Se ometti informazioni non rendi più interessante il tuo racconto. Ecco un esempio

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di Giulio Mozzi

In questo articolo spiego perché e percome, diversi anni fa, non finii di leggere il romanzo Anime alla deriva di Richard Mason (Einaudi Tascabili). L’inizio è magnifico:

Mia moglie si è sparata ieri pomeriggio.
O almeno questo è quanto ritiene la polizia, e io interpreto la parte del ve-dovo affranto con entusiasmo e con successo. Vivere con Sarah mi ha insegnato a ingannare me stesso, e l’ho trovato io, come lei, un eccellente modo per imparare a ingannare gli altri. Naturalmente io so che lei non ha fatto niente del genere. Mia moglie era troppo equilibrata, troppo ancorata al presente per pensare di farsi del male. È mia opinione che non si sia mai preoccupata di quello che aveva fatto. Era incapace di provare rimorso.
Sono stato io a ucciderla.
E non per i motivi che potreste immaginare. Il nostro non era affatto un matrimonio infelice, anzi.

Per colpa di questo inizio comperai il libro. Mi ricordava gli inizi dei romanzi di John Le Carrè (solitamente splendidi, anche quelli dei romanzi brutti). E poi c’era tutto: James Farrel, bel marito omicida e mentitore nonché personaggio-narratore brioso e umoristico; Sarah, moglie perfetta nonostante la sua crudeltà (meglio: grazie alla sua crudeltà); un avvenimento tremendo tenuto nascosto per tanti anni; una falsità profondamente incistata nella vita di una coppia felice, un bel porgere la storia al pubblico con il voi, come se fossimo a teatro…

Il problema è che tutto questo regge per trentotto righe e mezza. Poi casca l’asino. Sentite:

Se mi conosceste, non direste che sono il tipo dell’assassino. Non mi considero certo un uomo violento, e non penso che l’aver ucciso Sarah modificherà questa mia opinione. Dopo settant’anni su questa terra, conosco i miei difetti, e la violenza, perlomeno in senso fisico, non è tra questi. Ho ucciso mia moglie perché lo esigeva la giustizia; e uccidendola ho ristabilito almeno una specie di giustizia. O no? I dubbi mi tormentano; le antiche ferite si riaprono. La mia ossessione per il peccato e la punizione, messa a tacere in modo molto imperfetto tanto tempo fa, torna a farsi sentire. Mi scopro a chiedermi quale diritto avessi di giudicare Sarah, e quanto più duramente sarò giudicato per aver giudicato lei; per averla giudicata e punita in un modo in cui io non sono mai stato giudicato e punito.

L’asino casca, per l’esattezza, alle parole «O no?». «Ma come», mi vien da dire all’autore, «mi metti in scena questo bellissimo personaggio pieno di menzogne e di brio, e dopo trentotto righe e mezza senti già il bisogno di correggerlo, di incrinare il suo brio, di riparare le sue menzogne? Gli fai dire la verità? Ma perché? Adesso so che c’è una storia vera e una menzogna – ci ero già arrivato da me, grazie, non sono mica scemo – e che anziché raccontarmi la menzogna – stuzzicandomi a sgamarlo e a scoprire la verità – questo personaggio mi spiattellerà tutta la verità, noiosissima com’è…».

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Già: perché non c’è peggior personaggio-narratore del personaggio-narratore che dice la pura e semplice verità. Dapprincipio smisi di leggere il libro a pagina 38. Ormai la faccenda era chiara: c’era il nostro uomo, James, e c’era una ragazza fascinosa e nevrotica, di nome Ella, evidentemente non sposabile. La storia poteva essere una sola: Sarah, la perfetta e crudele moglie intravista nel prologo, faceva fuori Ella per sposarsi James. Tutto chiaro. A quel punto non sapevo ancora che Sarah era cugina di Ella; che Ella aveva rubato un fidanzato a Sarah; che Ella pianterà questo fidanzato per James. Ma questi sono solo particolari, ingranaggi della narrazione, trucchi – sì, trucchi – per fornire ogni personaggio di una motivazione decente. «Mi hai rubato un fidanzato, io ti rubo il tuo». Poteva anche essere una questione di soldi, per dire, e non cambiava niente.

Ma che tutto fosse troppo chiaro, deve averlo capito anche Mason (o il suo editor). «C’è bisogno di qualcosa per tener su il mistero», si sarà detto. E infatti, venticinque righe dopo quel rovinoso «O no?» («Oh no!», mi viene da fargli eco), ecco che ci mette una pezza:

Ho scelto lunedì pomeriggio per frugare nella sua [di Sarah] scrivania perché mia moglie [Sarah, appunto] era fuori a sorvegliare i lavori di ampliamento della biglietteria. E per puro caso ho trovato il cassetto in cui l’ha conservata per tutti questi anni.

La pezza è il pronome «l’». Che cosa ha conservato Sarah, «per tutti questi anni», nel cassetto della scrivania? Ebbene, la seconda pagina del romanzo, nonché il prologo, si concludono senza dircelo. Il lettore diligente, che abbia la pazienza di leggersi tutto il libro, lo scoprirà solo a pagina 323, quando la scena sarà raccontata nuovamente e – stavolta – per intero:

Lunedì pomeriggio [Sarah] era fuori a sorvegliare i lavori di ampliamento della biglietteria, così scelsi quel momento per andare a frugare nella sua scrivania. E assolutamente per caso ho trovato il cassetto in cui l’ha conservata per tutti questi anni. Un cassetto minuscolo, nascosto in una voluta, che si apriva grazie a una molla segreta.
Era una strana chiave: pesante, grossa, ma fatta di un acciaio lucente troppo moderno per quel disegno; era tagliata per una serratura antica. […]

A pagina 330 James chiederà conto di quella chiave alla moglie Sarah; nelle pagine seguenti Sarah racconterà una storia che ci porterà a reinterpretare tutto ciò che ci era stato raccontato fino a quel punto; e a pagina 344, ultima del libro, finalmente James ammazzerà Sarah.

Dire «la» trovai a pagina 4, e spiegare che quel «la» è una chiave a pagina 323, significa chiedere davvero molto al lettore: non in termini di partecipazione, ma di indulgenza. Credere di creare mistero e tensione semplicemente omettendo informazioni è un modo puerile di agire: lo fanno (quasi) tutti gli allievi dei miei corsi di scrittura, ma si prendono subito la carne e vengono radicalmente invitati a lasciar perdere questi trucchetti.

Immaginate di essere al cinema. Belli comodi. Vedete James che apre il cassetto segreto della scrivania della moglie, che nota qualcosa di strano, che intasca un oggetto senza che si capisca cos’è. Due ore dopo capite cos’è – una chiave –, poi per ulteriori dieci minuti vi si spiega come e perché quella chiave fa diventare la storia che avete vista tutta un’altra storia. In realtà non c’è nessun mistero: semplicemente, la chiave non è stata inquadrata.

psychoVabbe’, se lo fa Hitchkock (bastava mettere la cinepresa un po’ più indietro, allargare l’inquadratura; mettere più a fuoco; sistemare diversamente le luci; e subito si sarebbe visto chi aveva uccisa quella povera donna sotto la doccia…) può anche andare. Ma Mason non è Hitchkock. Non voglio dire che omettere informazioni sia un comportamento sempre deplorevole. Voglio dire che per omettere informazioni così sfacciatamente senza mandare tutto in malora bisogna essere diciassette volte più bravi di quanto Mason sia.

[Mi viene in mente il film Autunno a New York. Dove lei (una terribile Wynona Ryder) ruba per gioco a lui (un magnifico Richard Gere), più o meno a un terzo di film, l’orologio da polso; dicendogli: «Te lo restituirò quando sarò sicura che mi ami davvero». A due terzi di film è Natale, lei sta per consegnare a lui il pacchetto con il regalo di Natale ma cade a terra quasi stecchita. Per il restante terzo di film lui fa il possibile per salvarla, anche con un’operazione di «chirurgia estrema»; ovviamente non ce la fa, e lei muore. Mentre tutti in sala piangono e si soffiano il naso, lui rientra nella casa ormai vuota; trova per terra, in salotto, il pacchettino del regalo di Natale di lei; lo apre; e naturalmente ci trova l’orologio da polso. A quel punto, mentre platea e galleria ululavano di dolore, io pensai: «Maledetti, m’hanno fregato!». Non avevo intuito che cosa ci fosse nel pacchetto: era facile, certo, ma nella scena dello svenimento natalizio il regista aveva fatto in modo che restasse ai margini della mia attenzione].

Quindi Richard Mason pretende che noi sopportiamo una storia siffatta: noi, cresciuti a suon di telefilm del tenente Colombo, dove per prima cosa ci veniva mostrato come avveniva il delitto e chi era il colpevole; e poi, dopo la sigla, cominciavano le indagini. Benché fossimo sicuri che Colombo ce l’avrebbe fatta, la tensione non mancava.

Per questo non ho finito di leggere Anime alla deriva: a pagina 4 mi sono cascate le braccia, ho retto fino a pagina 38, e quando mi è sembrato di aver capito proprio tutto sono andato in fondo per vedere se avevo capito giusto. Ci avevo azzeccato quasi: Sarah non aveva esattamente ammazzato la cugina Ella, si era limitata ad ammazzarne il padre (cioè il proprio zio, en passant) e a farla condannare per l’omicidio; Ella poi, dimostrando una squisita sensibilità narrativa, si era tolta di mezzo impiccandosi in carcere.

Ma, la chiave? Be’, la chiave è un oggetto che fa intuire a James come si siano svolte effettivamente le cose. Quando James chiede spiegazioni a Sarah – le mette la chiave sotto il naso, a pagina 330, dicendo: «Che cos’è questa?» –, Sarah si mette a spiegare tutto per filo e per segno, come nei peggiori gialli. Il guaio è che il lettore non può non chiedersi come mai, se quella chiave era così compromettente, perché Sarah la conservava in un cassetto – quasi segreto, vabbè – della scrivania. Ecco cosa dice Sarah a James, pagina 338:

«Sì, l’ho tenuta per ricordo».
«Capisco».
«Una sciocchezza, lo so, ma è stato un errore che non ho potuto evitare».

Niente di più. Una donna commette un omicidio, ne fa incolpare la cugina, sposa un uomo già fidanzato alla cugina, e poi per trenta e passa anni si tiene, in un cassetto della scrivania, un oggetto che prova la sua colpevolezza: questo è risolto facendole dire «una sciocchezza», «un errore che non ho potuto evitare»? Ma andiamo! Perché non poteva essere evitato quell’errore? Sì, certo, Sarah è una donna dominatrice, forse la attirava l’idea di tenere alla portata di tutti la prova di ogni sua colpa – ma è anche una donna calcolatrice, perdiana!, una che sa il fatto suo, una che pianifica, una che non ha nessuna voglia di finire i propri giorni in galera (o ammazzata dal marito, come nel caso).

Detta così, quella frase significa che Mason non sapeva come cavarsela. Aveva bisogno di un indizio che mettesse in moto i sospetti di James. Non è stato capace di metterlo lì con naturalezza. Ha cercato di mascherarlo esponendolo esageratamente – con questo enorme iato tra pagina 4 e pagina 323. E stendiamo un velo pietoso sul fatto che James trovi quell’indizio (parole sue) «per puro caso».

In conclusione. Non ho finito Anime alla deriva. Da pagina 38 sono saltato alle ultime, ho rintracciato il punto dove il racconto riprendeva il filo lasciato artificiosamente sospeso a pagina 4, ho letto da lì fino in fondo: ma disattentamente, perché i meccanismo ormai svelati non sono particolarmente interessanti.

E questo è il libro che, come dice la quarta di copertina, «è diventato un best seller internazionale»? Mah…

Dalla quarta di copertina:

Richard Mason ci racconta, attraverso un abile scavo psicologico, storie di vite cui è stata negata la possibilità di realizzarsi pienamente, perché a tutti è mancato il coraggio della verità, perché tutti hanno tradito – e perché il destino è un signore cinico e severo che non risparmia nessuno.

13 comments on “Se ometti informazioni non rendi più interessante il tuo racconto. Ecco un esempio”

  1. “Voglio dire che per omettere informazioni così sfacciatamente senza mandare tutto in malora bisogna essere diciassette volte più bravi di quanto Mason sia.”

    Diciassette volte, perdiana! E’ una delle ragioni per le quali non scrivo romanzi.

    Celie a parte, omettere o meglio “non dire in modo esplicito”, può servire a costruire tensione e persino profondità. Viene a taglio quest’esempio nel quale si tratta del ben noto “Colline come elefanti bianchi”. C’è pure un intelligente commento critico di Cognetti (che ti invito a leggere).

  2. Ma, Roby. Se non ricordo male, la prima volta che lessi quel racconto, giunto alla frase

    «È davvero un’operazione semplicissima, Jig», disse l’uomo. «Veramente non la si può neanche chiamare un’operazione»,

    capii subito di che si trattava.

    E poi non so se si può parlare, qui di “omissione di informazioni”. Il racconto dice ciò che accade. Le informazioni ci sono tutte.

  3. Un racconto breve può permettersi un certo grado di omissione, non richiede eccessiva “pazienza” al lettore.

  4. Siccome questa è una bottega, mi sono divertita a fare un esercizio di “falsa-omissione“. Non proprio un racconto ma una lettera, dove il “chi” dovrebbe venir svelato da Giulio Mozzi alle prime battute. Ne sono certa. Forse già dal titolo. Ma devo pubblicarlo per vedere se funziona…

    I.P.S.

    Carissimo, ti scrivo per farti sapere che, in fondo, nonostante tutto io sono ancora uno di quelli che stanno benone. Molti dei miei fratelli, loro, sono nati e subito scomparsi, mentre dei miei cugini di primo grado, quelli della mia epoca, ne sono sopravvissuti davvero pochi. Se poi penso alla gioventù del giorno d’oggi. Oh! Certo! Invadono case, negozi, biblioteche… insomma, sia nei luoghi pubblici sia in quelli privati i miei simili riempiono tutti gli spazi, piazzandosi persino in seconda fila. Alcuni si vendono a caro prezzo, altri preferiscono abbracciare una nuova filosofia di vita, che vorrebbe tutti noi liberi di viaggiare ovunque, spaziando nel tempo, senza limiti di sorta. Così, gli adepti di questa nuova tendenza sfilano su mezzi pubblici come treni, bus, tram, aerei… il tutto gratis. ‘Sti giovani! Ma che cosa pensano di fare? Pure io ho girato il mondo, che credono?, che possono farlo solo loro grazie a questa gran pensata? Facessero almeno incontri interessanti. Quando penso alla gente che ho avuto modo di conoscere io: fior fiori di professori, studenti provetti, storici, linguisti, medici, architetti, avvocati, ma anche gente più comune come segretarie, sarte, camerieri e un sacco, ma proprio molti, ragazzi adolescenti.
    Ma bando ai dissapori: siamo così in tanti, soprattutto oggi, nell’era della globalizzazione, dove spesso ti trovi a raffrontarti con colleghi d’altre nazioni, d’altre etnie, di altri credi. Ma sia chiaro: ho sempre sostenuto il confronto. Mai una volta, ho smesso di divulgare le mie storie intrise di amore, di politica, di eventi tragici, di malattie e pure di battute divertenti, almeno dicono. Fiero come chi sa l’onere che grava su di sé. D’altronde a distanza di decenni e decenni continuano a darmi credibilità. Altri miei consimili invece vengono bistrattati sin da subito, appena vedono la luce, altri finiscono nel dimenticatoio poco dopo essersi fatti notare, moltissimi rimangono degli emeriti sconosciuti, ma tutti avrebbero qualcosa da dire – di questo ne sono certo – anche se a modo loro. Tuttavia, spesso, il destino di un pargolo è legato al nome paterno o materno che lo ha generato.
    Mio padre? Oh! Lui la sapeva lunga. Decisamente. Ma che non si pensi che io sia il frutto di una notte frettolosa a candele soffuse, consumata da un uomo di mondo sempre pronto a nuove avventure: no! Certo, che no! Io sono il prodotto di una lunga, ma che dico?, di una lunghissima gestazione… e forse è stato anche questo dettaglio a fare la differenza nel corso della mia lunga vita… E ora? Ebbene, io, proprio io, oggi sono persino diventato il preferito di una giovane donna, che un bel giorno ha deciso di farmi suo. Prima stavo con un’anziana signora, molto gentile, ma sempre troppo impegnata in faccende di casa per ricordarsi di me. Adesso sento che l’amore ha ricominciato a scorrermi dentro, come la storia che custodisco nel cuore. Lei, in me, vede e trova ciò che le piace, ciò che le serviva per ricordarsi quanto è bello dedicarsi a qualcuno anima e corpo.
    Oh!, certo, lo so bene: non mi illudo di potermi dimenticare che oggi, come da molti anni a questa parte, quelli della mia stirpe, in realtà sono spesso odiati. Ma forse è proprio questa contraddizione a farmi gioire ancora di più: il fatto di essere finito, nonostante tutto, in mani gentili, che sanno come prendermi, e apprezzano tutte le mie sfumature, belle o brutte, felici o tristi, romantiche o rozze che siano, in una realtà come quella in cui mi trovo a vivere, mi fa sentire fortunato. E poi… poi, vedeste con quale riguardo si prende cura di me!
    Non so però fino a quando rimarrò nella sua mente e nel suo cuore: le giovani donne, e non solo loro, hanno bisogno di sentirsi vive con emozioni sempre più forti, e io, diciamocelo, ingiallito dal tempo, dentro e fuori, non ho abbastanza energia: sono destinato agli sguardi ingenui, non ancora svezzati, a coloro che vogliono credere nell’amore vero, quello eterno. Ma perché preoccuparmi del domani? Oggi mi sento proprio benone, alla faccia di tanti arzilli e agili rampolli ruspanti, che invece faticano a emergere, a trovare una loro identità, a relazionarsi, ad affermarsi…
    Chi sono? Ah! È vero! Sono così noto che a volte mi dimentico persino di presentarmi: sono un libro, un vecchio libro edito in questa veste nel 1953, ma venuto alla luce la prima volta nel 1821, poi ripensato e rielaborato nel 1827, per terminare con la revisione definitiva nel 1840/42: ben 20 anni di gestazione. Mio padre, dicevo, è un certo Manzoni. Sì! Esatto! Alessandro Manzoni, proprio lui; e la storia che custodisco è quella dei promessi sposi. Per questo non posso scrivere a nessun altro che a te, caro lettore.

    p. I.P.S.
    Ma.Ma.

  5. Ma, Ma. Ma.: direi che si potrebbe stabilire un criterio: quanto più lunga è la “spiegazione” finale, tanto meno funziona il racconto. E la tua (fa’ il paragone con quelle di Borges e Brown, delle quali abbiamo parlato in questi giorni) è lunghissima.
    Poi: dove sono, nel corpo del racconto, quegli indizi che dovrebbero poi far dire al lettore “Ah, avrei dovuto capirlo!…”? Non ne vedo che uno: “Mai una volta, ho smesso di divulgare le mie storie intrise di amore, di politica, di eventi tragici, di malattie e pure di battute divertenti”, peraltro inesatto (direi “la mia storia”, non “le mie storie”: così sembra più adatto a una televisione che a un libro).
    E, infine, anche se uno indovinasse che si tratta d’un libro, come potrebbe indovinare che si tratta de I promessi sposi? Mi pare che, fino allo “spiegone” finale, non ci sia modo…

  6. Oh, allora non è funzionato: credevo di essere stata sin troppo esplicita (ho visto che altre volte I Promessi Sposi sono condensati nell’acronimo IPS, e ho erroneamente pensato che per un appassionato di questo romanzo l’associazione fosse lampante, soprattutto dopo aver capito che il soggetto parlante era un libro).

    In ogni caso ho imparato ancora una cosa (come sempre da queste parti, per fortuna mia): il criterio stabilito sulla lunghezza della “spiegazione”. Grazie!

    NB: queste gocce d’insegnamento sono come le Sugus, si ha sempre voglia di mangiarne subito un’altra.
    (variante ticinese della più nota frase fatta con le “ciliege”, che una tira l’altra; lo so, poco originale, ma quando calzano così bene… è difficile resistere alla tentazione)

  7. 😀 (visto che ho proprio “bisogno” di partecipare alla bottega?)
    Meglio con la “i”, vero? (il link dice che è uguale, ma memorizzo).

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