammirevoli, per i quali hanno tutta la mia gratitudine) e poi non lo leggono. Più esattamente: non lo leggono dal principio alla fine. Lo aprono al mezzo, e leggono una poesia. Poi sfogliano, e ne leggono un’altra. Poi lo mettono giù, e si dedicano alle cose più varie (a preparare la cena, a sistemare un rubinetto che perde, a mandare avanti una pratica, a far giocare i bambini, a pagare una bolletta). Qualche giorno dopo ci tornano su, e di nuovo aprono il libro a caso, leggono un testo, sfogliano, ne leggono un altro: e così via.

Io lo so, che fanno così, perché immancabilmente, quando incontro una persona che dice di leggere poesia, le domando: «E come li leggi i libri di poesia?»; e immancabilmente ottengo la descrizione dei comportamenti di cui sopra.

D’altra parte, posso capire: quasi tutti noi abbiamo incontrato la poesia, per la prima volta, a scuola; e l’abbiamo incontrata nelle antologie. E, mentre le pagine tratte dai libri in prosa ci sono state sempre presentate, e con molta energia, come parti di un tutto (banalmente: la pagina scelta da I promessi sposi o da Piccolo mondo antico è preceduta da un breve riassunto di ciò che la precede, altrimenti non sarebbe comprensibile), le poesie spesso sono messe lì come se fossero degli oggetti in sé perfettamente compiuti e autonomi.

Certo, certo, a scuola ci hanno detto che Francesco Petrarca compose – un po’ alla volta, nell’arco di tutta la vita – un librone che chiamava Rerum vulgarium fragmenta («Scritti brevi in lingua italiana», più o meno) e che noi oggi chiamiamo Canzoniere; e che il librone ripercorre, non narrativamente ma per «flashes» (come avrebbe detto Montale: vedi sotto) la storia in parte reale in parte immaginata in parte trasfigurata dell’amore di Francesco per Laura: ci hanno detto questo, ma poi ci hanno fatto stare mezza mattina su «Solo e pensoso i più deserti campi», per leggerlo e analizzarlo minutissimamente come fossimo periti giudiziari attorno a un campione di terra raccolto sulla scena di un delitto (do you remember Sherlock Holmes?); e la sensazione che ne abbiamo ricavata è stata chiara: «Solo e pensoso» è un’unità, una cosa che sta per conto suo, una monade, un’opera in sé compiuta. E lo stesso vale per «Tre donne intorno al cor mi son venute» o per il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia o Davanti San Guido o «Nel campo mezzo grigio e mezzo nero», eccetera.

Eppure i libri di poesia esistono. Certo, non sempre i poeti hanno prodotto dei libri: le cosiddette Rime di Dante non furono mai da lui ordinate in un libro (tranne quelle inserite nel racconto in prosa de La vita nov»); e tanti altri poeti non raccolsero mai in un volume definitivo le loro poesie (per esempio né Ludovico Ariosto né Giuseppe Gioachino Belli, che pure ne scrisse moltissime) o pubblicarono solo raccolte parziali (per esempio Torquato Tasso o Vittorio Alfieri); e tanti libri di poesie hanno più la forma di «raccolte» di cose sparse – magari ordinate per generi («Poesie amorose», «Poesie religiose», ec.) o per forma metrica («Sonetti», «Canzoni», «Madrigali», «Ballate», «Strambotti» ec.) – che una loro organicità; ma, a partire dal Seicento e poi fortissimamente dall’Ottocento in qua, si può dire che la poesia esista principalmente nella forma del libro (non che manchino, dopo Petrarca, gli esempi quattrocenteschi, eh!: da La bella mano di Giusto de’ Conti agli Amorum libri tres [«Tre libri di poesie d’amore»] di Boiardo). Pensate, tanto per mettere il naso fuori d’Italia, a Les Fleurs du mal di Baudelaire e all’accuratissima organizzazione interna del libro: che contiene una sorta di prologo, «Au lecteur», e una sorta di epilogo, «Le voyage», e all’interno sei sezioni: «Spleen et idéal», «Tableaux parisiens», «Le Vin», «Fleurs du mal» (sì, senza l’articolo davanti a «Fleurs»), «Révolte», «La Mort». E, per tornare in Italia e a tempi più vicini a noi, La bufera e altro di Montale si divide in «Finisterre», «Dopo», «Intermezzo», «“Flashes” e dediche», «Silvae», «Madrigali privati», «Conclusioni provvisorie»: e alcune sezioni si articolano in sottosezioni.

Se c’è un indice, voglio dire, se le poesie sono disposte secondo sequenze o zone distinte, e magari sottosequenze o sottozone, questo significa che, nella mente dell’autore, e – attenzione! – a prescindere dal fatto che siano state scritte una dopo l’altra o in tempi diversi eccetera, le poesie vanno lette in quell’ordine lì. Sennò, tanto valeva metterle in ordine alfabetico del titolo (o del primo verso). Se avete sottomano un’edizione delle Myricae di Pascoli, guardate un po’ se nell’introduzione c’è la storia delle edizioni: scoprirete che il libro, nelle successive edizioni curate dall’autore, andò ad aumentare via via di volume, mentre il contenuto interno si riorganizzava secondo criteri via via più definiti.

Vi è mai capitato di mettere (o rimettere) in ordine i libri in una libreria? Suppongo di sì. Se vi è capitato, vi sarete fatti delle domande sull’ordine (o gli ordini) da seguire. Si può andare per materia, per autore, per materia e all’interno della materia per autore, per case editrici, per data di pubblicazione, per data di pubblicazione della prima edizione, e così via: dipende dalla funzione che affidate all’ordinamento. Esempio: in teoria l’ordine della libreria serve a trovare subito il libro che si cerca; quindi un ordinamento per editore e collana, e all’interno della collana per cognome dell’autore, ha una sua logica e una sua praticità. Ma, se penso a me, l’ordine della libreria mi serve principalmente come «macchina per pensare»; quindi l’ideale è una distribuzione dei libri per affinità (cosa un po’ diversa dalla distribuzione per materia, magari secondo il codice Dewey), il che significa in sostanza, visto il modo in cui svolgo le mie campagne di lettura, una distribuzione per stagioni  di acquisto: qui i miei libri degli anni Ottanta, lì quelli degli anni Novanta, eccetera.

Ma torniamo ai libri di poesia. Leggere dal principio alla fine i Canti di Leopardi non è il massimo, lo so; perché le prime poesie sono faticose e intricate, e parlano di argomenti che ci interessano poco (fa eccezione forse, o forse c’è un motivo sentimentale mio, «Ad Angelo Mai»), e non hanno quella limpidezza a tratti meravigliosa e a tratti terribile dei componimenti più maturi (da «A Silvia» in poi, all’incirca). E tuttavia leggere i Canti di Leopardi dal principio alla fine ha molto senso, non perché ci raccontino, come dice il luogo comune, «la storia di un’anima», ma perché vi vediamo il lento liberarsi dell’autore da una lingua e da forme ancora inadeguate alla sua visione del mondo, e il suo inoltrarsi nella lucida consapevolezza di quell’«inganno» che è la vita.

Generalmente, se si vuole acquisire una prima conoscenza della poesia di una certa epoca o di una certa stagione, si fa ricorso alle antologie. Ma per il tempo presente le antologie tendono a mancare, o a essere troppo marcate dalla poetica di chi le cura: per esempio, per avere un’idea di quella stagione che sta a cavallo del 1980, tra l’esaurirsi della forza propulsiva delle neoavanguardie e l’avvio di una serie di «ritorni» (alla lirica, alla metrica ec.), riferirsi a La poesia degli anni Settanta curata da Antonio Porta nel 1979 (come consuntivo) e a La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, curata da Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro nel 1978 (come prospettiva sul nuovo), è senz’altro buona cosa. Per gli anni più recenti mancano strumenti analoghi, anche perché stiamo assistendo a una esplosione della poesia in una varietà di direzioni molto diverse tra loro.

Così, quando in Bottega di narrazione ci siamo proposti di metter su un ciclo d’incontri dedicato alla poesia del nostro tempo, con Giovanna Frene abbiamo convenuto di riferirci non ad autori da leggere antologicamente, ma a singoli libri: libri che hanno via via modificato la percezione di che cosa è (o può essere) la poesia, segnando ciascuno una svolta, un cambiamento, un punto di non ritorno, o l’affermazione piena di qualcosa di nuovo. Ne abbiamo scelti nove, da presentare uno al mese, in modo da dare il modo e il tempo, a chi vorrà seguirci (grazie!), anche di prendere materialmente contatto con i libri stessi. Il programma dettagliato di Leggere la poesia sta, come al solito, nei commenti.

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