Lo sguardo di Elisa Biagini

di Giovanna Frene
docente alla Bottega di narrazione

Penso a Elisa Biagini come a una poeta abitata dal linguaggio come pochi altri in Italia. La complessità del suo dialogo poetico con la realtà è così evidente (anche in virtù del suo grande impegno di traduzione della poesia di lingua inglese), che forse ciò giustifica forse il fatto che, pur essendo una tra i poeti contemporanei italiani più conosciuti all’estero, non sia inclusa in due recentissime antologie della poesia italiana del XXI secolo e curate da più autori, una edita da Carocci, Voci della poesia italiana contemporanea. 2000-2025 e una da La nave di Teseo, Exit Poetry. Poesia futura. Tra l’altro, se il primo criterio per l’inclusione nelle antologie dovrebbe essere la qualità dei testi, tra i secondi dovrebbe esserci la continuità di pubblicazione con un grande editore (in questo caso Einaudi): cosa che di solito costituisce un riconoscimento di valore, al di là dell’effettiva visibilità e degli ondivaghi gusti del pubblico. Chi ingaggia una lotta con il corpo della lingua si sa che trascende le mode del momento, avendo ben altre (pre)occupazioni.

Già nell’opera d’esordio, L’ospite (Einaudi 2004) – ma ricordo di aver letto anche dei notevoli testi giovanili precedenti –, si notava quell’urgenza del dire il rapporto con l’Altro percepito come perturbante, cosicché le «entità viventi» (non saprei come meglio definire tutto ciò che di reale anima questa poesia) si incontrano nello scambio reciproco delle loro forme, mediato dal linguaggio. Mi è rimasta ancora impressa l’analogia tra la piccolezza di un guscio di noce con il suo gheriglio e la scatola cranica con il suo cervello. Se tutto sembra dire altro, il culmine di questo processo è far diventare altro quello che la tradizione tramanda per esempio attraverso le fiabe, come accade nel successivo Nel bosco (Einaudi 2007): frammenti di mollica di pane sono sparsi come tracce linguistiche per non perdersi nei rischiosi e intricati sentieri boschivi, che richiamano immediatamente anche gli «holzwege» di heideggeriana, e zanzottiana, memoria.

Ma dove il dialogo con l’Altro diventa serrato e patente è nel successivo Da una crepa (Einaudi 2014). Le parole che Biagini scrive in Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola (lavoro a quattro mani con Antonella Anedda, aperto da un’intervista a cura di Riccardo Donati, libro edito da Chiarelettere nel 2021) sono in questo senso esplicite – e giova sottolineare che Biagini è uno tra i poeti che ha chiara coscienza dell’evoluzione della sua poetica: «[I versi “prima che / la lingua collassi”] che si legano alla questione della natura porosa del linguaggio, vengono da una sezione della raccolta Da una crepa, che è un vero e proprio dialogo con la poesia di Paul Celan e la sua difficile storia, un poeta che ha scelto di scrivere in una lingua molto carica storicamente perché era nato in una terra che è adesso Ucraina, all’epoca Romania, era multilingue quindi, ma ha continuato a scrivere in tedesco, la sua lingua madre, che però è anche la lingua dei nazisti che hanno ucciso i suoi genitori. Ma la lingua, appunto, porosa è quella che deve far passare il mondo: se c’è la possibilità di questa trasparenza esiste il presente, la concretezza. Però, al contempo, si permette al mondo di entrare».

Se il presente è ormai «una situazione post-apocalittica», allora in quanto luogo di continua interrogazione la parola poetica è «la parola-ramo che ci tiene» come corpo – cosicché poesia è «dare voce a un pensiero che porti l’impronta del corpo, a una parola che copra l’assenza tra un corpo e l’altro». In questo senso l’esperienza di Filamenti (Einaudi 2020) è insieme astratta e materica, e anzi sembra essere l’innesto dell’astrazione nella materia e della materia nell’astrazione – una vitalità artificiale come quella del linguaggio che cerca di far ritornare in vita, cioè presente, la realtà che giocoforza è sempre altra perché passata.

Biagini si avvicina definitivamente a Celan nel recente L’intravisto (Einaudi 2024): di Celan, Biagini afferma che «le sue immagini sono ricchissime di strati e ogni volta ti vengono incontro con una nuova lettura» – perché «l’Altro, che forse sono io, ritorna a raccontare la sua storia, la sua parola illumina e fa capire quanto sia profondo il buio» (Biagini). È questo incontro con il diverso che porta conoscenza. Così in esergo a «L’intravisto» troviamo questi versi di Biagini:

Di nuovo questa capacità inimitabile di Biagini di rendere i concetti astratti con immagini apparentemente usuali e quotidiane – sennonché la svolta di respiro che si attua rende appunto perturbante quello che noi consideriamo quotidiano, che quindi si rivela «altro». Non siamo di fronte a una semplice similitudine, cioè a un’analogia, in questo caso, come nelle successive poesie del libro: c’è qualcosa di più profondo, che ha a che fare con la percezione, la sensazione e l’intuizione. Eccone un altro esempio:

Così tutti i luoghi che meticolosamente Biagini registra nel libro, nei titoli o al termine delle poesie, diventano anche il rovescio visibile di ciò che, intravisto, sfugge alla visione, e che quindi si può dire collegando le cose con il filamento del linguaggio:

Ed è così che accade la poesia, proprio nel momento dell’incontro tra due impossibilità:

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L’intravisto di Elisa Biagini è uno dei nove libri di poesia pubblicati dal 1980 a oggi che saranno presentati nel corso del ciclo di incontri «Leggere la poesia. Una ricognizione del tempo presente», curato per la Bottega di narrazione da Giovanna Frene e Giulio Mozzi. Qui il programma completo.

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