di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
Ho avuto il privilegio di cominciare a leggere Laura Pugno in un’epoca lontanissima. Il 30 aprile del 1988 m’imbattei in alcune sue poesie, non ci capii nulla, mi sembrarono bellissime, e volli conoscerla. Fui fortunato e ci riuscii. Da allora Pugno ha pubblicato molto: molta poesia, molta narrativa, più di recente qualche saggio. I suoi libri di poesia sono (se la memoria non m’inganna e se lo scaffale non ha vuoti): Tennis, Nuova Editrice Magenta 2002, che contiene testi suoi e miei; Il colore oro, Le Lettere 2007; gilgames’», Transeuropa 2009; La mente paesaggio, Giulio Perrone Editore 2010; DNAct, Zona Editore 2012; Bianco, Nottetempo 2016; I legni, Lietocolle 2018; L’alea, Giulio Perrone Editore 2019; Noi, Amos Edizioni 2020; I nomi, La nave di Teseo 2023. Suoi testi sono anche comparsi in raccolte importanti, come il decimo quaderno di poesia contemporanea pubblicato da Marcos y Marcos nel 2010, a cura di Franco Buffoni, e la sesta raccolta di Nuovi poeti italiani di Einaudi, nel 2012, a cura di Giovanna Rosadini (e ricordo che il mondo della poesia italiana è così tardigrado che si può essere considerati «nuovi» anche a quarant’anni e con svariati libri alle spalle). C’è, infine, la raccolta I diecimila giorni. Poesie scelte 1991-2016, pubblicata solo digitalmente da Feltrinelli.
Ora: di quelle prime poesie che lessi nel 1988, come ho già detto, non capii nulla; e devo dire che negli anni, con mia grande felicità, ho continuato a non capirne nulla. Mi direte: «Ma com’è possibile?», e io vi dirò: «C’è forse qualcuno che ha capito La tempesta di Giorgione o i sacchi di Burri? C’è qualcuno che sappia dire che cosa quella e questi vogliano dire? No. Allo stesso modo io leggo, anzi contemplo, la poesia di Laura Pugno e la trovo bellissima; e non sento nemmeno il bisogno di “capire”, cioè di trasformare quei testi in concetti o, peggio, in intenzioni di poetica».
In verità, della poesia di Laura Pugno potrei parlare a lungo. Potrei dire, per esempio, che è interessante accostarla alle sue opere narrative (una raccolta di racconti e sette romanzi), perché in queste e in quelle ci sono parole che ricorrono: non parole qualsiasi ma parole-immagini, parole-stemma: l’oro, il bianco, la neve, il bosco, i guanti, la volpe, altro. Tuttavia queste parole che appaiono nelle poesie di Pugno (e ritornano, diversamente, anche nelle opere narrative) non mi sembra che costituiscano, né che siano messe lì per costituire, un sistema metaforico – e tantomeno allegorico. Quelle parole sono semplicemente apparizioni, sono un manifestarsi, sono uno stare davanti alla vista della mente. «Sono un manifestarsi, Mozzi, ma di che?». Eh, saperlo.
Potrei citare il breve, e notevole, saggio di Pugno intitolato L’oltre. Poesia. Terzo paesaggio. Terza natura? e uscito recentemente per Il Saggiatore. Il «terzo paesaggio» (termine coniato dal paesaggista Gilles Clément) è il paesaggio che viene dopo il primo, cioè quello naturale, e dopo il secondo, cioè quello antropizzato: è il paesaggio dei luoghi abbandonati dall’uomo, nei quali la natura fa ritorno: con la violenza dei cataclismi, a volte, ma più spesso con la lentezza dei cicli stagionali. Se entro in un capannone industriale abbandonato da anni, vedo la natura riapparsa: erbe che escono dalle commessure e dalle fughe, cespugli che spaccano i pavimenti, alberi che sfondano i soffitti, polvere destinata a diventare terra che sale come una prudentissima ma non esitante marea. Ecco: quelle parole, oro, volpe, bianco, guanti, neve, bosco, eccetera, non sono né più né meno portatrici di significato di un nocciolo che spunta da una crepa nel cemento. Sono lì, e basta.
Potrei dire anche: è esistito anche per la poesia il tempo della natura, il tempo in cui la parola della lingua volgare era ancora cosa naturale: così è stato fino all’esperienza dei poeti provenzali, che peraltro Pugno ha anche tradotti, o allo Stil novo. Dopo la devastante esperienza dantesca è cominciata l’antropizzazione della poesia: energicamente avviata da Petrarca, istituzionalizzata da Bembo, e durata assai a lungo; oggi, oggi che è difficile trovare un angolo del pianeta che non sia antropizzato – la natura sta tornando negli spazi che gli umani, dopo averne consumata ogni risorsa, abbandonano.
Forse, dopo una stagione contrassegnata dalla divaricazione tra lo «scarto minimo» dalla lingua naturale di certa poesia (la poesia, si potrebbe dire riduttivamente, di chi sogna che la natura ancora esista) e lo «scarto massimo» di altra poesia (la poesia, altrettanto riduttivamente, di chi crede che ormai nulla natura più esista), si sta infiltrando qualcosa non di nuovo, ma di antico; eppure trasformato, perché il tempo antico non c’è più. Una terza poesia, un terzo paesaggio. E forse è anche per questo che la poesia di Pugno è così inclassificabile: difficile sostenere che sia «lirica», difficile sostenere che sia «di ricerca», difficile accostarla alla «prosa in prosa» di autori con i quali peraltro Pugno ha da tempo rapporti di reciproca stima.
«Continuo a credere alla poesia», ha dichiarato Pugno in un’intervista, «secondo una definizione romantica divenuta classica, come infinito nel finito, e quindi la distanza è necessariamente presa dalla cattiva infinità, dal libro che nasce da impulsi altri dalla necessità poetica, dal vasto mondo di quello che ironicamente chiamo il pubblicabile, e che spesso viene pubblicato: il libro in cui ripetiamo la poesia di altri, o, peggio ancora, ripetiamo noi stessi. Nessuno è immune da questa tentazione, meno che mai oggi, tutti dobbiamo guardarcene, e anch’io. Paradossalmente, dato che mi chiamo Laura, il mio nemico è il petrarchismo».
Ecco la poesia d’apertura della raccolta «La mente paesaggio»:
forma fatta a pezzi
corpo
umano,
volpe
in un angolo della stanza,
sei tornata –
parti di corpi di bestia
prima che virino al bianco –
così appare dagli scavi
formando
la mente paesaggio
* * *
La mente paesaggio di Laura Pugno è uno dei nove libri di poesia del nostro tempo che saranno presentati e discussi nel ciclo d’incontri «Leggere la poesia», organizzato dalla Bottega di narrazione e condotto da Giovanna Frene e Giulio Mozzi. Il ciclo comincia il 16 novembre 2026, e il programma dettagliato è qui.