Letteratura e felicità. Una questione mica da poco

3 commenti

di Giulio Mozzi

L’articolo sull’argomento – che poi è una specie di racconto – si può prelevare in pdf cliccando qui.

Giulio Mozzi all'epoca dei fatti qui raccontati. Fotografia di Giovanni Giovannetti
Giulio Mozzi all’epoca dei fatti qui raccontati. Fotografia di Giovanni Giovannetti
[…] Avevo scritti dei racconti, uno l’avevo mandato a Marco Lodoli che immediatamente l’aveva fatto uscire su Panta (un colpo di fortuna: il racconto parlava di un furto, e si stava preparando un numero di Panta dedicato ai crimini), Paolo Repetti delle edizioni Theoria (oggi è all’Einaudi) me ne aveva chiesti altri e ne voleva fare un libro. Per quella ragione appunto ero andato a Roma. Nella mia vita avevo avuti, come tutti, gli alti e i bassi, e prima del generoso intervento di Marco e della proposta di Paolo ero convinto di essere in uno dei luoghi più bassi. Il riconoscimento che quella proposta implicava – e la sua materializzazione in un contratto – mi facevano sentire più bello e più forte. In sostanza: avevo perdute tutte le mie ambizioni, all’improvviso la più alta e inaspettata mi si realizzava d’un tratto – e senza aver dovuto faticare molto. Pensavo: ora sì che gliela faccio vedere, al mondo. Non sono riuscito a finire l’università, non sono riuscito a trovarmi un lavoro gratificante, i miei amori sono tutti andati a male; in una parola corrente, non sono riuscito a realizzarmi in nulla; sono quasi un fallito; ma ora sì, accidenti: gliela faccio vedere io. […]

3 comments on “Letteratura e felicità. Una questione mica da poco”

  1. Non ho purtroppo letto Le Confessioni di Sant’Agostino (me lo sono segnato tra le tante lacune da colmare). In tema di realizzazione, fallimento e gloria (non di letteratura, ma forse marginalmente anche sì) vorrei però segnalare un testo che mostra una prospettiva diversa da quella occidentale, così occupata a incensare sempre e comunque il vincente e il performante. Il libro è “La nobiltà della sconfitta” di Ivan Morris. Vi si narra di nove personaggi storici giapponesi che incarnano il concetto di hoganbiiki, che significa press’a poco “simpatia per il perdente”. Perdente come il condottiero Yamato Takeru, che nel quarto secolo morì in solitudine, tentando di consegnare un messaggio all’Imperatore: non aveva neppure trent’anni. O come Amakusa Shiro, il “Messia giapponese”, giovane martire cristiano e tra i leader di una insurrezione contro lo shogunato dei Tokugawa che fu soffocata nel sangue nel 1638. O ancora come l’ispettore di polizia Oshio Heihachiro, che nel 1837 incitò alla rivolta la popolazione affamata: la rivolta fallì e lui si suicidò. «Tutti coloro che fioriscono devono inevitabilmente cadere. In questo mondo i superbi durano solo un istante, come il sogno di una notte di primavera.» Il libro lo lessi all’università, ormai vent’anni fa, ma lo ricordo ancora con gratitudine.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...