di Giulio Mozzi
direttore della Bottega di narrazione
«Confessione e bugia sono la stessa cosa. […] Per poter confessare, si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere, appunto perché lo si è; non si può comunicare se non ciò che non siamo, cioè la menzogna». Così scriveva Franz Kafka, non in un testo destinato a diventare pubblico ma nel suo diario (F.K., Diari, a c. di E. Pocar, Mondadori 1972, p. 931). Potremmo dire che si tratta di un luogo comune: così come diffidiamo istintivamente di chiunque ci dica «Sa, io sono un uomo onesto» o «Sa, io non mi faccio problemi, dico sempre la verità», analogamente accogliamo qualunque confessione, orale o scritta che sia, soprattutto come un tentativo – non consapevole, consapevole, a metà strada tra consapevole e inconsapevole? – di non dire qualcosa: qualcosa che non viene detto, che resta non-detto, e che tuttavia chi parla, chi si confessa, spera ardentemente che noi comprendiamo. Parlo, sia chiaro, delle situazioni in cui noi ci consentiamo di scommettere sulla buona intenzione di chi ci sta parlando: l’amico che ci racconta la propria crisi coniugale omettendo il fatto di aver coltivato per anni una relazione adulterina – della quale peraltro tutti sanno, e lui lo sa –, non ci sta esattamente mentendo: ci sta dicendo quello che può dirci, e non ci dice quello che non può, non riesce a dirci. Non si può dichiarare «Io sono un traditore», «Io sono un mentitore» senza cadere nel paradosso del cretese («Un cretese dice: “Tutti i cretesi mentono sempre”. Se dice il vero, non è vero che tutti i cretesi mentono sempre; se mente, ugualmente non è vero che tutti i cretesi mentono sempre). Molti di noi hanno dentro di sé un buco nero, un luogo interiore nel quale non riescono a guardare – e tanto meno riescono a parlarne –; spesso la confessione non è altro che un girare intorno, un circoscrivere, un de-finire questo buco nero, affinché l’ascoltatore possa intuirne la presenza e, forse, la natura e il contenuto. La letteratura romantica – questa grande ma un po’ stupida illusione – nasce dalla convinzione che sia possibile «comunicare ciò che siamo»; la fine del romanticismo arriva quando ci si rende conto che no, che «ciò che siamo» non si può «comunicare», o quando ci si rende conto che «ciò che siamo» è pura miseria, e che pretendere di «comunicarlo» è un’attività egoista e futile.
Uno dei modi per girare attorno al problema – non per risolverlo – è l’invenzione di storie. Ciò che di noi è indicibile può diventare dicibile, almeno in parte, se lo stacchiamo da noi e lo appioppiamo a un personaggio. Non voglio sostenere che Dostoevskij abbia scritto Delitto e castigo per allontanare da sé la tentazione di ammazzare una vecchia strozzina; voglio sostenere che Dostoevskij, per scrivere Delitto e castigo, ha dovuto immaginare tutto ciò che Rasko’lnikov ha pensato e ha fatto; ha dovuto sentire dentro di sé tutti i suoi sentimenti; ha dovuto concedersi di immaginarsi assassino; ha dovuto, immaginariamente, compiere tutto il percorso di autocomprensione e di redenzione che Rasko’lnikov compie nel romanzo. D’altra parte, Rasko’lnikov esce pur sempre dalla mente di Dostoevskij. Indubbiamente il «significato» del romanzo, così come lo si potrebbe trovare formulato in un Bignami, è che ammazzare le vecchie strozzine (a) non sta bene, (b) non contribuisce ad aumentare la quantità di giustizia circolante per il mondo, anzi, (c) non risolve il problema della povertà; ma, così come Umberto Eco nelle «Postille a Il nome della rosa» ha dichiarato apertamente: «Avevo voglia di avvelenare un monaco» (p. 510 dell’edizione che ho sottomano, la diciassettesima, 1985), forse anche Dostoevskij avrebbe potuto dichiarare: «Avevo voglia di ammazzare una vecchia strozzina». Naturalmente alla dichiarazione di Eco (che è, guarda caso, una confessione, no?) bisognerà fare la tara: l’ex dirigente nazionale della Gioventù italiana di Azione cattolica (Giac) voleva davvero solo, e per gioco, uccidere un monaco? O non aveva qualche questioncella interiore a cui dare una sistemata? Non possiamo saperlo. Possiamo immaginarlo, però.
La discussione di un (progetto di) romanzo in un corso o laboratorio di scrittura è un’attività strana. Somiglia a volte alla pratica analitica. Mi è capitato tante volte, ormai, di discutere una trama, o un testo già iniziato o addirittura già finito, con in corpo la sensazione che quella persona volesse raccontare non la storia di cui stavamo parlando ma un’altra storia: una storia nascosta, non detta, e che peraltro mi sembrava – a volte più, a volte meno confusamente – di intravedere nel testo e nei discorsi che facevamo discutendone. In qualche caso, lo ammetto, ho commessa l’imprudenza di dirlo apertamente: e non sempre è stato un bene, benché qualche volta sia stato un bene. Nella maggior parte dei casi si finisce a ragionare, ragionare, ragionare, con pazienza e magari con un vago senso di esasperazione, cercando di creare – senza farsi avvertire – le condizioni che permettano alla storia nascosta, hop!, di saltar fuori, di mostrarsi, di apparire come ipotesi o come illuminazione, insight, epifania – scegliete voi. Ma, naturalmente, non si tratta di dire: «Ok, la storia buona è questa, buttiamo via quell’altra»; no, perché lo stesso travestimento, la storia detta che ha fino a quel momento per così dire occultato la storia non-detta, può essere, e spesso effettivamente è, indispensabile perché la storia non-detta possa venire alla luce: si tratta, piuttosto, di trasformare l’occultamento in mascheramento, la negazione in indizio, la ritrosia in seduzione, il silenzio in allusione.
Fare queste cose (e non: prescrivere metodi e strutture) è il lavoro dell’insegnante di scrittura e narrazione. Tra i tanti corsi che faccio, il «Fondamenti di narrazione» è quello nel quale mi sembra di riuscire a essere un docente alla massima intensità. Per l’anno scolastico 2026-2027 della Bottega di narrazione lo propongo, come sempre, in due versioni:
_Fondamenti di narrazione: trenta ore, serale, con inizio il 26 gennaio 2027:
_Fondamenti di narrazione con laboratorio: sessanta ore, nei fine di settimana, con inizio il 6 marzo 2027.