L’io narrante

di Simone Salomoni
docente della Bottega di narrazione

Quando leggo o ascolto un autore dire che tutto ciò che ha scritto nel tale libro è vero, è accaduto, alzo sempre gli occhi, sospiro e penso, ma fai davvero?, ma ancora?

E qui, qualcuno potrebbe pensare: ma in che senso, come, proprio tu che ti occupi di autobiografia e scritture autobiografiche, ecco un autore che non inventa, ma non sei contento? No, non sono contento. Per due ragioni. La prima: raccontare i fatti così come sono accaduti – ammesso che sia possibile: e non è possibile – nulla ha a che fare con la verità. La seconda: io non mi occupo di autobiografia e scritture autobiografiche, non l’ho mai fatto e mai lo farò perché – appunto – penso che l’autobiografia non permetta di dire la verità, al limite ci illude di farlo (e le illusioni, si sa, sono pericolose) e nella mia idea di letteratura i concetti di verità e bellezza (e giustizia, aggiungo seguendo Simone Weil) sono piuttosto prossimi, potrei dire sovrapponibili.

Ma come non te ne occupi? E allora, i tuoi laboratori di scrittura? – potrebbe essermi contestato. Davanti a una contestazione di tale natura – più che legittima, va detto – la sola cosa che posso fare è ammettere di avere contribuito ad alimentarla dal momento che, questo sì, non ho mai tenuto un laboratorio di scrittura senza trattare *anche* il tema dell’autobiografia.

Oggi sei una contraddizione costante – potrebbe essermi detto. Non proprio.

Perché sì, da molti anni, questo è innegabile, mi occupo di scritture del sé e di narrazioni in prevalenza alla prima persona singolare: io narranti. E da molti anni, presentando il corso, differenzio fra io e sé, affermo che l’io è un’organizzazione mentale e il sé un’entità sensibile, che l’io percepisce il sé ma non lo determina e che, pertanto, io e sé funzionano in maniere differenti e conoscere questi funzionamenti, da un punto di vista della scrittura, che è il solo punto di vista che m’interessa e sul quale posso dire qualcosa, può servire a liberare la nostra identità autoriale dal dominio dell’io e dal pericolo di inciampare in una scrittura autoreferenziale, pur continuando a usare l’amata – e complicatissima – prima persona singolare. Tutto questo, con altre parole, potrebbe essere detto così: per liberarsi dell’autobiografia è necessario conoscerla.

Spesso diamo per scontato che la prima persona serva a raccontare sé stessi, la propria vita, mentre, secondo me, significa prima di tutto inventare qualcuno capace di dire «io» al posto nostro, con maggiore libertà, precisione, verità.

Nel laboratorio di scrittura «L’io narrante» si ragiona sulle tradizioni e i funzionamenti delle scritture in prima persona, ci si muove di continuo fra teoria e pratica, fra letture ed esercitazioni, perché la domanda su chi parla, quando diciamo «io», non si risolve tutta nella lettura, ma è necessario cercare, scrivere, sbagliare, riscrivere.

Ci faremo un po’ di domande. Quando è nata l’autobiografia? Quando il romanzo in prima persona? Perché Defoe e Swift, nel Settecento, presentano come vere delle vite del tutto inventate (Robinson Crusoe, Moll Flanders) o addirittura incredibili (Gulliver)? Come cambia la scrittura che dice «io» dopo Nietzsche, Freud e Einstein? Cosa dice Philippe Lejeune quando parla di «patto romanzesco» e patto «autobiografico»? Cosa differenzia l’autobiografia dall’autofiction? E il romanzo autobiografico dal romanzo in prima persona?

A partire dal secondo incontro approfondiremo alcuni testi a loro modo esemplari: da Works di Vitaliano Trevisan, uscito dieci anni fa e tuttora resistente a ogni classificazione, a Frankenstein di Mary Shelley, in apparenza – fra quelli in programma – il romanzo dal più alto tasso di finzione, ma a mio avviso il più autobiografico.

Il quarto e il quinto incontro li dedicheremo alla scuola francese, con La gelosia di Alain Robbe-Grillet, romanzo nel quale il narratore in prima persona sembra sparire eppure è ferocemente presente, e L’amante di Marguerite Duras nel quale la terza persona sembra correre in soccorso della prima per dire l’indicibile.

Con Operazione Shylock, fra i romanzi più illusionistici di Philip Roth – e di certo il più politico – vedremo la differenza fra l’autofiction e le «autobiographies honteuses», come le definiva Gérard Genette, e cercheremo di capire perché molta di quella che oggi viene chiamata autofiction non lo è.

Nel penultimo incontro avremo come ospiti Giorgio Falco e Sabrina Ragucci, parleremo di fototesti e approfondiremo il loro lavoro.

Nel penultimo incontro avremo come ospiti Giorgio Falco e Sabrina Ragucci (qui accanto), parleremo di fototesti e approfondiremo il loro lavoro.

L’ultimo incontro sarà dedicato a La bellezza del marito della neo-premio Nobel Anne Carson, romanzo in versi che ricorda, o inventa di ricordare, la fine di una relazione.

Teoria e pratica, dicevamo. Nel corso del laboratorio saranno assegnati degli esercizi. L’idea è quella di scrivere per la scrittura, senza obiettivi apparenti (la prima stesura di un racconto, l’inizio di un romanzo), di acquisire più consapevolezza attorno al proprio modo di immaginare, alla propria postura autoriale, a cosa vogliamo e possiamo fare con la nostra scrittura a partire da quelle che sono le esperienze di vita nostre e che per questo, forse, io credo di sì, sono le esperienze di vita di ognuno: la differenza sta tutta nel come decidiamo di raccontarle.

Otto incontri. Un percorso per interrogarsi – attraverso opere fra loro lontane per epoca lingua forma, attraverso la pratica della scrittura – su quanto ci sia davvero dell’io, quanto del sé, dell’autore che dice io. La speranza, lontana dal dare risposte semplici e buone per tutti, è fornire alcune consapevolezze utili a conoscere e superare il confine fra la vita vissuta e la parte inventata.

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Qui trovate il programma completo del corso «L’io narrante» condotto da Simone Salomoni. Fino al 20 dicembre 2026 è possibile iscriversi con un prezzo di favore.

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