Un’Odissea londinese

di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione

Lunedì 2 novembre 2026 si svolgerà il secondo incontro del gruppo di lettura «Il racconto mensile», organizzato dalla Bottega di narrazione e condotto da Giulio Mozzi. Il racconto che sarà esaminato e discusso sarà Wakefield, di Nathaniel Hawthorne.

Wakefield è il più celebre racconto di Hawthorne, e probabilmente uno dei più celebri racconti della letteratura mondiale. Comincia così:

A questo punto uno potrebbe dire: okay, la materia narrativa è bruciata. Sappiamo cos’è successo e com’è andata a finire. Che altro c’è da dire? E invece no: a questo punto Hawthorne, dopo qualche lieve e molto generica considerazione morale, decide di cominciare a raccontare la storia per minuto: inventandola, esplicitamente, poiché tutto quello che egli sa di Wakefield è il vago ricordo di quel vecchio articolo di rivista.

Qui possiamo domandarci: quell’accenno alla «frase finale» significa che nel momento in cui dice queste belle paroline al lettore il narratore la ha già scritta, o almeno ideata; oppure che effettivamente intende lasciare andare la sua immaginazione (o: simula di voler lasciare andare la sua immaginazione) «fiducioso» che una conclusione degna di questo nome salterà comunque fuori? Non possiamo decidere, e rimaniamo nel dubbio.

Comunque: da qui, e per una dozzina di pagine, Hawthorne ci racconta la storia nei dettagli – non nei minimi dettagli, ma comunque nei dettagli –, fino ad accompagnare il signor Wakefield, vent’anni dopo la sparizione, sulla porta di casa. E qui conclude:

Ho usato la traduzione di Flavia Marenco, dal libro Racconti narrati due volte, in N.H. «Opere scelte», Mondadori, Meridiani, 1994, a cura di Vito Amoruso.

Che cosa possiamo imparare da questo modo di raccontare? Possiamo imparare almeno una cosa fondamentale per la narrazione: che tra l’idea di una storia e una storia c’è una bella differenza. Hawthorne ci mette sotto il naso il lavoro di invenzione: all’inizio c’è un fatterello (anche «Madame Bovary», ve lo ricordo, nasce da un «fait divers», un fatto di cronaca; e così tanti altri racconti e tanti romanzi), e su questo fatterello il narratore si interroga. Immagina Wakefield che se ne va, assicurando alla moglie che si tratta di un breve viaggio d’affari e che sarà di ritorno entro venerdì; immagina Wakefield che, risvegliandosi nell’appartamento dell’esilio, allunga il braccio nel letto per cercare la moglie, non la trova, e si ripromette di tornare a casa; immagina Wakefield che, quasi per una forma estrema di pigrizia, lascia passare i giorni senza decidersi a tornare; immagina Wakefield che si compra dei vestiti tutti diversi da quelli che solitamente usa; immagina Wakefield che dalla finestra intravede la moglie; immagina Wakefield che si spinge fino alla porta di casa, che addirittura sente qualche rumore all’interno, che sta per porre fine a quel suo brutto scherzo – ma no, la mano che già era tesa alla porta si ritira, e Wakefield scappa, riscompare.

Il racconto «Wakefield», dunque, non è semplicemente una storia: è il racconto di come una storia si genera nella mente dell’autore. E come fa, l’autore, a mettere in moto la generazione? Si fa delle domande, tutto qui: «Come potrebbe essere andata? Be’, potrebbe essere andata così e così». Naturalmente a Hawthorne interessano certe cose, e altre non interessano. Non gli interessa, per esempio, risolvere i problemi che qualunque narratore alle prime armi si porrebbe (per cominciare: di che vive, Wakefield, in quei vent’anni? Di cosa è vissuta la moglie? Ha chiesto una dichiarazione di morte presunta? Ha ereditato?): evidentemente, per lui, il solo fatto di dichiarare di essersi appoggiato a una storia «data come vera» (il che non significa, notiamo la finezza, «una storia vera») è sufficiente per distogliere il lettore da queste minuzie. E, tutto sommato, non gli interessa nemmeno indagare/immaginare la vita della moglie. Il racconto non si dà come racconto realistico: si dà come apologo o, se preferite, come esperimento mentale: «Che cosa potrebbe succedere a un uomo che agisce così e cosà?».

Da questo si vede che la scelta del genere letterario influenza le domande che possiamo farci per generare la storia. In un film dell’orrore, per esempio, non è così importante sapere da dove viene il mostro che vive oltre la porta che non deve essere aperta (e che tutti aprono, ’sti cretini): l’importante è che il mostro c’è, e che se viene disturbato può fare male, molto male. In un racconto realistico le esigenze sono diverse.

Ma, alla fine, visto che la storia ci è stata raccontata tutta, nell’essenziale, già nella prima pagina, al lettore resta soltanto una domanda narrativa vera: che cosa succederà, quando Wakefield tornerà a casa e in famiglia? La moglie lo accoglierà con un «Oh, ciao, bentornato, tutto bene?», o lo colpirà ripetutamente con un tegame, o lo denuncerà alla polizia per abbandono del tetto coniugale – se riconoscerà il marito nell’uomo che le si presenterà – o per impostura – se non lo riconoscerà? Hawthorne, da sottile umorista qual è, sfuma; e a noi resta solo quella – davvero incredibile – frase della prima pagina, «entrò dalla porta e fu sposo affettuoso fino alla morte».

D’altra parte, noi – noi che leggiamo – sappiamo che la storia del signor Wakefield non è vera. Non è vera non solo perché stiamo leggendo un racconto e non un’affidabile testata giornalistica, ma non è vera perché lo stesso Hawthorne ha dichiarato di non ricordarne gran che, ed esplicitamente si è messo, davanti ai nostri occhi, a inventarla passo per passo. Lo scopo della storia è morale – è di proporci un enigma morale: di proporcelo, non di risolverlo – e quindi su alcuni dettagli di bieco realismo Hawthorne sorvola, e noi con lui sorvoliamo volentieri.

Ultima considerazione. Ricordate un altro uomo che, rimasto lontano da casa vent’anni, poi si ripresenta bel bello alla moglie? Per l’appunto: Ulisse. L’odissea di Wakefield è un’odissea che si svolge tutta in un quartiere di Londra. E potrebbe essere interessante, in effetti, provare a vedere se tra l’avventura di Wakefield e l’avventura di Ulisse non vi siano, qua e là, dei punti in comune.

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