Ancora sull’omissione (tanto per non omettere niente)

24 commenti

di Giulio Mozzi

In calce all’articolo intitolato Se ometti informazioni non rendi più interessante il tuo racconto una persona che si firma “Mat” ha lasciato questo commento.

Un racconto breve può permettersi un certo grado di omissione, non richiede eccessiva “pazienza” al lettore.

Mi è subito venuto in mente il racconto che si usa citare sempre in queste occasioni: Sentinella, di Fredric Brown.

centauro[“Un classico della fantascienza”, secondo la voce dedicata in Wikipedia; se volete un’analisi assai ravvicinata – forse un po’ troppo – del racconto potete guardare nel blog di Raffaele e Riccardo Giannetti; in Italia il racconto, che è del 1954, fu tradotto per la prima volta nel 1955 con il titolo Avamposto sul pianeta X, nel fascicolo di Urania contenente il romanzo Operazione centauro di Lee Correy (vedi fantascienza.com); qui do la versione di Carlo Fruttero, apparsa per la prima volta in Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza, a cura di Fruttero e Lucentini, Einaudi 1959, nella quale io lo lessi per la prima volta, tanti anni fa.].

Ecco il racconto:

Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra, e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d’anni, quest’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della Galassia… crudeli schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante e senza squame…

Testo originale:

He was wet and muddy and hungry and cold and he was fifty thousand light-years from home.
A strange blue sun gave light, and gravity, twice what he was used to, made every movement difficult.
But in tens of thousands of years this part of war hadn’t changed. The flyboys were fine with their sleek spaceships and their fancy weapons. When the chips are down, though, it was still the foot soldier, the infantry, that had to take the ground and hold it, foot by bloody foot. Like this damned planet of a star he’s never heard of until they’d landed him there. And now it was sacred ground because the aliens were there too. The aliens, the only other intelligent race in the Galaxy… cruel, hideous and repulsive monsters.
Contact had been made with them near the centre of the Galaxy, after the slow, difficult colonization of a dozen thousand planets; and it had been war at sight; they’d shot without even trying to negotiate, or to make peace.
Now, planet by bitter planet, it was being fought out.
He was wet and muddy and hungry and cold, and the day was raw with a high wind that hurt his eyes. But the aliens were trying to infiltrate and every sentry post was vital.
He stayed alert, gun ready. Fifty thousand light-years from home, fighting on a strange world and wondering if he’d ever live to see home again.
And then he saw one of them crawling toward him. He drew a bead and fired. The alien made that strange horrible sound they all make, then lay still. He shuddered at the sound and sight of the alien lying there. One ought to be able to get used to them after a while, but he’d never been able to. Such repulsive creatures they were, with only two arms and two legs, ghastly white skins and no scales.

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Sentinella è un buon esempio di racconto che si basa tutto sulla “sorpresa” (altre volte si dice: sul “ribaltamento”) finale. Siamo abituati (le eccezioni, oggettivamente, sono pochissime) a “storie con gli alieni” in cui gli alieni non siamo mai noi; e pertanto classifichiamo subito il personaggio che parla, l’ “io” di questa narrazione, con “uno di noi”.

Faccio notare che per Brown i “noi” sono definiti non solo dall’avere “due braccia e due gambe” ed essere “senza squame”: ma anche dalla “pelle d’un bianco nauseante”. Eppure Brown (il signor Marrone!) scriveva nel 1954; negli Stati uniti d’America di gente dalla pelle scura ce n’era in giro parecchia; e già la carriera militare era una delle vie prescelte di avanzamento sociale per la popolazione afroamericana. Misteri del punto di vista, vero?

Faccio notare alcune cose nella traduzione. La frase “E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere coi denti e con le unghie” sembra richiedere che il nostro non-umano abbia denti e unghie (cose piuttosto umane, o almeno terrestri): ma nell’originale (“Now, planet by bitter planet, it was being fought out”) non c’è traccia di unghie e denti.

La parola “patria”, così ricca di significati culturali – a cominciare dall’idea di supremazia del maschile – nell’originale è “home”. Certo, nel lettore statunitense (bianco, sennò la sorpresa finale non funziona) del 1954 “home” sarà stata parola evocatrice di ceppi scoppiettanti nel caminetto, coperte patchwork e apple pie nel forno, o qualcosa del genere: ma non si può chiedere troppo.

“Questo fottuto pianeta” è nell’originale: “damned”; ma sia “dannato” sia “fottuto” sono tipiche “parole da traduzione”; e “questo pianeta del cazzo”, traduzione teoricamente più di lingua italiana, sarebbe stato ancora peggio. Certo che sia “fottuto” sia “del cazzo” presuppongono una determinata anatomia e determinate pratiche riproduttive, nonché una determinata cultura (nella quale a es. l’accostamento di qualcosa alla sfera sessuale produce un abbassamento). Ma gli alieni “fottono”? Che organi riproduttivi hanno? Ecc.

Invece il “fucile” è proprio un fucile (“gun”), o comunque un’arma che spara proiettili per mezzo di una canna; e al primo contatto gli altri avevano subito cominciato a “sparare” (“shot”). Le parole originali sono appena un filo più generiche di quelle italiane (a noi “fucile” fa venire in mente il ’91, gun mi pare più generico; forse si poteva tradurre con “arma” o qualcosa del genere).

Fatta dunque pulizia di tutta una serie (ci sarebbe altro, ma non voglio diventare troppo noioso) di scelte autoriali e di traduzione che rendono il nostro non-umano (che noi non sappiamo ancora, mentre leggiamo, essere non-umano) decisamente troppo umano (e bianco-occidentale), e quindi inevitabilmente rovinano l’effetto-sorpresa sul quale si regge l’intero racconto (e derivante, lo ricordo per pedanteria, da una omissione) possiamo domandarci: ha ragione Mat?

Io sarei per il no. Per questa ragione:

Sentinella è un racconto che si può leggere al massimo due volte. La prima volta ingenuamente, cadendo nella trappola, e sorridendo amaramente alla fine; la seconda volta non più ingenuamente, ma per capire come è fatta la trappola (e la traduzione di Fruttero, a questo punto, può solo farci arrabbiare), ovvero dove sono collocate le omissioni (e, direi, le elusioni) e come queste riescono a nascondere la “realtà”.

Dopodiché, basta. Questo racconto non si può più leggere. Non dà più soddisfazione. Come gli indovinelli dei quali si sa già la soluzione, non funziona più. Possiamo (come ho fatto ora io qui) citarlo, raccontarlo ad altri, farne un esempio.

Un ragionamento basato su un solo esempio, naturalmente, vale quel che vale. Qualcuno vuole suggerire altri esempi?

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Illustrazione dal Libro Cuore: la piccola vedetta lombarda

24 comments on “Ancora sull’omissione (tanto per non omettere niente)”

  1. Giuro che non conoscevo questo racconto. Eppure ne ho scritto uno molto simile, nonostante la fantascienza non sia per niente il mio pane, dove dei pescatori stanno cercando il loro cibo quotidiano, e quando ammassano il pescato su un bancone, si scopre che sono umani…ho l’impressione che sia scritto meglio di questo 🙂

  2. Ciao Giulio.
    Il mio commento di ieri non voleva certo essere un assioma letterario (Dio me ne scampi), e con il tuo esempio lo hai provato. un po’ semplicistico senz’altro (il mio commento) ma non volevo ricondurre una totalità a un’uniformita di giudizio anche perché l’ho scritto pensando soprattutto all’altro commento, quello riguardante Hemingway. Racconti in cui l’omissione è “dannosa” saranno (mi porto appresso il dubbio-speranza) anche maggiori rispetto agli altri, in cui invece ne è l’elemento caratterizzante, vedi appunto La casa di Asterione. Se da subito fosse stato detto chi “è” Asterione il racconto non sarebbe stato più lo stesso: mi riferivo principalmente a questi casi con la frase di ieri, casi in cui l’omissione non è altro che un’aggiunta di inconsapevolezza. (Tornando al romanzo e alle omissioni: pensavo a quella presente nel Buio oltre la siepe. Al gomito rotto del piccolo Jem posto proprio nell’incipit (pretesto da cui prende il via la narrazione degli eventi), le cui cause finiscono nel dimenticatoio per oltre duecento pagine, tornando poi solo nel finale. Omissione virtuosa. Che ne pensi?)

    Un saluto

  3. Ahimè, non ho letto né La casa di AsterioneIl buio oltre la siepe. Il primo è qui, e mo’ lo leggo e ci penso; per l’altro passo questo pomeriggio in libreria.

  4. Mat: avevo ben capita la natura non “assiomatica” della tua affermazione. Infatti qui uso dei condizionali (“Io sarei per il no”) e alla fine dico: “Un ragionamento basato su un solo esempio, naturalmente, vale quel che vale”.

    Ne riparleremo.

  5. Giulio, circa un anno fa, cercando altro tra gli scaffali della libreria di casa, mi capitò per le mani un libretto di racconti intitolato Il Veneto del futuro (supplemento al Corriere della Sera dell’ottobre 2005). In questa raccolta c’era un racconto tuo (Contenitore a tempo arrestato) per certi versi simile a quello di Brown (che non conoscevo). Il racconto mi piacque molto. Lo lessi una volta e mi trovai spiazzata dal colpo di scena finale (un colpo di scena me lo aspettavo, ma pensavo che avrebbe avuto a che fare con le ricariche degli aeratori o qualcos’altro del genere). Lo lessi dunque una seconda volta, cercando di dare ai personaggi (che mi ero figurata in testa nel modo che immagini) una forma che fosse coerente con l’epilogo a sorpresa (sto volutamente omettendo informazioni per non rovinarla, questa sorpresa, a chi il racconto non lo conosce, nel caso gli venisse il guizzo di leggerselo). La seconda lettura, lo ammetto, mi mise a disagio. Così lo lessi una terza volta, per vedere se il disagio un po’ si attenuava. Da lì, mi venne voglia di leggere altre cose tue. E fu così che scoprii anche Vibrisse. Per cui: ha fatto quel tuo racconto il suo dovere? Secondo me sì. Però anche questa è un’affermazione costruita sopra un unico caso.

  6. Il racconto Contenitore a tempo arrestato, è qui..

    Posso dire, Valentina, che quel racconto è una deliberata imitazione di Sentinella. Ne condivide dunque anche il “difetto”. Il “dovere” di quel racconto (scritto su commissione, con precisi vincoli ecc.) era di suggerire l’inconsistenza dei timori (vivi oggi ancor più che dieci anni fa) sulla “purezza” della popolazione italiana. Tra cinquecento anni saremo tutti islamici, o tutti cinesi, o tutti mischiati, e la cultura cristiano-indoeuropea ci apparirà come qualcosa di antico e lontano. Se il racconto ti ha fatto riflettere su questo, ha fatto “il suo dovere”. Se ti aspettavi che ci fosse un guaio con le ricariche degli aeratori, vuol dire che il depistaggio ha funzionato. Se il disagio è cominciato quando sono apparse le parole “difesa della razza”, vuol dire che ho avuta una buona intuizione…

    In questo caso, credo di poter dire che il sistema della sorpresa finale forse si giustifica per le stesse ragioni per cui si giustifica nel racconto di Brown: perché produce uno choc e una riflessione etica. Ciò ne fa – questo vale, scondo me anche per Sentinella – un racconto strumentale (o, se vuoi, pedagogico).

  7. Giulio, ti dirò che per me il disagio è scattato, nella prima rilettura, alla comparsa della parola “Adria”. Forse perché, essendo mio marito polesano, la zona mi è abbastanza familiare e figurarmela come tu, nella tua conclusione, chiedevi ha avuto un effetto straniante. Il racconto comunque, anche a carte scoperte, continua a parermi molto bello.

  8. …però, mi dico: spesso anche rileggere molti gialli non è più “divertente” perché ormai si sa già chi è l’assassino, o il traditore, o… E vale lo stesso per altri libri che puntano sull’effetto sorpresa. Quando penso a una narrazione, penso a molti lettori diversi che leggono una volta, non a pochi lettori che leggono tante volte la stessa cosa. Il racconto preso da esempio non è un giallo, ma gioca sulle stesse sensazioni, come quelle create dai colpi di scena tipici nella narrativa gialla. Io non avevo mai letto questo racconto e mi è piaciuto.

  9. Gioco d’Autunno di Ray Bradbury. Persino il finale è un’omissione. “Poi… un idiota accese la luce”.
    Hai presente?

  10. “Aspettando Godot” si basa sull’omissione (Chi ***** è Godot?)
    Con una forzatura… molte novelle di Buzzati sono infarcite di Omissioni.

  11. Ma, Gianni, a me pare invece che Buzzati tenda a omettere molto poco. Ma ci ritorno nei prossimi giorni.

    Quello di Aspettando Godot è un caso del tutto diverso. Perché non c’è nessun enigma, e alla fine non viene fornita nessuna soluzione.

  12. Salve, sono il Giulio omonimo del legittimo titolare di questa pagina, la cui analisi puntuale del testo di J.L.B. è, come sempre, ineccepibile.
    In realtà, più che alle omissioni nel “racconto breve” io avevo ricordato il racconto su Asterione come ulteriore esempio di un brano che “si può leggere al massimo due volte”. La prima per stupirsi, la seconda per trovare gli indizi che avrebbero dovuto suggerirci il finale. Credo che alcuni generi letterari (il poliziesco innanzitutto) si reggano sull’omettere alcuni indizi e palesarne altri. Sono contento di aver fatto leggere a Giulio un brano che non conosceva ancora, nel quale il rovesciamento del punto di vista del narratore, genera un effetto così (almeno per me) sorprendente.

  13. Omonimo, ho aggiunto un “non” al tuo commento (avevi scritto: “Sono contento di aver fatto leggere a Giulio un brano che conosceva ancora”).

  14. Grazie Omonimo, in effetti l’intento era quello, ma il “non” dev’essere rimasto incastrato fra i tasti del pc…

  15. Concordo su Buzzati e sul fatto che l’omissione non sia la caratteristica precipua del suo narrare; certo non ne è esente, penso al racconto “Il cane che ha visto Dio”.
    E questo racconto mi fa pensare a una cosa. All’omissione si ricollega, ovviamente, il tema della conoscenza e della consapevolezza. Solitamente la si valuta dal punto di vista del lettore (cosa sappiamo, cosa non sappiamo, cosa veniamo poi a sapere…), ma “vederla” anche dal punto di vista di “colui che è narrato” è interessante. Spesso va di pari passo con la consapevolezza/inconsapevolezza del lettore, ma non sempre è così. A volte chi legge sa di più, alle volte di meno. Questa gradazione di consapevolezza non è ininfluente ai fini della riuscita di un racconto. Il Minotauro è al contempo narratore e essere narrato e lui “sa” chi è, noi no (non tutti almeno, non da subito). Il tema è labirintico. (Ho percorso solamente il primo corridoio)

  16. Mat: infatti, la cosa più difficile è riuscire a “gestire” bene la relazione tra
    – ciò che il personaggio sa,
    – ciò che il narratore sa (e il narratore, se è a sua volta fittizio, può anche non sapere molto),
    – ciò che sa l’autore in carne e ossa (da tenere ben distinto dal narratore),
    – ciò che man mano il lettore apprende o intuisce (naturalmente lo si può anche stimolare a intuizioni fallaci…).

  17. L’avevo letto anni fa, poi completamente scordato. Adesso, rileggendolo senza riconoscerlo, sono caduto nella stessa trappola per la seconda volta… ma giuro che non ci sarà una terza!

  18. Mi permetto di rammentare, dall’ombrellone sotto il quale mi trovo, un capolavoro come “Cronaca di una morte annunciata” di Marquez. Tutti conoscono l’epilogo fin dal primo rigo, ma per il resto del libro continuano a sperare che si possa evitare ciò che già accaduto, l’assassinio di Santiago Nasar.

  19. Come dire, Giulio: si può anche svelare il mistero nella prima riga; e il romanzo si fa leggere ugualmente (e assai volentieri, nel caso citato). Have a nice umbrellona.

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