Decalogo per lo scrittore che è arrivato a un certo punto della sua carriera

34 commenti

di Giulio Mozzi

[Vedi anche: Decalogo per la scrittrice o lo scrittore esordiente, Decalogo per l’aspirante scrittore o scrittrice].

Questo decalogo è solo per i maschi. Credo che per le donne le cose vadano un po’ diversamente. Dichiaro la mia incompetenza.

1. Sei sicuro che la tua sia una “carriera”? Non sarà stata, invece, un confuso susseguirsi di casi, di occasioni e di coincidenze?

2. La battuta è notissima: si è dapprincipio “brillanti promesse”, poi si diventa “soliti stronzi”, e se tutto va bene si finisce come “venerati maestri”. Lo sai, che i peggiori di tutti sono i soliti stronzi che si credono venerati maestri quando in realtà sono stati promesse che hanno brillato una sola stagione.

3. Hai risposto innumerevoli volte alla domanda: “Perché scrivi?”. E ogni volta hai mentito, per vanità o per falsa modestia.

4. C’è stato un giorno nel quale hai sentito, per la prima volta, di avere un potere. Se ti è piaciuto, allora è lì che è cominciata la tua fine. Se non ti è piaciuto, eri già finito.

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
5. Ormai frequenti solo scrittori. Vi trovate a cena e parlate di dati di vendita, dell’infingardaggine degli editori, della sicumera dei giovani critici, di donne (al solito modo dei maschi), e poi di soldi e di soldi. Sembrate degli assicuratori. Tra poco sembrerete dei pensionati.

6. A volte ti hanno chiamato a tenere delle lezioni di “scrittura creativa”. Ti sei preparato bene. Hai citato tanti autori illustri. Guardavi le persone davanti a te che ascoltavano attentamente, prendevano appunti, alcune registravano. Pensavi: “Ma che cosa volete dalla vita? Guardate me. Che cosa ho avuto dalla vita?”.

7. Quando un giovanotto che aveva assistito alle tue lezioni ha pubblicato un romanzo molto lodato, tu non hai voluto leggerlo. (A questo punto, potresti anche togliere lo specchio da sopra il lavandino del bagno).

8. Sei felice? Saresti stato più felice se avessi scelto un’altra vita? (No, vero?).

9. Una volta, quando finalmente spedivi il tuo lavoro all’editore, eri tutto contento. Non ti preoccupava se l’avrebbe accettato o no, se ti avrebbe chiesto di farci un sacco di lavoro, eccetera. Oggi, quando spedisci, senti una lieve ansia. Potrebbe essere l’ultima occasione, pensi. Forse la penultima.

10. Lo so, adesso ce l’hai con me. Ma io non sono migliore di te. Ti conosco.

Clicca sulla faccia dello scrittore. Ne vale la pena.
Clicca sulla faccia dello scrittore. Ne vale la pena.

34 comments on “Decalogo per lo scrittore che è arrivato a un certo punto della sua carriera”

  1. Mi sa che risponderò, compiutamente; perché sono tutti punti che mi tirano in ballo (anche se non credo pensassi a me mentre li scrivevi). (Almeno: non direttamente a me).

  2. Bello l’intervento di Ivano Porpora, mi ci riconosco in molta parte. Per ciò che attiene al decalogo, la n.5 rispecchia molto il mio vivere di oggi. Frequento, anzi, mi piace frequentare e voglio frequentare ormai quasi solo scrittori, perché mi piace parlare di libri, di scrittura, di libri di altri, di scrittura di altri, anche – perché no? – un po’ spettegolare sulla scrittura di altri, ma “sempre in senso buono” (io cattiva mai, lo giuro!)… Perché ormai sono un’aliena per i non-scrittori amici che non leggono e non capiscono. Soldi? Mai parlato di soldi. Né mai ne parlerò. Di copie vendute, di promozione virtuale da fare, di presentazioni che non si riescono a fare perché le librerie non te le fanno fare… di benzina e spese di trasferta, di B&B a poco prezzo… ecco, questi sono i soli soldi di cui i piccoli, meschini “già pubblicati più volte” parlano, in genere, nelle tavolate con pizze o aperincene con stuzzichini… 😀

  3. Stefania: nulla. Flavio: grazie. Ivano: potresti mettere le tue risposte anche qui? (Altrimenti è un po’ come quando io mando a uno un’email e lui mi risponde con un sms, allora gli telefono e lui mi risponde su Facebook. Poi mi perdo la sua ri-risposta su Twitter e m’incasino).

  4. Quanto a me, Amneris, confesso che quando mi ritrovo in un consesso di scrittori mi piacerebbe parlare di vita quotidiana. Ma questo perché la letteratura ce l’ho addosso tutto il santo giorno. E non ho voglia di somigliare a un assicuratore.

  5. “ Venerdì 8 novembre 1996 – « Sanremo – A 24 anni aveva sposato una novantenne, che è morta lasciandogli l’eredità. Adesso è in carcere accusato di avere ammazzato a sprangate un’altra vecchietta, di cui era diventato amico. È la feroce carriera di Andrea Pezzoni, l’” amico delle vecchiette “, il “ vedovo allegro “ di Bardineto, vicino a Sanremo. » (Dai giornali) “ [*]
    [*] Lsds / 516

  6. Metto qui le mie risposte, passo dopo passo, così che anche i non amici possano leggere.

    1. Sei sicuro che la tua sia una “carriera”? Non sarà stata, invece, un confuso susseguirsi di casi, di occasioni e di coincidenze?

    La vita è tutta un confuso susseguirsi di casi, occasioni e coincidenze. Posto che la mia non è carriera (un romanzo pubblicato che ha avuto una distribuzione dignitosa e un quantitativo di copie vendute ridotto, qualche racconto qui e là su Internet, un concorso vinto e un racconto su antologia, per giunta non in italiano, per me non è: carriera), a mio modo di vedere tutto ciò che ci riguarda arriva a una sorta di fil rouge solo se visto dal fondo. Visto da prima, è un confuso susseguirsi di casi, occasioni e coincidenze sempre.
    Ciò che per me non è un caso è il fatto che scriva da quando ho 17 anni in modo sostanzialmente continuativo; quindi a oggi fanno 22 anni di maldestri tentativi, che solo dal 2008 in poi sono diventati meno maldestri (meno non significa: dotati di maestria, anzi). Non è confusa la ricerca delle occasioni: ho lavorato con assiduità e con una ostinazione che non mi riconosco per crearle. Né alle coincidenze credo tanto: sono coincidenze, chessò, gli incontri, ma non il mio dedicarmi a questi.

  7. 2. La battuta è notissima: si è dapprincipio “brillanti promesse”, poi si diventa “soliti stronzi”, e se tutto va bene si finisce come “venerati maestri”. Lo sai, che i peggiori di tutti sono i soliti stronzi che si credono venerati maestri quando in realtà sono stati promesse che hanno brillato una sola stagione.

    Sì, battuta notissima ma passaggio sostanzialmente reale: ci sono però quelli che si fermano al solito stronzo, quelli che al solito stronzo non sanno nemmeno di esserci mai arrivati; quelli che si sono creduti promesse brillanti senza capire che anche quello di promessa è un traguardo che richiede un passaggio, diciamolo: traguardo volante, per fare un esempio legato alla maratona.
    Ecco, forse questa è una buona similitudine: ci sono quelli che fanno Ciao mamma, sorridendo al pubblico a un chilometro dalla partenza; le brillanti promesse sono quelli che ai dieci chilometri mostrano un buon ritmo nelle gambe; i soliti stronzi sono quelli al cosiddetto muro dei trenta chilometri; i venerati maestri son là, a un passo dal traguardo, concentrati sul proprio lavoro e il proprio sudore.
    Per quanto mi riguarda – ritengo queste risposte consequenziali, quindi non dirò qui come mani avanti ciò che è già contenuto nella risposta 1 – mi ritengo una buona promessa, più per il lavoro fatto in seguito alla Conservazione che ai reali risultati.
    Intendo (ma non voglio bruciarmi risposte che verranno) che negli anni ho fatto talmente tante cazzate, tutte grazie a Dio non pubblicate, che ho una certa tranquillità sullo standard del mio lavoro attuale. Certo, il mio intento non è brillare una stagione, due stagioni o dieci, perché presupporrebbe cose che non sappiamo; il mio intento è fare un ottimo lavoro che parta dalla mia capacità di scrivere attuale e si coniughi al bisogno di scrivere che avevo e si era affievolito.
    Poi, se dovrò essere un solito stronzo, amen.

  8. 3. Hai risposto innumerevoli volte alla domanda: “Perché scrivi?”. E ogni volta hai mentito, per vanità o per falsa modestia.

    La domanda mi fu posta per la prima volta, credo, nel 2007. Nel senso: le altre volte era povera di valenze e significava qualcosa di non espresso che veniva subito dopo, del tipo: “Perché scrivi invece di…?”. L’invece di lo lascio alla vostra immaginazione, sperando sia fervida.
    Nel 2007 un amico mi scrisse una mail che stampata richiese sei pagine, e in cui la domanda si ripeteva. Ed è dal 2007 che ‘sta domanda me la rigiro in testa. L’unica risposta che non contenga vanità né false modestie è: “Perché devo”.
    Questo ha strettamente a che fare con le mie idee di fede, di vita, col mio bisogno di verità; è strettamente collegato al fatto che adoro il caffè senza zucchero, che mi commuovo guardando un film, che mi piacciono le donne e che a un’amica che mi dice “Ti piacciono le donne sezionate” rispondo: “No: mi piacciono le donne E le loro sottosezioni”.
    Scrivere per me è un modo di entrare nella grotta, e scoprire – uso un’espressione che mi viene da lontanissimo – che dentro alla grotta c’è un cunicolo, e in fondo al cunicolo un mondo. Mi càpita spesso di sognare eventi che accadono nella stessa città, per dire; una città connotata in cui io so quello che succede dove sta succedendo.
    Ora: io tutto questo lo devo dire. Per due motivi: il primo è mio (sennò: esplodo, o implodo, o muoio); il secondo altrui (ho scoperto che quando ho questo bisogno intercetto il bisogno di altri).
    Se in questo vedete vanità e false modestie, il problema non risulta più mio.

  9. “Perché scrivi?”.
    “Ti pare che mi venga male?”.
    “No, tutto sommato no. Ma perché lo fai?”.
    “Se tutto sommato non mi viene male, perché non farlo?”.
    “Vuoi dire che potresti farne a meno?”.
    “Be’, ho imparato a scrivere a sei anni e ho cominciato a scrivere a trent’anni e mezzo. Quindi per un po’ più della metà della mia vita non l’ho fatto”.
    “E stavi bene?”.
    “Né meglio né peggio di adesso. E quando sono stato peggio, non è stata certo la scrittura a tirarmi su”.
    “Quindi della scrittura non te ne frega un cazzo?”.
    “Mai detto niente del genere”.

    Il problema è che chi fa certe certe domande si aspetta risposte magniloquenti.

    Ivano:

    Per due motivi: il primo è mio (sennò: esplodo, o implodo, o muoio); il secondo altrui (ho scoperto che quando ho questo bisogno intercetto il bisogno di altri).

    Il secondo mi pare un buon motivo, sul primo ho seri dubbi.

  10. Il primo è quello vero. Io non riesco a non scrivere, Giulio. O, se vuoi: scrivere mi assicura una qualità di vita sostenibile che non scrivere non mi assicura.

  11. 4. C’è stato un giorno nel quale hai sentito, per la prima volta, di avere un potere. Se ti è piaciuto, allora è lì che è cominciata la tua fine. Se non ti è piaciuto, eri già finito.

    Io, quel giorno, lo ricordo come fosse oggi.
    Avevo diciassette anni; scrissi un racconto erotico su lui che si perde, tipo, in una tormenta di neve, e una lei sconosciuta che bussa alla porta della baita in cui lui si rifugia, eccetera.
    Il racconto lo conservo; era veramente orrendo – per una sequela di motivi che non importano, ora.
    So che lo lesse un mio compagno di classe; so che lo vidi sconvolto. Il racconto per lui non era orrendo, ma, come dire, funzionale: nel senso che aveva intercettato un suo bisogno – che non interpreterei solo come bisogno di tipo pornografico, ché quello non era, ma immaginativo – e lo avevo trasposto su carta.
    Quablock a quadretti, a5.
    Da lì, per me, il potere è quello: prendere qualcosa che ho dentro, non necessariamente ‘bello’ (non dimentico mai che una foto bella non è una foto che richieda un bel campo), e trasporlo fuori; e in quel trasporlo in qualche modo, anche goffo, a volte, intercettare il bisogno altrui.
    Un bisogno non necessariamente sempre sviscerato.
    Se da lì è iniziata la mia fine, mi pare una forzatura dirlo. Una grossa, grossa, immane forzatura dirlo. Il potere logora non chi ce l’ha, né chi non ce l’ha, ma chi non capisce che il potere è, come il genio, un cane da compagnia però di quelli grossi, che per metà ti protegge per metà è pronto a sbranarti.
    Cioè: ti chiede cautela. Sennò quello che è descritto al punto 4 è un doppio legame da cui non si esce mai.

  12. Eh, Giulio Mozzi, capisco. Forse sarà perché io tutto il santo giorno lavo, stiro, cucino, faccio fare i compiti ai figli, litigo con il marito per i figli, mi preoccupo perché i figli non tornano a casa a orari decenti, mi preoccupo di chi frequentino e di chi si innamorino, se si comportino bene e non facciano stupidaggini ecc… ecc… insomma, non faccio l’assicuratore ma la casalinga, la moglie e la madre, e quando esco, ho voglia di parlare di altro. Siccome aborro lo shopping, le borse di Prada e di Gucci, i trucchi, la palestra – pilates vs zumba fitness – e il lavoro a maglia, io amo parlare di libri e scrittura con chi mi capisce (perché le amiche che vivono di Prada, Gucci, fitness, fashion & co. mi guardano come un’aliena quando dico loro che passo tutto il mio tempo libero a leggere o a scrivere). A ognuno la propria croce. 😀

  13. “ 10 luglio 1995 – « “ Perché scrivo un diario? “: ciò che in un libro compiuto non si vede – l’incertezza sul senso dello scrivere, l’euforia o l’umor nero, la solitudine, la perplessità – in un diario risalta vistosamente. Ciò che si vede in un diario è uno scrittore – uno “ scrivente ” – al lavoro, giorno per giorno, minuto per minuto, nella monotonia felice e disperata del medesimo gesto. » (Cosimo Scatacchio, Il diario: una scrittura in diretta, in «Abamelek», n.s. 14, n. 5/6, 1995) [*]
    [*] Lsds / 517

  14. Ti rispondo al volo (sto per andare a correre, ho un calzino sì e un calzino no, e sì, questo davvero non interessa a nessuno): perché, ho scoperto, l’onestà, la necessità, intercetta – se unita ad altre cose, alcune delle quali credo di possedere, altre in parte, altre forse no – l’onestà e la necessità altrui.
    Una specie della legge economica secondo cui è l’offerta che crea la domanda. Ma occhio. Non è che QUALSIASI offerta crei QUALSIASI domanda.

  15. “ 28 marzo 1994 – Permetta che mi presenti: sono un fumatore. Non dica che faccio schifo, lo so, ma che posso farci? Lo so: dovrei andare a nascondermi. E se le dico che ci sono già andato? In casa fumavano tutti. Il nonno con il suo sigaro (toscano), la mamma tanti anni fa con le sue Giubeck ( ma anche le Macedonia extra), il babbo, che poi smise e diceva agli altri di non fumare. Come lo zio Carlo che prima ne fumava, dicono, ottanta e poi niente. Anche la nonna ci dava sotto con le sue antiasmatiche profumate. Anche il cugino Mario. E la vecchia al piano di sopra. La zia Olga no, però era zitella. Io prima non fumavo, anzi correvo, a pieni polmoni, a squarciagola, a tutta callara. Poi ho smesso di correre, mi sono fermato, praticamente. Ora vivo al chiuso, in spazi limitati, in stanze sovraffollate, mi muovo poco per non farmi notare, per non urtarmi con gli altri nelle ordinarie prigioni dove le gambe, le mani, gli occhi, l’uccello non servono a niente. E nemmeno i polmoni. E io fumo. E lo sa perché fumo? Per non perdere l’uso dei polmoni, per respirare, ecco. Si dice bene smettere. “ [*]
    [*] Lsds / 518

  16. 5. Ormai frequenti solo scrittori. Vi trovate a cena e parlate di dati di vendita, dell’infingardaggine degli editori, della sicumera dei giovani critici, di donne (al solito modo dei maschi), e poi di soldi e di soldi. Sembrate degli assicuratori. Tra poco sembrerete dei pensionati.

    Non frequento solo scrittori. Non credo di conoscere scrittori che frequentano solo scrittori; è pur vero che un professionista che lavora dentro quel mondo, quel mondo lo conosce ed è più facile incontri amici-colleghi (o che, comunque, lì dentro abbia rapporti di varia natura).
    Ma togliamo di mezzo i non-scrittori. Sì: ho rapporti con, diciamo, artisti (ci sono scrittori ma pure illustratori, disegnatori, sceneggiatori, da poco qualche musicista). Poi ho rapporti con persone che hanno a che fare continuamente con loro: editori, uffici stampa, agenti, editor, talent scout, eccetera. Ci scriviamo, di giorno e di notte; ci consigliamo titoli, ci raccontiamo cose, ridiamo. Avrò fatto una ventina di viaggi, con loro, intendo: viaggi in auto, io che guidavo; e varie cene. Di dati di vendita abbiamo parlato molto poco (curiosamente mi viene in mente solo un vero caso in cui parlammo di dati di vendita, fu la mia prima cena); di donne, pochissimissimo, e quando ne abbiamo parlato, solo a tu per tu e in grande confidenza.
    Del resto, molto. E il problema lo dico chiaro e tondo: non è che siamo degli assicuratori: è che ci sentiamo trattati da assicuratori.
    Ho avuto editori che mi son venuti vicino e mi hanno detto “Per me l’arte viene davanti a tutto”, e poi si è scoperto che era chiaro il perché: non pagavano anticipi, facevano pessimi lavori, niente editing, e i diritti vaglieli a chiedere.
    Ho avuto editori che mi hanno chiesto “Hai niente per me? Non posso dare anticipi, però”, e mezzo minuto dopo il libro che chiedevi loro te lo facevano pagare per intero, zero sconti.
    Ho avuto a che fare con editori che mi hanno fatto aspettare per una risposta non tre, ma cinque, sei, otto, nove mesi. Conosco esempi di autori già notissimi che hanno atteso un anno – non necessariamente per non pubblicare: parlo di: esser letti. Conosco esempi di autori già notissimi, già contrattualizzati, che hanno scoperto dal copertinario che il loro libro non sarebbe uscito. Conosco esempi di autori che sono usciti e non hanno avuto nessun aiuto dall’ufficio stampa. Conosco esempi di autori che hanno avuto come risposta dall’ufficio stampa “La libreria di Milano non ha ancora venduto copie. Li richiamo tra quattro mesi”.
    Di questo parliamo, a cena: di uffici stampa malfunzionanti, di agenzie letterarie che non hanno capito che siamo in un nuovo secolo, di librai che ritengono che il loro nemico sia Amazon soltanto quando non sanno nemmeno allestire una vetrina per una presentazione.
    Di questo parliamo: di un anno per una risposta. Questo non è un tempo da assicurazione: è il tempo che impiegano le Asl per pagare i fornitori.
    Fossimo pieni di soldi, forse parleremmo di soldi, forse no; forse ci accenderemmo sigari coi dollaroni. Il fatto è che ci viene chiesto da una parte di fare arte, da un’altra parte di fingere di fare arte e in realtà andare incontro a quello che il pubblico, secondo gli inserti culturali di chissà quale quotidiano, chiede; da una terza parte di fare questo lavoro assurdo, e poi andare a mendicare una risposta, chiedere cento euro, minacciare un’azione legale o uno sputtanamento su facebook per cento euro.
    Qui non si parla di pensionati o meno. Qui si parla di svilizzazione di un lavoro nobile. Di questo parliamo; e ci facciamo pena da soli, perché io so che, almeno per me, cento euro sono due spese alla Coop, manco abbondanti.

  17. In fin dei conti è tutta colpa della tecnologia. Girano pochi soldi intorno alla scrittura, forse è vero. Però se aumenta l’offerta, diminuisce la domanda. E diminuisce anche il valore … Ma più tecnologia porta anche più facilità nel produrre ciò che prima era un qualcosa di unicamente artigianale. Si dice peste e corna su questo. Ma come ? Tutti vogliono fare gli scrittori ? Robaccia, troppa offerta e tutta colpa della dannata tecnologia. La tecnologia non ha anima, non si scrive un capolavoro grazie a word ed al suo correttore automatico.
    Io però faccio un parallelo. Una volta per fare in campo software un ordinamento si utilizzava il bubble-sort. Algoritmo geniale, condensato in una ventina di righe di codice. Oggi basta scrivere “sort” e tutto si ordina. Quanto ho inveito su questo. Ma come ? Io mi danno l’anima (sono un programmatore di computer) per utilizzare al meglio il codice del bubble-sort ed arrivano dei linguaggi che fanno tutto con un tocco di bacchetta magica ? Ma allora tutti diventeranno programmatori, tutti avranno il loro sito web utilizzando il protocollo TCP-IP e l’HTML con Javascript senza nemmeno sapere che cosa sono. Ed infatti il sito web oggi ce l’ hanno tutti … Pensandoci poi non mi sembra così male questa idea. Tutti hanno un sito web, e cosa c’e’ di male ? E cosa c’è di male allo stesso modo se gli scrittori sono diventati molti di più ? Guadagnano meno forse, per la ben nota legge di domanda e offerta, e firmano meno copie autografate. Chissà, forse è meglio avere più libri che tante copie autografate sempre dagli stessi, basta abituarsi. Daccordo, ci sarà anche molta spazzatura, è normale del resto. Ma basta continuare lo stesso a metterci tanta passione, come leggo anche da alcuni commenti che sono stati fatti prima di me. Questa è una cosa buona, secondo me, la migliore che possa esserci.

  18. No, Giros. Non è colpa della tecnologia. E’ colpa della scolarizzazione.

    Se non ci fosse stata questa pretesa di insegnare a leggere e scrivere a tutti, ma proprio a tutti, avremmo ancora una bella Società Letteraria come quella dell’Ottocento o primoNovecento: tutti di buona famiglia, belli colti, e magari anche un po’ duchi e marchesi.

  19. 6. A volte ti hanno chiamato a tenere delle lezioni di “scrittura creativa”. Ti sei preparato bene. Hai citato tanti autori illustri. Guardavi le persone davanti a te che ascoltavano attentamente, prendevano appunti, alcune registravano. Pensavi: “Ma che cosa volete dalla vita? Guardate me. Che cosa ho avuto dalla vita?”.

    Non tengo alcune lezioni, nel mio caso, ma corsi.
    Qui il discorso è davvero troppo complesso: ho scritto 14 FAQ, tra il serio e lo scherzoso, sull’argomento, e non posso certo né condensarle né riprenderle qui.
    Diciamo, più alla svelta, che non cito autori illustri (ok: qualcuno, ma solo quando mi serve), che nessuno registra, e che quando insegno il mio pensiero reale non è: “Cosa ho avuto dalla vita?” ma “Che bella cosa, scrivere quando si ha il culo per terra. Puoi guardarti davvero intorno, per la prima volta nella vita, scrivere col dito sul terreno; puoi finalmente capire se quello che stai scrivendo ti importa davvero”.
    Siamo tutti col culo per terra, nei miei corsi.
    Spesso, letteralmente.

  20. 7. Quando un giovanotto che aveva assistito alle tue lezioni ha pubblicato un romanzo molto lodato, tu non hai voluto leggerlo. (A questo punto, potresti anche togliere lo specchio da sopra il lavandino del bagno).

    Ci sono persone molto talentuose che vengono ai miei corsi. Non dico così perché penso di aver trasformato queste persone in talenti: ogni persona ha un talento, lo dice anche la Bibbia, e il mio ruolo è comprendere se il talento è in campo narrativo, e – che lo sia o meno – aiutare, la persona, e spolverare, quel talento.
    Tra queste persone molto talentuose, ne sto individuando alcune che so esser già pronte per un’eventuale pubblicazione, e altre che secondo me hanno bisogno di cammino. Non sempre lo dico: a volte è controproducente dirlo.
    Prima di tutto, per loro: esistono persone cui il palesamento di un traguardo diventa ostacolo.
    Poi: per il mondo editoriale: il fatto che una persona sia pronta per la pubblicazione non vuol dire che pubblicherà necessariamente, ma solo che i suoi scritti hanno dignità e qualità tali da poter essere letti da un pubblico indifferenziato. Le cose sono diverse, molto.
    Il mio accompagnarle per mano significa leggerle, sempre: a volte sono molto brave, a volte – spesso – hanno intuizioni del cui peso non si rendono conto. Mio dovere far sì che se ne rendano conto. Poi se pubblicheranno e venderanno milioni di copie, so che l’invidia non è il mio vizio capitale, per fortuna: da quel punto di vista più facile che ammiri.

  21. 8. Sei felice? Saresti stato più felice se avessi scelto un’altra vita? (No, vero?).

    Sei felice? Che domanda. È una domanda così semplice e complessa che non credo sia ponibile. Le persone felici sono in percorso, le tristi in percorso; la felicità è uno stato, meraviglioso, su quel percorso. Io credo al percorso, e all’interno di quel percorso credo, come dire, di essere nel plot principale e non imbucato in qualche sottotrama.
    A volte faccio di tutto perché esternamente sembri che mi stia rovinando la vita, mentre in realtà il trovarmi col culo per terra mi aiuta a cadere nella trama principale, e percorrerla, gattoni.
    Sarei stato più felice se avessi scelto un’altra vita? Hmmm. Non lo so. Sarebbe stata possibile davvero, un’altra vita? Sono state fatte mille narrazioni, su questo – da Sliding Doors, a Liberi liberi di Vasco Rossi, a Se mi lasci ti cancello.
    Io credo che questa sia la mia vita, e credo che la sto percorrendo. Con tanto impegno, e con seri tentativi di rettitudine.
    La rettitudine consiste soprattutto nel rispettare chi sono, che è la cosa mia più difficile.
    E la rettitudine da scrittore non ci si allontana di una virgola, da questo.

  22. 9. Una volta, quando finalmente spedivi il tuo lavoro all’editore, eri tutto contento. Non ti preoccupava se l’avrebbe accettato o no, se ti avrebbe chiesto di farci un sacco di lavoro, eccetera. Oggi, quando spedisci, senti una lieve ansia. Potrebbe essere l’ultima occasione, pensi. Forse la penultima.

    Io quando spedisco a un editore sono sempre contento. Per quanto mi riguarda, la scrittura non è un’opzione; è una certezza, è una componente della mia vita come la O del mio cognome (ne ho due), e non come una gamba che potrebbe non esserci.
    Io son sempre stato un riscrittore, benché scriva da quando ho diciassette anni, diciamo. Sempre nella mia testa. Riscrittore e disegnatore, direi: benché a disegno sia scarso e non abbia mai lavorato a un mio miglioramento, e questa è la differenza, al contrario della scrittura in cui ho fatto esercizi su esercizi, negli anni.
    Diciamo che quando spedisco a un editore subentra un pensiero che è: “E mò, quando cazzo leggerà?” e anche “Chissà se entrerà, questo libro, nella linea editoriale”.
    A volte vedo certi titoli che passano avanti, e mi scoraggio, ma un botto. Allora scrivo del mio scoraggiamento. Funziona così.

  23. 10. Lo so, adesso ce l’hai con me. Ma io non sono migliore di te. Ti conosco.

    Lo so. Ci siamo incontrati sull’altipiano di Asiago, ciuciando il ghiaciolo

  24. Con questa intendo, ovviamente: quella che sto vivendo. Non solo lo scrivere, ma tutto il resto.
    “Ovviamente” perché, se leggi, il testo non dice altro.

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