di Giovanna Frene
docente della Bottega di narrazione
Ho incontrato per la prima volta Maria Grazia Calandrone a Roma, nel 2011, alla presentazione dell’antologia Poeti degli Anni Zero curata da Vincenzo Ostuni. Per me Maria Grazia era già un mito nella poesia e quando ci siamo presentate – ero seduta dietro di lei e lei si è girata per darmi la mano, con un sorriso. Con il tempo ho imparato a capire che questo suo sorriso così pieno è stato costruito con la dolcezza di chi non si lascia vincere dalle avversità della vita. Credo che le incredibili vicende esistenziali di Maria Grazia siano ormai arcinote, tanto da rendere esiziale il raccontarle in questa sede – sono quelle che lei ha raccontato nei romanzi Splendi come vita (Ponte alle grazie 2021) e Dove non mi hai portata (Einaudi 2022), con i quali è esplosa una stella nel panorama della narrativa italiana, proprio perché nella prosa di questi romanzi si riconosce tanto della voce della poeta.
Ma questa voce, così oracolare e insieme esplicita, insieme plastica e tagliente, nonostante il successo di pubblico, trova forse tra alcuni poeti qualche detrattore, in virtù del suono di ciò che la sua poesia dice. Difficile, quindi, non rammemorare quanto afferma Anne Carson scrive nel suo recente Il genere del suono (Crocetti 2026): «Chiudere la bocca alle donne era l’oggetto di una serie di leggi e convenzioni nella Grecia classica e preclassica, di cui gli esempi meglio documentati sono le leggi suntuarie di Solone e il concetto al cuore della seguente affermazione generale di Sofocle: “Il silenzio è buon ordine delle donne”. Le leggi suntuarie promulgate da Solone nel VI secolo a.C. ebbero come effetto, ci dice Plutarco, “di vietare tutti gli eccessi disordinati e barbarici delle donne nelle loro feste, nelle processioni e nei riti funebri” […]. I legislatori del VI e V secolo come Solone si sforzavano di limitare queste effusioni femminili a un minimo di emissione dei suoni e di esibizione dell’emotività».
Ebbene: la voce poetica di Calandrone è potentemente «femminile» (in senso archetipico), ed è impossibile farla tacere – lo è, femminile, proprio perché dà scandalo nel suono della voce, inscindibile dalla materia del dire. Lo è, femminile, proprio perché il maschile patriarcale della poesia – che è trasversale a uomini e donne, sia chiaro – sente questa voce come «altra», e quindi pericolosa. Bisogna riconoscere che Calandrone come poche altre poete è riuscita a portare il femminile nell’ambito del poetico mescolandolo al maschile. Insomma, Calandrone ha allargato l’ambito del poetabile introducendo una voce che mette in crisi quei valori che sembravano consolidati, primo tra tutto quel «concetto» di autocontrollo di cui parla Anne Carson nel testo succitato.
Tutta la sua opera poetica e narrativa di Calandrone è all’insegna di un «eccesso calibrato», ma specialmente nei due ultimi libri di poesia si osserva come l’esplosione di una stella (secondo la metafora coniata dal critico Andrea Cortellessa nella recensione a «Splendi come vita»).
Serie fossile, uscito nel gennaio del 2015 per Crocetti, è un moderno canzoniere: lo deduciamo dalla progressione cronologica delle date delle poesie, ma ancor di più dalla progressione (incipit, vertice, fine) della tematica amorosa, che progressivamente registra una perdita – perché, direbbe Jeanette Winterson (l’autrice di Scritto sul corpo), la perdita è la misura dell’amore. Ricordo ancora l’emozione che ho provato a leggerlo. Eppure, ricordo anche la chiara sensazione di trovarmi tra le mani un’opera inclassificabile, a cominciare dalla natura dei titoli (pieni di simboli alfabetici, matematici, esoterici), dall’articolazione dei testi e dei caratteri tipografici, per finire alla stessa voce che recita come in trance un testo tessuto di pelle viva strappata: è una voce calda e insieme quasi algida, cioè è una voce appunto «androgina». È una corsa contro il tempo per salvare un tempo che presto sarà irreparabilmente perduto, perché l’amata se n’è andata. A nulla è valsa la preghiera espressa nella bellissima «Petizione per il rilascio dell’Alba» – sono sicura che rimarrà una delle poesie italiane più belle del XXI secolo – che è un richiamo a essere pienamente vivi nell’avere il coraggio di vivere fino in fondo i propri sentimenti, così come l’amante li aveva accesi nell’amata: in essa, T1 (la titolare della petizione) scrive a T2 (la tenutaria che tiene prigioniera l’Alba) ripercorrendo il modo in cui i due corpi si sono risvegliati, invocando un ritorno:
Misteriosamente, gli occhi di T2 visionarono all’istante la potenza che IL CORPO avrebbe sviluppato, se opportunamente risanato.
E
altrettanto misteriosamente, per un caso di
natura che molti confessano di reputare miracolosa,
in T2 sussisteva una necessità transitiva di guarire,
equivalente a quella del corpo in questione.
Il corpo
Risultò dunque immediatamente ravvivato dal desiderio di guarire T2.
Il corpo
e la sua sottoscritta Tenutaria riscontraro-
no uno nell’altra un significato così misteriosa-
mente intimo e noto da provare una tenerezza
più profonda di quella che sarebbero mai riu-
sciti a sentire ciascuno per sé.
Dopo aver letto le cinque facciate di questa straziante perorazione, non può non venire in mente un Dante petroso come immerso in un’acqua stilnovista – così come nel recente Giardino della gioia (Mondadori 2019) non può non venire in mente il Dante della Commedia. Giardino della gioia è un libro ardente che nasce come ustione e in seguito, proprio come in Dante, come sua sublimazione in un amore celeste: l’amore ha raggiunto una dimensione panica, come se il corpo dell’amata/madre fosse la vita stessa:
tutta la vita è stata un esercizio per tornare
al tuo corpo
caldo come la terra
eppure scrivo della solitudine
Non a caso la sezione centrale del libro si intitola «Intelletto d’amore»: si tratta di una vera e propria celebrazione disinteressata dell’amore:
[…] l’amore modifica irrimediabilmente la materia, perché coagula le sostanze sottili che normalmente ruotano sopra la nostra testa. il fenomeno va preso alla lettera. l’amore è la più alta forma di conoscenza, ci rende superiori alla nostra statura:
chi ha amato è stato spinto da un mistero a fare cose mai fatte, a dire cose mai dette
che hanno rinnovato la sua struttura e la sua percezione della propria altezza […]
E proprio perché questa poesia nasce come poesia d’amore, per ciò stesso, come scrive Calandrone nell’incipit del libro, è poesia politica. Oggi forse c’è un estremo bisogno di «questa» politica, di questa poesia.
* * *
Giardino della gioia di Maria Grazia Calandrone è uno dei libri di cui si parlerà nel ciclo di incontri «Leggere la poesia», condotto per la Bottega di narrazione da Giovanna Frene e Giulio Mozzi: una ricognizione in nove tappe, cioè in nove libri, della poesia contemporanea. Vedi il programma completo di «Leggere la poesia».
