100 lezioni di scrittura creativa / 5

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
Buongiorno a tutte e tutti. La settimana scorsa [cioè ieri, ndr] dicevo: quando si ha la sensazione di avere tutta una storia in mente, mentre la nostra immaginazione lavora, mentre ci documentiamo – leggendo, visitando luoghi, rovistando in archivi, parlando con persone – per conoscere meglio possibile gli scenari della storia, la vita materiale dei personaggi, il contesto storico o politico o economico o di costume e così via; mentre facciamo tutto questo, dicevo, è bene astenersi dallo scrivere: perché lo scritto è vischioso. Mi spiego.

Una pagina scritta, già scritta, ci oppone resistenza. Ogni giorno due o tre persone mi scrivono mandandomi dei racconti o un romanzo e chiedendomi di esprimere un parere (cosa che faccio quando posso e quando voglio: sono una persona disponibile, ma questo non autorizza nessuno presumere che la mia attenzione gli sia dovuta). Ogni settimana mi trovo effettivamente a discutere con l’autore o l’autrice di un gruppo di racconti o di un romanzo. Quando sostengo questi colloqui è, in genere, perché penso che quei racconti o quel romanzo dimostrino la capacità dell’autore o autrice di scrivere cose interessanti e ben fatte; tuttavia, raramente sono completamente soddisfatto di ciò che ho letto (e quindi raramente sono disponibile a presentarlo a un editore o ad accoglierlo in una collana da me curata). La conversazione prende spesso una curiosa piega. Io dico: «Questo che ho letto è interessante. Tuttavia, nel suo complesso, non mi sembra riuscito. Ora provo a dire perché non mi sembra riuscito. Mi interesserebbe, in futuro, leggere qualcosa d’altro scritto da te». L’interlocutore mi ascolta pazientemente e poi dice: «Allora, se lavoro in questo e in questo modo sul mio romanzo (sui miei racconti), si potrebbe pubblicarli?». La situazione è ovviamente un po’ ricattatoria, ma non è questo il punto. Il punto è che raramente mi è successo di vedere un racconto o un romanzo complessivamente non riusciti trasformarsi, benché l’autore o autrice ce la metta tutta, in un racconto o un romanzo riusciti.

Questo non perché l’autore o autrice sia incapace. Non perché (spero) le mie osservazioni al testo fossero sbagliate. Ma semplicemente perché, il più delle volte, un racconto o un romanzo complessivamente non riusciti hanno – avrebbero, perché nessuno ha il coraggio di farlo – bisogno di essere non riveduti, non riscritti, ma addirittura re-immaginati. Mi sono accorto infatti che ciò che in genere mi lascia insoddisfatto, di un racconto o un romanzo che leggo, non è una carenza stilistica, o un difetto nell’intreccio, o un’incongruenza materiale: è l’incompleta, imperfetta immaginazione. E allora, bisognerebbe ricominciare da capo: da quando quel romanzo o racconto ancora non era stato scritto.

Chi ha voglia di buttare via, per ricominciare da capo, trecento pagine? Nessuno. Ma quasi nessuno ha voglia di buttare via anche quindici pagine. Io stesso, quando fallisco un racconto, faccio una grande fatica a ricominciare da capo; ci riesco, a volte, se ci provo a grande distanza di tempo: due o tre anni, se non di più.

* * *

Ma non è solo un fatto di fatica. È che una storia, una volta scritta da cima a fondo, è per così dire esaurita, e la nostra immaginazione si è irrigidita. Non siamo più capaci di trovare possibilità alternative che non siano delle semplici variazioni di quelle già scritte. Non siamo più capaci di trovare un’altra lingua. Non siamo più capaci di estrarre il cuore dal corpo della nostra storia, e di trapiantarlo in un altro corpo più adatto, più vivo, pronto a balzare in piedi e camminare.

Faccio un esempio privato. Nella mia mente c’è da qualche anno (dal 1997, credo) un personaggio. Si chiama Santiago ed è a volte maschio, a volte femmina, generalmente ambiguo. Santiago è un personaggio che agisce con assoluta crudeltà: questa è la sua natura. È comparso, di sfuggita, in alcuni miei racconti; non ne è mai stato il protagonista, neanche un comprimario: una comparsa, al massimo un figurante. Queste sue rapide apparizioni mi hanno permesso di tenerlo vivo nell’immaginazione, senza peraltro che l’immaginazione si irrigidisse. Tre anni [il che significa, per chi legge qui nel sito della Bottega di narrazione: più di quindici anni fa, ndr] fa ho scritto un troncone di romanzo – un centinaio di pagine – nel quale Santiago è al centro della storia. Il romanzo è fallito (l’ho interrotto, mi sembrava molto brutto, non sapevo più come venirne fuori). La mia immaginazione di Santiago si è irrigidita. Solo adesso, a distanza di tempo, posso cominciare nuovamente a immaginarlo senza ridurmi a ripetere le immaginazioni precedenti. Sono convinto che il fallimento del romanzo sia dovuto a un’incompleta immaginazione di Santiago, e penso che se avessi pazientato un po’, ancora un anno o due, probabilmente oggi il romanzo di Santiago sarebbe ormai scritto; o comunque mi risulterebbe assai meno penoso scriverlo (ne sarebbe felice il mio editore, che come quasi tutti gli editori preferisce i romanzi ai racconti, e non ne può più di me che scrivo, o almeno riesco a portargli, nient’altro che racconti).

La situazione ideale è questa: quando la narrazione è ormai così completamente immaginata, che possiamo sederci a scriverla come se copiassimo. Naturalmente non succede così spesso; può succedere abbastanza facilmente per un racconto, difficilmente succede per un romanzo (anche se conosco almeno una persona capace di scrivere un romanzo, un buon romanzo, in cinque mesi scarsi: e di scriverlo tutto di fila come se copiasse). Ma senz’essere inutilmente radicali, credo che possiamo tenere per buona questa regola di comportamento: non precipitarsi a scrivere ogniqualvolta ci viene in mente qualcosa di apparentemente buono; distinguere il tempo dedicato all’immaginazione dal tempo dedicato alla scrittura; non pensare che la prima soluzione che troviamo sia necessariamente, magari proprio in virtù della sua “spontaneità” o “naturalezza”, la soluzione più opportuna. Ma di questo, del trovare altre soluzioni, parliamo la settimana prossima [cioè domani, ndr]. A risentirci.

* * *

Alla vostra sinistra Giulio Mozzi, a destra Stefano Dongetti
Alla vostra sinistra Giulio Mozzi, a destra Stefano Dongetti

Sull’importanza di esitare prima di scrivere, invito ad ascoltare la lezione (dura un’ora, dibattito compreso) che ho tenuta giovedì 9 luglio 2015 a Trieste nell’ambito del Lunatico Festival. Basta cliccare sulla fotografia qui sopra. Ringrazio Stefano Dongetti, organizzatore del festival e della serata.

4 comments on “100 lezioni di scrittura creativa / 5”

  1. Buona sera Giulio, ho cominciato oggi a leggere le tue lezioni e ho già imparato qualcosa, ovvero la differenza tra lo scrivere per se stessi (cosa che ho fatto fino ad oggi, mi sa) e lo scrivere per gli altri (che proverò a fare). Ho una domanda su questa lezione e la precedente: Concordo sul non scrivere subito, ma meditare, far crescere la storia dentro noi stessi, cercare varianti, far viaggiare la fantasia e creare i collegamenti. Secondo te potrebbe essere una buona idea stilare una lista di possibili eventi o si tende ad irrigidire la creazione? Ho memoria corta, lo devo al lavoro che faccio, vedo centinaia di persone al giorno e sembra che mi divorino a poco a poco il cervello, così ho in mente di scrivere un romanzo (penso)breve, il primo, e ho creato un file contenente tutte le idee che ho avuto fino ad oggi (ci lavoro da circa un mese e mezzo) e una bozza, un elenco di eventi che andrà a costituire la trama non appena la avrò idealizzata per intero. Che dire?

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