100 lezioni di scrittura creativa / 6

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di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno a tutte e tutti. Dicevo la settimana scorsa [cioè ieri, per chi legge qui]: non pensiamo che la prima soluzione narrativa che troviamo sia necessariamente, magari proprio in virtù della sua “spontaneità” o “naturalezza”, la soluzione più opportuna. Una storia, questo è evidente, può essere raccontata in diversi modi. Di solito, quando cominciamo a immaginare una storia, siamo molto preoccupati della sua materia: che cosa succede, a chi, dove, perché, eccetera. Ma a un certo punto – possibilmente prima di metterci a scrivere – dovremo cominciare a immaginare anche la forma della storia, il modo in cui organizzeremo l’intreccio, lo stile che adopereremo, il tipo di testo che produrremo. Certo: la storia ci è venuta in mente, abbiamo cominciato a immaginarla con una certa forma: avremo la sensazione fortissima che quella forma sia indissolubilmente legata alla storia. Ma spesso non è così.

E se Pinocchio fosse stato una Pinocchia?
E se Pinocchio fosse stato una Pinocchia?
Immaginare forme per una storia è, tra l’altro, un gioco avvincente. Si può provare a farlo, per prova, con storie che tutti conoscono. In Pinocchio Carlo Collodi segue passo passo le avventure del suo burattino; la stessa storia potrebbe essere raccontata seguendo, invece, le peripezie di Geppetto. Certo: non sarebbe esattamente la stessa storia; anzi, sarebbe probabilmente una storia completamente diversa: ma comunque frutto della stessa immaginazione. La storia di Pinocchio implica la storia di Geppetto: sono indispensabili l’una all’altra; Collodi, per raccontare la storia di Pinocchio, ha dovuto immaginare anche la storia di Geppetto.

Leggi una recensione americana
Leggi una recensione americana
Pia Piera ha scritto un libro che s’intitola Il diario di Lo (ed. Marsilio), nel quale racconta la medesima storia che tutti hanno letta in Lolita di Nabokov, ma dal punto di vista di Lolita: anzi, addirittura per mezzo della voce di Lolita, le parole del suo diario. Nabokov ha scritto il suo libro tutto dal punto di vista dell’uomo, di Humbert Humbert; per Humbert Humbert Lolita rimane, dal principio alla fine del libro, sostanzialmente un mistero; ma non era un mistero per Nabokov, che doveva conoscerla bene – diciamo così – per riuscire a raccontare come Humbert Humbert non capisse niente di lei. Di nuovo: la storia di Humbert Humbert implica la storia di Lolita, sono due storie contenute nella stessa immaginazione.

Possiamo immaginare anche diverse possibilità ideologiche. I promessi sposi è un romanzo tutto scritto – paternalisticamente – dalla parte della «povera gente»; ma potremmo provare a cambiargli ideologia, e a riscriverlo tutto dalla parte dei potenti. Lucia allora non è più un esempio di virtù, ma una cretina che non si rende conto del vantaggio che potrebbe trarre dalla «protezione» di don Rodrigo; padre Cristoforo non è più un eroe ma un vigliacco che è sfuggito alla giustizia indossando il saio; Renzo è un sedizioso; l’Innominato è un uomo che era stato un grande, ma improvvisamente è impazzito; il cardinale è il diavolo; e don Abbondio è il suddito ideale, sempre pronto a servire. Oppure potremmo adottare un’ideologia nichilista: e quindi tutto ciò che nel romanzo accade, secondo Manzoni, grazie al silenzioso e misterioso intervento della divina provvidenza, accadrà invece – come, tra l’altro, in tanti romanzi dell’epoca – per puro purissimo caso.

Una vecchia vignetta di Altan mostrava uno dei suoi soliti omaccioni in poltrona che diceva: «A volte ho dei pensieri che non condivido». [Se qualcuno è capace di trovarla, grazie] Ora, non è detto che noi dobbiamo condividere i pensieri della storia che raccontiamo. Così come posso immaginare un personaggio potente o nichilista, posso anche immaginarmi di essere io stesso un narratore nichilista o servo dei padroni. L’ideologia di fondo di una narrazione è essa stessa un’invenzione, una nostra libera scelta di narratori.

* * *

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
È imprudente dare per scontato che la nostra storia debba essere per forza un romanzo o un racconto. Molte storie si raccontano meglio con forme teatrali, o con lo stile e i modi della sceneggiatura cinematografica, o addirittura in versi. Nelo Risi (fratello di Dino, e regista anch’egli) pubblicò negli anni Settanta un libro di poesia intitolato: Di certe cose, che dette in versi suonano meglio che in prosa. Ecco: dovremmo sempre domandarci se la cosa che abbiamo in mente «suonerebbe meglio» in prosa o in verso, in romanzo o in racconto, in scena o al cinema.

Ma, se decidiamo ad esempio che la misura giusta è quella del racconto, abbiamo ancora un sacco di possibilità tra le quali scegliere. Innanzitutto possiamo – e dobbiamo – scegliere il “genere” del nostro racconto: giallo, noir, fiaba, rosa, horror, novella, apologo, eccetera. Poi possiamo – e dobbiamo – scegliere se il nostro racconto avrà dialoghi o non ne avrà o sarà costituito interamente da dialoghi; se sarà lento o veloce o a ritmo variabile; se sarà dettagliato o sommario, realistico o evocativo, semplice o intricato (una storia intricata può essere raccontata con semplicità, una storia semplice può essere raccontata intricatamente), in prima seconda terza persona, e così via.

E come se non bastasse, dobbiamo – possiamo – anche decidere proprio il tipo di testo. Un delitto, ad esempio, può essere raccontato con un normale racconto. Ma può essere raccontato anche con estratti dagli atti del processo, o con una confessione, o con la sentenza (una sentenza è anche una meticolosa ricostruzione di fatti), o attraverso gli articoli dei giornali… Un amore può essere raccontato con un normale racconto, ma anche con le lettere (o le e-mail, o gli sms) che gli amanti si scambiano… Una follia può essere raccontata con un normale racconto, ma anche con una cartella clinica, o con testi scritti dal folle stesso… Si può dire addirittura che è una caratteristica propria del romanzo moderno, quella di essere costituito di materiali diversi provenienti da tutti i generi di scrittura possibili e praticabili: il romanzo imita il mondo anche nel senso che imita tutte le scritture del mondo. Ma dell’imitazione, discorso importante e difficile, cominciamo a parlare la settimana prossima [cioè domani, per chi legge qui]. A risentirci.

Tutte le lezioni finora pubblicate.

4 comments on “100 lezioni di scrittura creativa / 6”

  1. Trovo molto interessanti i casi di rielaborazione della materia in forme diverse a opera dell’autore stesso. Penso ad esempio al rapporto che c’è tra il monologo teatrale Solo RH (pubblicato in Due Monologhi, Einaudi, 2009) e il racconto Niente specchi in questa casa (contenuto nella raccolta Grotteschi e arabeschi, Einaudi, 2009): la materia di partenza è chiaramente la stessa, pur se cambiano due personaggi e dunque il tipo di relazione (omosessuale nel primo caso, eterosessuale nel secondo). Non so quale sia venuto prima (d’istinto direi il monologo) e mi piacerebbe capire cosa ha spinto l’autore a riprendere in mano una storia già scritta: la prima forma non lo ha soddisfatto? C’era ancora qualcosa da dire? Altre prospettive da esplorare? (poi nel mio realismo, o cinismo, mi viene anche da pensare che, giacché i testi teatrali non sono propriamente dei bestseller, rielaborare la storia in racconto potesse avere pure un senso commerciale).

  2. Ecco: stavolta ho avuto cura di citare per bene casa editrice e anno di pubblicazione e ho dimenticato l’autore 😀

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